Patrizia Cavalli, in un documentario una poesia capace di mettere in scena sé stessa

Il maggior pregio di Le mie poesie non cambieranno il mondo, il documentario di Annalena Benini e Francesco Piccolo, presentato Mostra del Cinema - che sarà in sala dal 14 settembre - è, probabilmente, il fatto di aver puntato sulla voce di Patrizia Cavalli, la poetessa amata da Elsa Morante e Pasolini, ma anche dai tanti appassionati che ascoltavano dalla sua voce le sue poesie all’Auditorium di Roma.

Mario Sesti

Il maggior pregio di Le mie poesie non cambieranno il mondo, il documentario di Annalena Benini e Francesco Piccolo, presentato alle Notti Veneziane della Giornate degli autori alla Mostra del Cinema – che sarà in sala dal 14 settembre – è, probabilmente, il fatto di aver puntato sulla voce di Patrizia Cavalli, la poetessa amata da Elsa Morante e Pasolini, ma anche dai tanti appassionati che ascoltavano dalla sua voce le sue poesie all’Auditorium di Roma.
Personalmente ho spesso incontrato il disagio di ascoltare poeti la cui voce non riesce a essere in sintonia con la propria scrittura: esitanti, solenni, umiliati da un timbro anonimo e incerto o dai toni striduli e involontari delle proprie emissioni fonetiche. Cavalli, innanzitutto, come si vede molto bene nel documentario, non leggeva le proprie poesie: le consegnava al pubblico, a memoria. Senza mai recitarle, ma con quella cadenza metrica che doveva essere la prima caratteristica della poesia nel mondo classico. Come ha scritto Silvia Lamia su MicroMega+, Cavalli era “un aedo dei nostri tempi, che declama, canta e recita accompagnata da una chitarra o da uno xilofono che lei stessa tintinna”.
Pasolini diceva che il più grande rimatore della lingua italiana, dopo Dante, era Gozzano ma credo di poter dire, pur non essendo un esperto (ma solo un appassionato) di poesia, che non è facilissimo trovare nella poesia italiana contemporanea poeti che abbiano usato la rima con la stessa disinvoltura, arguzia, ritmo della Cavalli: “Cerco l’amore per essere punita / così in anticipo vinco la partita”.
Cavalli non ha l’opulenza sinfonica e lessicale di Maria Luisa Spaziani ma neanche aspetta che il tormento prenda forma come nelle poesie di Alda Merini, per trasformarlo in scrittura, per citare due altre altezze di donne nella poesia, ma la sua opera “comica” o “esistenziale” – due aggettivi che sono stati usati per lei – che nasce quasi sempre dentro un vissuto occasionale e irripetibile, trova il suo diapason nella sensualità e nell’amore, nella passione fisica “quasi mai felice”, “nell’accecante dolcezza di un corpo” che l’aspetta.
Grande giocatrice di poker (“Mi piace il denaro vinto non quello meritato”), squassata dalla gelosia folle, quella che “produce disprezzo e superiorità da parte dell’altra” (come la più celebre poetessa dell’amore classico, Saffo, Cavalli ha amato perdutamente altre donne), è morta poco più di un anno fa, senza mai aver creduto alla natura metafisica o intellettualistica dei versi, pur nutrendo grande “fiducia nelle parole” e nel fatto che è “ciò che manca che fa nascere le parole”.
Benini e Piccolo usano una tenue e friabile intervista, una visita soffusa di tenerezza ed empatia e qualche passeggiata con Cavalli già malata, per legare innanzitutto, in diversi momenti della sua vita, lo spettacolo dei suoi versi in scena che, come ha scritto Mauro Bersani, lei sembrava enunciare “come buttandoli via, il contrario di qualsiasi enfasi retorica. E però non li buttava via per niente: la metrica, la musicalità, le rime improvvise, le chiusure aforistiche spiazzanti, tutto era calibrato sotto l’apparente noncuranza”.
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