Patti Smith, quando New York era ribelle

Nel volume “A New York con Patti Smith, la sciamana del Chelsea Hotel” di Laura Pezzino una ricostruzione iconica della grande artista attraverso i luoghi di New York per lei fondanti.

Marilù Oliva

“A New York con Patti Smith, la sciamana del Chelsea Hotel” di Laura Pezzino, pubblicato da Giulio Perrone Editore nella collana “Passaggi di dogana”, è una ricostruzione iconica della grande artista attraverso i luoghi di New York per lei fondanti. Per questo la giornalista romagnola, nel suo prologo, parla di geo-biografia, consegnandoci questo libro nella sua molteplicità: un oggetto ibrido, un itinerario tra punti luminosi che sono come ammassi di stelle e la coesione è la loro forza: «In una costellazione tutte le parti sono vive, non c’è una gerarchia di significati, perché tutte contribuiscono a crearne uno superiore».

Andrete in giro per la Grande Mela nell’epoca in cui la animava un fervore culturale, una città ribelle, tempio del punk, ammaliante, trepidante di artisti in erba (vengono citati, tra gli altri, i giovanissimi David Bowie e Iggy Pop, ad esempio) coglierete i passaggi più emblematici restituiti attraverso le loro autentiche atmosfere, la loro polvere e il loro scintillio. La storia parte da una giovanissima Patti Smith senza soldi che non sapeva ancora che sarebbe divenuta una delle più celebri cantautrici del secolo, amava già le poesie e aveva un’attrazione irresistibile verso le librerie (non fu un caso che proprio in alcune venne assunta). Appassionata di poesie fin da ragazza – l’amore per la lettura le venne trasmesso dalla madre – aveva una predilezione per Rimbaud, Baudelaire, Blake. E autori come Bolaño o Murakami, per dire.

Segnato da coincidenze degne di un romanzo fu l’incontro con Robert Mapplethorpe, di cui divenne prima musa e amante, poi amica e con cui strinse un sodalizio artistico indissolubile. Lavoravano sul letto, intrecciavano amuleti, sognavano nella maniera luccicante che conoscono i creativi, lui dedito alle sue installazioni, lei alla scrittura e questo avveniva anche quando la storia tra loro era conclusa.

Le fonti sono innumerevoli e sono state raccolte in anni di ricerca: troverete infatti dettagli topografici importanti, scorci di storia, aneddoti di vita vissuta, testimonianze dirette della Pezzino, persino la voce della stessa Smith, con citazioni dal suo libro autobiografico Just Kids: una mezcla coerente di ricordi, emozioni, foto raccontate, dove i luoghi emergono con nitidezza nonostante l’inganno del tempo. E la Pezzino li descrive in maniera potente:

«Coney Island rappresentava per loro (la Smith e Mapplethorpe, ndr) l’accesso a un mondo dove innocenza e decadenza erano mescolati, un mondo che li rispecchiava in maniera esatta. “La sola idea di poter raggiungere l’oceano con la metropolitana era magica”, scrisse Patti. Avevano sentito la solennità del momento e avevano chiesto al vecchio con la fotocamera Box di scattare loro una foto davanti al Cyclone, le famose montagne russe di legno. Nell’attesa che si sviluppasse, avevano raggiunto il chiosco del caffè preferito di Patti. Appese alle pareti c’erano tre foto: Gesù, il presidente Kennedy e gli astronauti, la santa trinità di un’epoca che ancora aveva il cuore pieno di speranza».

(Credit Image: Orlando Almeida/Global Imagens via ZUMA Press/ZUMAPRESS.com)



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