Per Milan Kundera

Un ritratto del grande scrittore ceco appena scomparso. Ripercorriamo romanzi, i personaggi, le idee politiche e le visioni esistenziali di uno dei più grandi romanzieri della seconda metà del Novecento.

Francesco Cataluccio

Alla fine del romanzo più famoso di Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, il protagonista Tomáš ammette di essere felice: “Ma è una felicità paradossale, la sua. Ottenuta non malgrado il suo scetticismo, ma grazie ad esso. Tomáš si sente felice nel momento in cui perde il lavoro e tutto ciò che ha considerato come la propria missione. Bisogna piantarla di pensare che l’ottimismo sia legato alla felicità e lo scetticismo all’amarezza. Direi quasi che è vero il contrario”. Lo scettico Milan Kundera se n’è andato l’11 luglio a Parigi (dove era emigrato nel 1975), all’età di 94 anni. Ma la sua voce si era spenta da tempo. Era del resto sempre stato un uomo molto riservato. In un’intervista a Philip Roth, aveva confessato: “Quando ero un ragazzino, sognavo un miracoloso unguento che mi avrebbe reso invisibile. Poi sono diventato adulto, ho iniziato a scrivere, e ho voluto avere successo. Ora che sono conosciuto vorrei avere un unguento che mi renda invisibile”. È stato un grande scrittore, uno dei più grandi della seconda metà del Novecento. Romanzi come Lo scherzo (1967), Gli amori ridicoli (1972: il libro che preferiva perché “legato al periodo più felice della mia vita”), La vita è altrove (1973), e L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984) e i racconti de Il libro del riso e dell’oblio (1978), tutti pubblicati in italiano da Adelphi, pur essendo cambiato profondamente il contesto storico nei quali sono nati, rimangono attuali per la bellezza della scrittura, la costruzione dei personaggi e la profondità delle riflessioni filosofiche. Tutti fanno i conti con la morte della cultura nella nostra epoca. Kundera si colloca nella grande tradizione del romanzo dell’Europa Centrale. I suoi riferimenti costanti sono stati Kafka, Musil, Broch, Gombrowicz: “romanzieri meravigliosamente diffidenti verso l’illusione del progresso, diffidenti del kitsch della speranza. Il loro dolore per il tramonto dell’Occidente, non un dolore sentimentale. È un dolore ironico”.

Spesso Kundera ribadiva la sua convinzione che al giorno d’oggi non ci sia più spazio per gli scherzi: si prende tutto sul serio. Lo scherzo è il primo, bellissimo, romanzo di Kundera. I successivi sono sotto molti aspetti, com’è naturale, delle variazioni di questo tema. Ma quell’allegria, che è insita nella natura della burla, anche se ha conseguenze negative, è venuta a mancare. Gli scherzi non sono una forma di liberazione, sostiene giustamente Kundera. Ma sono una specie di boccata d’aria. Invece nei drammi e nelle sofferenze dei suoi personaggi, anche nelle situazioni “tragicomiche”, è sparita quest’allegra ombra. Sono gli scherzi la cosa che Kundera, passando a Parigi e adottando la lingua francese, ha lasciato a Praga. L’arte del romanzo (1988), scritto già in francese per un pubblico europeo, inizia così: “Nel 1935, tre anni prima di morire, Edmund Husserl tenne, a Vienna e a Praga, alcune famose conferenze sulla crisi dell’umanità europea. L’aggettivo ‘europeo’ designava per lui quell’identità spirituale che si estende al di là dell’Europa geografica (all’America, per esempio) e che è nata con la filosofia greca classica. Questa, secondo lui, per la prima volta nella Storia, intese il mondo (il mondo nel suo insieme) come una questione da risolvere. Lo interrogava non per soddisfare questo o quel bisogno pratico, ma perché l’umanità era pervasa dalla passione del conoscere”. Kundera ha portato l’Europa Centrale all’attenzione dei lettori di quella dell’Ovest, e l’ha fatto con intuizioni universalmente riconosciute nel loro fascino. Il suo richiamo alla verità e alla libertà interiore senza la quale la verità non può essere riconosciuta, la consapevolezza che nel cercare la verità si debba essere preparati a scendere a patti con la morte. Questo è quello che Kundera chiamava “lo spirito di Praga”: “Il castello di Kafka e Il buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek sono pieni di questo spirito. Uno straordinario senso della realtà. Il punto di vista dell’uomo comune. La Storia vista dal basso. Una semplicità provocante. Un genio dell’assurdo. Umorismo con infinito pessimismo”.

I romanzi, per lui, sono il racconto del Caos del mondo, la Vita con le sue contraddizioni, le luci e le ombre, mentre la Filosofia, che amava profondamente, è il tentativo di dare un Ordine: “La mia passione per la filosofia è tipica di un eclettico. Io non ricerco una verità: cerco la ricchezza di possibilità di vedere il mondo. La Fenomenologia è il punto di incontro tra la filosofia e il romanzo. Essa è la filosofia delle cose che sono evidenti, prima che la scienza le matematizzi (…) In generale tutti i pensieri che arrivano troppo facilmente ad un sistema, a un dogma, mi repugnano”.
Tutti i protagonisti, quelli maschi, delle storie di Kundera sono degli immaturi che non trovano nella realtà, nella Storia dal volto mostruoso, un luogo e un modo per realizzare pienamente la loro condizione umana. Kundera, invece di una comprensione umana per la debolezza del carattere degli uomini, cerca di mettere in evidenza i chiaroscuri dei loro atteggiamenti, evitando però accuratamente di assumere delle posizioni moraliste. Tutti i suoi “eroi”, in fondo, sono un po’ meschini, ma anche malinconicamente umani e simili a tutti noi, votati alla sconfitta o alla sottomissione: “I suoi connazionali, i quali, com’è noto non amano la parte dell’eroe (che lotta e vince), ma piuttosto quella del martire: infatti i martiri li rassicurano, confermandoli nella loro legale inazione e confermando che la vita offre solo due alternative: la rovina o l’obbedienza” . La tesi di Kundera è che ogni sistema totalitario, ma i sistemi politici in generale, sono macchine che bambinizzano gli adulti. Bisogna dimenticare la libertà, la propria individualità, tornare bambini, smettere di occuparsi delle grandi questioni politiche. Kundera nota che nel mondo moderno la giovinezza viene evocata non come una fase ma come un valore in sé. “Quando pronunciano questa parola, i politici hanno sempre uno sciocco sorriso in faccia. Ma io, quando ero giovane, vivevo in un periodo di terrore. Ed erano i giovani che supportavano il terrore, in larga maggioranza, attraverso l’inesperienza, l’immaturità, la loro moralità tutto-o-niente, il loro senso lirico”. Questa immaturità dilagante è per Kundera il nostro futuro: “I bambini non sono l’avvenire perché saranno un giorno adulti, ma perché l’umanità si avvicina sempre più a loro, perché l’infanzia è l’immagine dell’avvenire”. Invece il nostro vero futuro non è l’infanzia ma la vecchiaia: “Il vero umanismo della società si rivela attraverso la sua attitudine nei confronti della vecchiaia. È la vecchiaia, l’unico futuro che ognuno di noi affronta”.
Il libro del riso e dell’oblio è uno dei libri migliori e più profondi di Kundera: una serie di racconti che mettono a fuoco mirabilmente, e con amara ironia, la realtà dei Paesi oppressi da regimi totalitari, ma non solo quella. C’è, già nel titolo, racchiuso il senso della filosofia di Kundera: il riso, lo scherzo, lo scherno, la satira che corrode le palafitte del potere e anche la leggerezza come cifra caratteristica della nostra esistenza; l’oblio come violenza della Storia sugli uomini. Nel volume, la Cecoslovacchia appare come “il deserto dell’oblio organizzato”.  Mirek (protagonista del racconto La lettera perduta) sostiene infatti che: “La lotta dell’uomo contro il Potere è lotta della memoria  contro l’oblio.  Gli individui si agitano nella propria vita quotidiana: alcuni lottano proprio per uscire da quella cappa di anonimato che costituisce uno degli elementi fondamentali del mantenimento, da parte del Potere, di un consenso passivo della popolazione”. Per un paradosso, sostiene Kundera, è negli scaffali della polizia la nostra unica immortalità. Nel racconto Gli angeli, che rappresenta il trionfo dell’incubo dell’infantilismo, la protagonista Tamina si ritrova in un’isola (molto simile alla Cecoslovacchia degli anni Settanta), piena di bambini, soltanto bambini, dove risuona una musica idiota e il Presidente dell’oblio grida: “Fanciulli, vivere è la felicità!” (Deti, zit, to je stestì!) .

Paradossalmente, ma fino a un certo punto, il personaggio più dignitoso e coerente, ad esempio nell’Insostenibile leggerezza, è un cane di nome Karenin. Kundera fa un’impietosa analisi dei rapporti tra uomini e animali, a partire dalla Genesi: “Subito all’inizio della Genesi è scritto che Dio creò l’uomo per affidargli il dominio sugli uccelli, i pesci e gli animali. Naturalmente la Genesi è stata redatta da un uomo e non da un cavallo. Non esiste alcuna certezza che dio abbia affidato davvero all’uomo il dominio sulle altre creature. È invece più probabile che l’uomo si sia inventato Dio per santificare il dominio che egli ha usurpato sulla mucca e sul cavallo. Sì, il diritto di uccidere un cervo o una mucca è l’unica cosa sulla quale l’intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose. Questo diritto ci appare evidente perché in cima alla gerarchia troviamo noi stessi. Ma basterebbe che nel gioco entrasse una terza persona, ad esempio un visitatore da un altro pianeta, il cui Dio gli abbia detto: ‘Regnerai sulle creature di tutte le altre stelle!’, e tutta l’evidenza della Genesi diventerebbe di colpo problematica. Un uomo attaccato a un carro da un marziano, o magari fatto arrosto da un abitante della Via Lattea, si ricorderà forse della cotoletta di vitello che era solito tagliare nel suo piatto e chiederà scusa (in ritardo!) alla mucca”.
La misura della nostra umanità è nel rapporto che abbiamo verso gli animali.
Kundera ha il merito di aver sollecitato una riflessione sul kitsch come “essenza del nostro tempo”: il kitsch è la riduzione di tutti i criteri di valutazione delle azioni umane alla grandezza dell’effetto che producono. La trasformazione della razionalità nella crudeltà: “La crudeltà più terrificante è sempre connessa con la pretesa della letteratura di diventare, essa stessa, la Guida illuminata della Storia”. Anche per questo fu molto polemico verso la letteratura russa. Non sopportava Dostoevskij ma, come Nabokov, amava molto Tolstoj: “Tolstoj è stato forse il primo a comprendere il ruolo dell’irrazionale nel comportamento umano. Il ruolo giocato dalla stupidità: ma, soprattutto, dall’irresponsabilità delle azioni umane guidate da un subconscio che è sia incontrollato che incontrollabile. Il primo autore del monologo interiore non è Joyce ma Tolstoj”. Kundera contrapponeva a Dostoevskij i romanzieri francesi che amava molto, come Rabelais e Diderot: gli pareva che fossero riusciti a fare una sintesi di dolore e ironia, razionalità e insensatezza.
Nel discorso di ringraziamento per il conferimento del premio alla fiera di Gerusalemme (giugno 1985), Kundera disse: “C’è un bellissimo proverbio ebraico: ‘L’uomo pensa, Dio ride’”. (come ha notato Dennis Linder, il proverbio citato da Kundera è il proverbio yiddish Der Mensch tracht und Gott lacht. e quindi sarebbe da tradurre più correttamente “L’uomo fa dei progetti e Dio ride”). Kundera aggiunse: “Mi piace pensare che l’arte del romanzo sia venuta al mondo con François Rabelais, come eco del riso divino. Ma perché Dio ride, vedendo l’uomo che pensa? Perché l’uomo pensa e la verità gli sfugge. Perché più gli uomini pensano, più i loro pensieri divergono. E, infine, perché l’uomo non è mai quello che pensa di essere. (…) Proprio quando perde la certezza della verità e il consenso unanime degli altri che l’uomo diventa individuo. Il romanzo è il paradiso immaginario degli individui; è il territorio dove nessuno possiede la verità”. In quell’occasione Kundera sostenne che gli ebrei, esiliati dalla loro terra d’origine e quindi innalzati al di sopra delle passioni nazionaliste, hanno sempre mostrato un’eccezionale sensibilità per un’Europa sovranazionale, un’Europa concepita non come territorio ma come cultura”.

Kundera era convinto che la stupidità derivi dall’avere una risposta per ogni cosa e la saggezza derivi invece dall’avere, per ogni cosa, una domanda.  Come disse a Philip Roth che lo intervistava: “Il romanziere insegna alla gente a cogliere il mondo come una domanda” (Philip Roth, “The Most Original Book of the Season”, New York Times, 30 novembre 1980). L’atteggiamento di sfiducia radicale nella “razionalità storica e politica”, Kundera lo ha sicuramente accentuato con la delusione politica. Kundera aderì al Partito comunista cecoslovacco nel 1948. Fu espulso nel 1950. Fu riammesso automaticamente nel 1956. Venne di nuovo, e definitivamente, espulso nel 1970: “In passato, anch’io ho creduto che l’avvenire fosse il solo giudice competente delle nostre opere e delle nostre azioni. Poi ho capito che il flirt con l’avvenire è il peggiore dei conformismi, la vile adulazione del più forte. Perché l’avvenire è sempre più forte del presente”. Ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, Kundera affida al protagonista Tomáš una riflessione assai lucida e impietosa sulle responsabilità, di grande attualità: “Chi pensa che i regimi comunisti dell’Europa Centrale siano esclusivamente opera di criminali, si lascia sfuggire una verità fondamentale: i regimi criminali non furono creati da criminali ma da entusiasti, convinti di aver scoperto l’unica strada per il paradiso. Essi difesero con coraggio quella strada, giustiziando per questo molte persone. In seguito, fu chiaro che il paradiso non esisteva e che gli entusiasti erano quindi degli assassini. Allora tutti cominciarono a inveire contro i comunisti: ‘Siete responsabili delle sventure del Paese (è impoverito e ridotto in rovina), della perdita della sua indipendenza (è caduto in mano alla Russia), degli assassinii giudiziari’. Coloro che venivano accusati rispondevano: ‘Noi non sapevamo! Siamo stati ingannati Noi ci credevamo! Nel profondo del cuore siamo innocenti!’. La discussione si riduceva a questa domanda: ‘Davvero loro non sapevano? Oppure facevano solo finta di non aver saputo nulla?’. Tomas seguiva la discussione (così come la seguivano tutti i dieci milioni di cechi) e si diceva che tra i comunisti c’era sicuramente chi non era del tutto all’oscuro (dovevano pur sempre aver sentito parlare degli orrori che erano stati commessi e che venivano ancora commessi nella Russia postrivoluzionaria). Ma era probabile che la maggior parte di loro non ne sapesse davvero nulla. E si disse che la questione fondamentale non era: ‘Sapevamo o non sapevamo?’, bensì: ‘Si è innocenti solo per il fatto che non si sa? Un imbecille seduto sul trono è sollevato da ogni responsabilità solo per il fatto che è un imbecille?’ Ammettiamo pure che un procuratore ceco che all’inizio degli Anni Cinquanta chiedeva la pena di morte per un innocente sia stato ingannato dalla polizia segreta russa e dal proprio governo. Ma ora che sappiamo tutti che le accuse erano assurde e i giustiziati innocenti, com’è possibile che quello stesso procuratore difenda la purezza della propria anima e si batta il petto: ‘La mia coscienza è senza macchia, io non sapevo, io ci credevo’. La sua irrimediabile colpa non risiede proprio in quel ‘Io non sapevo! Io ci credevo!’? Fu allora che a Tomas tornò in mente la storia di Edipo: Edipo non sapeva di dormire con la propria madre ma, quando capì ciò che era accaduto, non si sentì innocente. Non poté sopportare la vista delle sventure che aveva causato con la propria ignoranza, si cavò gli occhi e, cieco, partì da Tebe. Tomas sentiva le grida dei comunisti che difendevano la loro purezza interiore e diceva tra sé: ‘Per colpa della vostra incoscienza la nostra terra ha perso, forse per secoli, la sua libertà e voi gridate che vi sentite innocenti? Come potete ancora guardarvi intorno? Come potete non provare raccapriccio? Siete o non siete capaci di vedere? Se aveste gli occhi, dovreste trafiggerveli e andarvene da Tebe!’”.

Già dagli anni Ottanta (l’intervista che ho qui sovente citato, a cura di Olga Carlisie, è comparsa sul New York Times il 19 maggio 1984), Kundera non credeva più né nella sinistra né nella destra. Li trovava concetti sorpassati: “Il pericolo che ci minaccia è l’impero totalitario. Khomeini, Mao, Stalin: sono di sinistra o di destra? Il totalitarismo non è mai di sinistra o di destra, e dentro il suo dominio entrambi periranno. Non sono mai stato un credente, ma dopo aver visto i cattolici cechi essere perseguiti durante il terrore stalinista, ho sentito la più profonda solidarietà nei loro confronti. Ciò che ci separava, la fede in Dio, era secondario rispetto a ciò che ci univa. A Praga, impiccavano i socialisti e i preti. Nacque così una fratellanza tra impiccati. È per questo che l’ostinata lotta tra sinistra e destra mi sembra obsoleta e abbastanza provinciale. Odio partecipare alla vita politica, nonostante la politica mi affascini come spettacolo. Un tragico, mortale spettacolo a Est; intellettualmente sterile ma divertente in Occidente…”.
Oggi non è più nemmeno così: decisamente peggio. E vale sempre quella barzelletta boema che Kundera amava raccontare: “Un ceco fa richiesta di un visto per emigrare. Il funzionario gli chiede: “Dove vuole andare?”, “Non importa” risponde l’uomo. Gli dà un mappamondo: “Per favore, scelga”. L’uomo guarda il mappamondo, lo gira lentamente e dice: “Non ha un altro mappamondo?”.

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CREDITI FOTO: Elisa Cabot|Flickr

 

 



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