La buona politica esiste ancora: l’imposta patrimoniale proposta da Sinistra Italiana

“Next Generation Tax”: una proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre un’imposta sulle grandi ricchezze al fine di ridurre le diseguaglianze e investire sulle giovani generazioni.

Francesco Pallante

Una pluralità di fattori rende di questi tempi la vita sempre più difficile alla buona politica. La destrutturazione dei partiti organizzati, il verticismo istituzionale, il livello culturale sempre più basso dei leader e dei rappresentanti politici, l’abuso della comunicazione provocatoria e semplificata via social, l’incapacità di leggere correttamente le dinamiche economiche e sociali, la mancanza di progettazione sul lungo periodo, il dilagare di comportamenti opportunistici e criminali, l’infantilismo degli elettori che rigettano la rappresentanza e riducono il confronto politico a uno scontro tra vincitori e vinti, … Molto altro si potrebbe aggiungere. Tra questo – autocriticamente – la tendenza dei commentatori alla generalizzazione. Sempre più disgustati dall’oscenità che connota la gran parte dell’azione politica, gran parte di noi rinuncia a separare il grano dal loglio, così mancando di valorizzare azioni e proposte che, provenendo da voci flebili che si pongono come eccentriche rispetto al pensiero dominante, stentano ad accedere al dibattito pubblico.

La proposta di introdurre un’imposta sulle grandi ricchezze, avanzata da Sinistra Italiana (SI) e dall’Unione dei Giovani di Sinistra (UGS) è, tra queste, una delle più rilevanti. Alla base, vi sono due esigenze.

La prima esigenza è ridurre le diseguaglianze che sempre più stanno lacerando la società italiana. Mentre quasi un quarto dei residenti in Italia versa in condizioni di povertà assoluta (cinque milioni di persone) o relativa (otto milioni di persone) tre singoli individui posseggono tanta ricchezza quanto il 10 per cento più povero della popolazione. Una polarizzazione spaventosa, un’ingiustizia odiosa e intollerabile: tanto più perché ingiustificabile anche alla luce della retorica dominante. L’accumulo di patrimoni ammontanti a decine e decine di miliardi di euro non è, infatti, frutto del merito dei loro titolari (semplicemente, non può esserlo), bensì della crescente ingiustizia di un sistema tributario che, da decenni, in aperta violazione del disegno costituzionale, sposta di anno in anno il peso del carico fiscale dai più forti ai più deboli.

La seconda esigenza è intervenire a concreto sostegno delle giovani generazioni, non tramite bonus e agevolazioni elargite a titolo privato (come, per esempio, aveva proposto di fare Enrico Letta con la “dote” monetaria da attribuire direttamente a ciascun diciottenne: e che ciascuno ne facesse poi l’utilizzo che era capace di farne), bensì grazi all’intervento pubblico a potenziamento di tutto il percorso di educazione e d’istruzione dei bambini e dei ragazzi: dall’asilo nido all’università, in modo che l’intero ciclo d’istruzione risulti garantito gratuitamente a tutti (libri di testo e trasporti inclusi).

Lo stato dell’istruzione pubblica sta, in effetti, deperendo in modo tanto rapido, quanto drammatico. Siamo oramai ai livelli più alti d’Europa per entità di abbandono scolastico e per analfabetismo (funzionale e di ritorno): colpite da decenni di tagli alle risorse, oltre che sviate da programmi formativi sempre più appiattiti sulle richieste delle imprese, le scuole faticano a garantire che, assolto l’obbligo d’istruzione, tutti i ragazzi e tutte le ragazze siano in grado di comprendere semplici testi scritti e di svolgere le operazioni matematiche di base. Anche l’università segna il passo: ad accedervi sono in gran parte i figli di genitori laureati, cosa che, oltre a cristallizzare le ingiustizie sociali, contribuisce a rendere bassissimo, rispetto ai Paesi a noi paragonabili, il numero di coloro che raggiungono il titolo di studio più elevato. Un crescente numero di laureati stenta a trovare lavori adeguati al proprio percorso di studio e ciò contribuisce ad alimentare un’emigrazione verso l’estero che non ha paragoni in epoca recente. Paghiamo per formare i nostri giovani e poi regaliamo le loro capacità di studio, ricerca e lavoro ad altri Paesi: un’autentica follia, che tocca l’apice con l’approdo nelle università straniere di oltre il 10 per cento di coloro che conseguono il dottorato di ricerca in Italia. È l’insieme di queste ragioni a far sì che il nostro sia il Paese dell’Unione europea con la più elevata percentuale di Neet: i giovani che, drammaticamente, non studiano, non si formano, non lavorano.

Una politica minimamente razionale e in buona fede non avrebbe dubbi sulla necessità di investire in istruzione. Così come una politica minimamente razionale e in buona fede non avrebbe dubbi sulla necessità di reperire le risorse necessarie presso gli strati più ricchi della popolazione. Anche considerato l’ammontare della ricchezza privata in Italia: oltre diecimila miliardi di dollari, una delle più elevate al mondo.

Ecco allora che solo una classe politica irrazionale e/o in mala fede può rifiutare di prendere in considerazione la proposta di imposizione fiscale patrimoniale proveniente da SI e UGS.

Si tratta, più nello specifico, di una proposta che colpirebbe i patrimoni delle persone fisiche solo se superiori ai cinquecentomila euro, ottenuti considerando il complesso, in Italia e all’estero, delle proprietà immobiliari (valutate sulla base dei valori catastali, non di quelli – ben più elevati – di mercato), degli investimenti finanziari, delle giacenze bancarie e dei beni mobili di lusso. Nello stesso tempo sarebbe eliminata ogni ulteriore forma di tassazione di tali cespiti (Imu, imposte sui conti correnti e sui depositi titoli, imposte di bollo): cosa che opererebbe virtuosamente anche nel senso della semplificazione normativa della nostra complicatissima legislazione tributaria.

L’aliquota varierebbe tra lo 0,2 per cento e il 2 per cento, crescendo con il crescere dell’ammontare dei beni tassati: in piena attuazione con quanto sancito dall’art. 53 Cost., che informa il sistema tributario al principio della progressività fiscale. Più precisamente, si tratterebbe di applicare le seguenti aliquote:

– 0,2% per una base imponibile di valore compreso tra 500.000 euro e 1 milione di euro;
– 0,5% per una base imponibile di valore oltre 1 milione di euro ma non superiore a 5 milioni di euro;
– 1% per una base imponibile di valore oltre i 5 milioni di euro ma non superiore a 10 milioni di euro;
– 1,5% per una base imponibile di valore oltre i 10 milioni di euro ma non superiore a 50 milioni di euro;
– 2% per una base imponibile di valore superiore ai 50 milioni di euro.

Compensate le minori entrate con le maggiori uscite, il nuovo gettito stimato ammonterebbe a dieci miliardi di euro, ma – cosa importantissima – a seguito di una radicale redistribuzione del suo peso: la gran parte dei contribuenti, quelli a patrimonio basso e medio, pagherebbero di meno, mentre solo la minoranza dei ricchi e dei ricchissimi pagherebbe di più. Dopodiché, la proposta – politica, non giuridica: anche perché l’istituzione di vere e proprie tasse di scopo è costituzionalmente discutibile – è, come detto, quella di impiegare tali risorse per assicurare a tutti i bambini e i ragazzi residenti in Italia di potersi istruire, dall’asilo nido all’università, in modo completamente gratuito.

Dopo essere stata rigettata dal Parlamento, l’iniziativa ha ora assunto la veste di una proposta di legge di iniziativa popolare, chiamata “Next Generation Tax” (ed è questo evitabile appiattimento sull’inglese senz’altro il peggior difetto dell’iniziativa), che può essere sostenuta dagli elettori firmando presso i banchetti organizzati in tutta Italia, in ogni comune, e sul sito https://ngtax.it/ tramite lo SPID. Sarebbe davvero importante che a farlo fossimo in tantissimi. Per la bontà della proposta in sé e, soprattutto, per la speranza di rinnovamento politico, economico e sociale che susciterebbe.



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