Per i soldi o per la gloria

Un libro raccoglie confessioni e testimonianze dei produttori cinematografici italiani dal dopoguerra alle tv private.

Flavio De Bernardinis

Due segugi che non mollano mai la presa, Luca Pallanch e Domenico Monetti, nel corso degli anni, hanno pedinato, catturati e costretti a confessare tutti i retroscena, decine e decine di produttori cinematografici italiani, in funzione del progetto di una storia orale del cinema, a cuore aperto, senza peli sulla lingua.

La raccolta di conversazioni, intese alla francese quali entretiens, dove l’intervistatore è insieme complice e aggressore, forma il corpo di un libro, dal titolo Per i soldi o per la gloria, edito da Minimum fax e il Csc, diviso in 5 sezioni.

Prima sezione, le dinastie, le vere e proprie stirpi, tra cui Cecchi Gori, Amati e Infascelli. Seconda sezione, le coppie, ossia i «gatto e volpe» del cinema, quali Altissimi e Saraceni, Berardi e Piccioli, Orfini e Bolles. Terza sezione, gli industriali, tra cui, sorpresa, Corrado Ferlaino, il presidente del Napoli di Maradona. Quarta sezione, gli allievi del Centro sperimentale, ovvero Enzo Doria, il produttore de I pugni in tasca di Bellocchio, e Enzo Porcelli che poi lancia Roberto Benigni. Quinta sezione, i battitori liberi, nei quali spiccano Antonio Avati, fratello di Pupi, Marina Piperno, Galliano Juso, il produttore di Ciprì e Maresco.

I toni della narrazione sono scanditi con puntualità. Le dinastie rievocano e celebrano. Le coppie rischiano e si confrontano. Gli industriali soppesano e tirano le somme. Gli allievi del Csc, ovviamente, sperimentano. I battitori liberi accettano il gioco e rischiano.

Al di là del cinema, il libro diventa così, a poco a poco, un trattatello di antropologia culturale del carattere italiano.

I big riferiscono di predestinazione e missioni, impavide e colossali, da compiere senza battere ciglio: nel caso di Vittorio Cecchi Gori si sconfina oltre l’infinito, ossia nel calcio, la Fiorentina, e la televisione, Telemontecarlo. E sarà la fine.

Le coppie attraversano vari committenti e padroni, buttati in prima linea per gestire talvolta l’ingestibile. Adriano Celentano una mattina non si presenta sul set e il povero Bruno Altissimi lo va a cercare in hotel, dove gli viene riferito che il signor Celentano è stanco perché ha giocato a poker tutta la notte. L’indomani mattina, quando la star si presenta tranquilla per girare come niente fosse, Altissimi lo accoglie così: «Senti cocco bello, io faccio una professione e mi sto a guadagnare il pane qui, e non è che me lo gioco perché tu fai lo str…! Ti avviso che se mi rifai uno scherzo del genere, ti rompo le ginocchia, Non è che non balli…non cammini più!» (pagina 135).

Gli industriali, quando il gioco si fa troppo duro, passano la mano. Dice Ferlaino: «C’era il divertimento di fare dei viaggi, si girava in Spagna, in Almeria, e di conoscere un mondo che non conoscevamo, ma ci abbiamo rimesso un sacco di soldi perché abbiamo incontrato una serie di persone che ci hanno imbrogliato. Il nostro direttore di produzione con i nostri soldi ha fatto due film: uno per noi, uno per sé stesso» (pagina 281).

Gli allievi del Centro sperimentali si diplomano anche in recitazione e fotografia, e poi per una serie di circostanze si dedicano alla produzione. Marco Vicario, prima attore, marito di Rossana Podestà, dirige e produce un grande successo degli anni Settanta, ossia 7 uomini d’oro, che gli viene in mente mentre da un autobus a via Condotti adocchia alcuni operai intenti a lavorare col martello pneumatico davanti alla gioielleria Bulgari. Sarà vero? Gira la scena della rapina in Svizzera, a Ginevra, ma le autorità lo bloccano e ha solo due giorni di tempo per smontare tutto e tornare in Italia. Allora «cosa ho fatto? Ho affittato altre quattro macchine da presa, delle Arriflex a mano, ne ho data una al fotografo, una alla costumista, una al truccatore, gente che non aveva mai girato nulla. Girate come vi pare, non me ne frega niente, girate! Ho impostato le scene, ho indicato i movimenti, e arraffando in velocità abbiamo portato a casa il girato» (pagina 327).

Tra i battitori liberi, alcuni sono impegnati anche politicamente, come Marina Piperno che, prima di iniziare la carriera vera e propria, giovanissima, ha partecipato al documentario di Ansano Giannarelli 16 ottobre 1943, sul rastrellamento nazista del ghetto di Roma. Altri garantiscono il fiuto per il giovane ancora sconosciuto che nasconde le virtù dell’artista di successo. Il dogma, in ogni caso, è la qualità, come insegna Galliano Juso: «La televisione commerciale ha fatto due danni, secondo me. Il primo è che ha tolto spettatori al cinema. Il secondo è che ha modificato il linguaggio. Si era formato un linguaggio cinematografico di qualità, invece con i film acquisiti dalla televisione, che concedeva i soldi anche per produrli, si è abbassato il livello. Un discorso che vale anche adesso. Non vorrei dire uno sproposito, ma non c’è un solo prodotto di qualità» (pagina 454).

L’altro dogma, stavolta universalmente riconosciuto, è il cinema quale industria di prototipi, una sorta di contraddizione in termini, perché la produzione in serie di un prodotto deve risultare pur sempre seriale. I film polizieschi, per quanto originali, comunque polizieschi sono e saranno. E infatti quasi tutti, candidamente, dopo aver inneggiato alla qualità, ammettono che per far quattrini si sono dedicati a operazioni collaudate dall’esito commerciale a colpo sicuro. Come è giusto, fra l’altro.

Sullo sfondo di tutte le voci intervistate aleggiano fantasmi comuni. La politica, da fiancheggiare certamente, ma di cui mai fidarsi davvero. Gli americani, ossia Hollywood, da rispettare e blandire, ma prendere per il naso non appena possibile. Il potere economico, quello vero, per esempio Silvio Berlusconi, da amare e odiare alla bisogna.

Sembra davvero una piccola storia d’Italia. Narrata a più voci come intorno al fuoco. Enunciata a seconda della serata, o di ciò che si sorseggia al momento. Tanto che non di rado le stesse figure, gli stessi episodi, le medesime situazioni affiorano in più conversazioni, e a seconda dell’interlocutore assumono toni e sapori diversi, irripetibili e singolari, davvero come prototipi in serie, o come i frammenti di un collage, che definiscono e al tempo stesso sabotano tutto l’insieme.

Centinaia di aneddoti ed episodi, decine e decine di giudizi e riflessioni, nomi che compaiono, spariscono e poi, come su un terreno carsico, riaffiorano chissà dove per poi sprofondare una volta ancora. E poi la consueta collezione di feticci tipici del miracolo italiano, primo fra tutti le cambiali, torreggianti su una miriade di progetti e film riusciti e falliti, pensati e mai fatti, realizzati e inabissati all’istante, e ultimo ma non ultimo il bluff, la piccola grande bugia da tirare fuori al momento giusto, il colpo da maestro senza copertura, il rischio che in effetti nulla rischia davvero.

Una piccola storia d’Italia, ancora, senza dubbio.

Maestri e allievi, grandi artisti e piccoli artigiani, faccendieri e capitani d’industria, occhi di lince e abbagli da non vedere niente. Il ritratto di un Paese che nasce e muore, e poi rinasce e rimuore, quindi si ricicla e si riproduce sotto mentite spoglie. Forse non cresce mai, ma questa è un’altra storia. Oppure no, è la stessa e identica storia. Il cinema italiano sempre e soltanto in crisi, non esiste anno o stagione, neppure le più splendenti e sfavillanti, che il cinema non dichiari la crisi definitiva, il colpo mortale. Sempre l’Italia e gli italiani. Crisi permanente, stellone da invocare, come nel calcio ai mondiali, e via con una sfilza di vittorie sorprendenti e sconfitte brucianti, acri e inattese. Film dichiarati bellissimi capolavori che falliscono al primo giorno di proiezione, e pellicole su cui non scommettere nemmeno uno scellino che sbancano al primo rullo.

Se dalle voci intervistate esce certo uno spaccato d’Italia in veste cinematografica, quale spaccato del cinema stesso, allora, può emergere infine? Il cinema è un sistema? Oppure un gioco? O magari una terra di nessuno? E gli abitanti di tale sistema, gioco o terra di nessuno, come si definiscono? Rispondono Luca Pallanch e Domenico Monetti nell’Introduzione: «Semo tutti parenti! Diceva con la consueta ironia Mario Monicelli. Anche nel vano produzione, è difficile districarsi tra parentele e affinità. Non a caso Gian Luigi Rondi, fratello del regista e sceneggiatore Brunello, definiva questo mondo che guidava idealmente presiedendo (a vita?) l’Accademia del Cinema Italiano, la mia famiglia».

Ecco, la famiglia. Sintesi perfetta di antropologia nazionale. Pallanch e Monetti, nipotini terribili, con un pizzico di sfacciataggine e tanto scrupolo filologico, ci regalano questo collage con cui è impossibile non fare i conti, nell’Italia di ieri e di oggi. E temo anche di domani.



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