Per combattere la violenza sulle donne bisogna farla uscire dall’invisibilità

SPECIALE "LIBERE DALLA VIOLENZA" - Dal lavoro svolto dalla Commissione Femminicidio che si è ufficialmente concluso ieri con la presentazione della relazione finale emerge una consegna chiara e urgente: smetterla di confinare la violenza sulle donne fra le mura domestiche o della vita invisibile di persone di serie B.

Federica D'Alessio

Un Paese dove la violenza sulle donne viene troppo spesso, tanto nella cultura generale quanto nell’operato degli addetti ai lavori, derubricata a “conflitto” quando avviene fra le mura domestiche, cioè nella maggior parte dei casi. Dove si nega ancora pervicacemente la disparità di potere e libertà fra donne e uomini, oltre che fra ruoli familiari materno e paterno, e dunque la violenza rimane invisibile, tanto che la stragrande maggioranze delle donne che la subisce rinuncia in partenza a denunciarla, e spesso rinuncia addirittura a parlarne. Perché come ha detto correttamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri intervenuta alla presentazione della relazione conclusiva della Commissione femminicidio del Senato, “la paura spesso è quella di ritrovarsi ancora più sole”.
Ieri a Palazzo Giustiniani al Senato le professioniste esterne che per anni hanno accompagnato il lavoro della Commissione hanno presentato le loro relazioni conclusive, mentre Valeria Valente, Presidente della Commissione, si è accomiatata passando simbolicamente il testimone di consegne al Ministro della Famiglia Eugenia Roccella. I lavori della Commissione proseguiranno in quella futura, che come votato ieri stesso diventerà bicamerale. “In questi quattro anni”, ha raccontato Valente, “la Commissione ha dato un contributo all’indagine sul fenomeno e alla sua emersione lavorando sui pilastri della prevenzione, della protezione e della punizione. La tentazione è sempre quella di aumentare le fattispecie di reato”, ha notato. “Lo abbiamo fatto anche nella scorsa legislatura, abbiamo introdotto nel corso del tempo diverse nuove fattispecie”, cominciando dalla legge sul Codice Rosso. Ma il contrasto alla violenza sono prima di tutto le vite che salvi, gli omicidi che sventi. E questo è stato un elemento del lavoro della Commissione: indagare sulla formazione degli operatori che hanno il ruolo di prevenire la violenza, come spiega bene Maria Concetta Tringali nell’ultimo numero di MicroMega in libreria da ieri. Sulla disponibilità degli operatori stessi a formarsi e a cambiare approccio allo scopo di intervenire ab origine sulle violenza maschile, le cui radici sono culturali e hanno due diverse ramificazioni entrambe legate a una pervicace cultura maschilista. Da una parte c’è la pretesa maschile al possesso delle donne, alla rivendicazione di supremazia e di proprietà. Dall’altra, c’è l’insistente pregiudizio nei confronti delle donne quando denunciano la violenza. Il sistema non crede alle donne.
Il primo punto ieri è stato, sorprendentemente, ben esposto dal presidente del Senato Ignazio La Russa, con un breve discorso di saluto che ha lasciato un po’ l’amaro in bocca a chi si aspetterebbe che certe parole arrivassero ogni giorno da uomini di sinistra. E invece le ha dette lui: “La violenza delle donne è un problema maschile. C’è ancora una parte di uomini che non ha digerito i passi avanti che la società ha fatto nel rapporto fra uomini e donne. Specialmente quando le donne riescono a farsi avanti grazie alle loro capacità”. Il secondo punto è stato invece sostenuto con grande calore da Alessandra Manente, avvocata di Differenza Donna: “La difficoltà delle donne a essere credute è emersa con grande nettezza nei casi di donne separate che denunciano abusi o violenze dei propri figli. In più di un terzo dei casi delle separazioni giudiziali – quelle che implicano la delibera di un giudice – che abbiamo esaminato fra i quasi 1.200 casi di rivittimizzazione secondaria di cui ci siamo occupate, in più di un terzo dei casi sono emerse allegazioni di violenza da parte delle madri separate, presenti negli atti introduttivi e suffragate da idonea documentazione: denunce, referti, elementi oggettivi. Nel 20% dei casi è presente anche la segnalazione di violenza sui bambini.”
Ma molto spesso, nonostante tutto ciò, i Tribunali derubricano questa violenza a conflitto, e spingono comunque per un accordo fra le parti, obbligando i figli delle madri separate e in qualche modo le madri stesse a un rapporto con l’ex marito che oggettivamente le mantiene, e mantiene i loro figli, in una situazione di pericolo. Contraddicendo così la Convenzione di Istanbul, legge dello Stato italiano, che statuisce chiaramente come l’obbligo di incontro o mediazione con il partner o genitore abusante sia una forma di rivittimizzazione secondaria. Ma i Tribunali italiani continuano ad applicarla, e questo sia per una mancanza di formazione adeguata sia per un pregiudizio misogino duro a morire, nonostante la Corte Europea dei Diritti Umani abbia già comminato all’Italia una lunga serie di condanne per questa usanza. Nell’ultima, pubblicata il 10 novembre scorso, si legge chiaramente che “la Corte non comprende per quale motivo il tribunale, al quale erano state trasmesse delle segnalazioni fin dal 2015, ribadite negli anni successivi, ha deciso di proseguire gli incontri sebbene il benessere e la sicurezza dei minori non fossero garantiti. Il tribunale non ha mai valutato il rischio al quale erano esposti i minori, e non ha mai bilanciato i diversi interessi in gioco. In particolare, dalla motivazione delle sue decisioni non risulta che le considerazioni inerenti all’interesse superiore dei minori dovevano prevalere sugli interessi di G.C. a mantenere dei contatti con loro e a proseguire gli incontri.[…] La Corte ritiene che gli incontri avvenuti dal 2015, che si sono inizialmente svolti in condizioni non conformi alla decisione del tribunale, e poi secondo modalità che non garantivano un ambiente protetto per i minori, hanno perturbato l’equilibrio psicologico ed emotivo di questi ultimi, come segnalato dai servizi sociali che avevano sottolineato varie volte la necessità di un sostegno psicologico per gli stessi.”
È insomma un pregiudizio a mettere bambini e donne in pericolo. È una carenza di attenzione strutturale che rende la violenza contro le donne un fenomeno altrettanto strutturale non soltanto in generale – la cultura patriarcale che la sottende è diffusa in tutto il Pianeta pur a intensità e gradi di istituzionalità ben diversi – ma per questo Paese in particolare. E i numeri lo confermano. Come ha sostenuto Linda Laura Sabbadini, presidente Istat, anche nella relazione di ieri, la violenza contro le donne è trasversale a ogni tipo di classificazione sociale: geografica, economica, professionale, anagrafica. L’unico segno che porta è quello di un sesso maschile che uccide e un sesso femminile che viene ucciso. Quasi sempre come esito di relazioni personali e familiari: “mariti che uccidono mogli ed ex mogli, padri che uccidono figlie (e figli), figli che uccidono madri”. Come si legge nella relazione della Commissione: “Tutti i femminicidi esaminati si connotano per due requisiti costitutivi: il criminale di genere forma la sua identità su una relazione di dominio e controllo assoluto su una donna, unico tipo di relazione che conosce, e la violenza nei confronti di questa gli serve a riaffermare e confermare il suo potere; la donna che decide di interrompere quella relazione viene uccisa perché, in molti casi, sottraendosi ai doveri di ruolo, non solo viola una regola sociale e culturale, ma rende l’uomo che glielo ha permesso un perdente agli occhi della collettività. La sanzione diventa la morte.” Una condanna anche per i figli che si ritrovano orfani, spesso di entrambi i genitori perché in oltre un terzo dei casi di femminicidio l’autore, che è nella maggior parte dei casi il partner, si suicida. Traumatizzati per sempre dalla violenza cui in molte circostanze hanno direttamente assistito.
Tutto questo sarebbe evitabile se si mettessero le donne in maggior condizione di denunciare, fuggire, proteggersi e prima ancora, gli uomini in minor condizione di nuocere? Sì. Cominciando dal grande buco nero: l’invisibilità della violenza, la difficoltà a intercettarla e a nominarla, sia perché le denunce non arrivano, sia perché quando arrivano vengono archiviate con troppa facilità, sia, infine, perché la disparità di potere alla base della violenza – nelle sue tante forme fino ad arrivare all’assassinio delle donne – viene ignorata per una mancanza culturale generale. La quale è evidente nel grande deficit di professionalità che lo stesso mondo dell’informazione patisce quando si parla di violenze contro le donne. Il racconto spesso romanzato e romanticizzato, sistematicamente dal punto di vista dell’assassino, come emerso anche nelle ultime polemiche sul pezzo del fantomatico Bati su La Stampa a seguito del femminicidio di tre donne prostitute a Roma, fa scomparire la realtà della violenza come esercizio di potere, dominio e rivendicazione di supremazia.
Questo articolo fa parte della serie “Libere dalla violenza”, dedicata al tema dell’ultimo numero della rivista MicroMega. Puoi trovarla nelle librerie fisiche e online o acquistarla direttamente sul nostro shop.

“Libere dalla violenza”: il numero di MicroMega dedicato alla lotta contro le violenze sulle donne



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