“Per un atlante della memoria operaia”

“Per un atlante della memoria operaia” (DeriveApprodi), a cura di Lorenzo Teodonio e Mario Tronti, si pone l’obiettivo di raccontare l’operaio nel suo spazio umano, nel suo tempo di vita, che si sviluppa anche al di fuori del suo conflitto con la fabbrica. Oggi, lo si può fare considerando i nuovi antagonismi interni anche a settori tradizionalmente estranei al conflitto sociale. Sullo stato delle cose presenti il libro riapre una prospettiva umana e letteraria che suona come un invito a farsi avanti e a narrare la propria storia.

Francesco 'Pancho' Pardi

E’ uscito presso DeriveApprodi Per un atlante della memoria operaia, a cura di Lorenzo Teodonio e Mario Tronti. Il lettore potrebbe aspettarsi un repertorio tra cronaca e storia. In realtà scopre subito fin dal primo dei ventuno testi (Memoria vivit, di Mario Tronti) che gli aspetti oggettivi sono intrecciati di proposito con le attitudini soggettive esercitate anche nelle forme dell’invenzione: una prova di letteratura operaia.
Tronti ammette un limite dell’operaismo. L’attenzione alla composizione sociale e politica della classe, sempre colta nel suo conflitto con la fabbrica e con la prassi complessiva del capitale, ha trascurato la dimensione esistenziale, la “quotidiana vita vissuta dell’operaio anche dentro la sua classe”. Mentre “i borghesi le loro forme di vita le hanno ben coltivate e mirabilmente narrate” a noi “è mancata un’antropologia operaia”. Abbiamo visto l’operaio in lotta, nella fabbrica e nella società ma ora “è il momento di vederlo dal di dentro, nel suo spazio umano, nel suo tempo di vita…nel flusso delle generazioni che si sono susseguite in quel luogo benedetto-maledetto, che è stato, che è, la fabbrica moderna.”
Il libro sperimenta liberamente questa intenzione. I testi a carattere saggistico di tipo storico-economico non sono più di quattro o cinque. Marta Fana e Sergio Bologna ragionano sulla situazione attuale. La potenza delle lotte operaie aveva persuaso i capitalisti che concentrare grandi masse operaie nello stesso posto era un errore strategico. Così la produzione si è dissolta nella fabbrica diffusa e nei mercati del lavoro a basso costo. Ciò ha spento la rilevanza delle masse operaie ma ha allargato la condizione operaia al di fuori delle attività produttive. Nascono così nuovi antagonismi di cui si deve cogliere la dinamica in atto, anche in settori tradizionalmente estranei al conflitto sociale. Alessandro Leogrande interroga l’enigmatica, irrisolta transizione del Sud dal sottosviluppo al “senza sviluppo”. Giuseppe Filippetta invece volge uno sguardo retrospettivo con un excursus dagli albori del movimento operaio alle lotte degli anni ’50.
Più numerosi i testi a vocazione letteraria o memorialistica. Sono storie inventate e storie vere sulla variopinta realtà dei lavori precari, dispersi nello spazio e nelle condizioni sociali più diverse  Il collettivo MentalMente propone un glossario polemico ma proprio per questo non privo di allegria. Ed ecco gli altri autori e i loro racconti. Tino di Cicco: i fidanzati fedeli e poveri, separati dalla guerra si ritrovano miracolosamente e, incredibile, si sposano. Angelo Ferracuti: Dumbia e Jacob, migranti, lavoratori a giornata, per ferma volontà fanno anche i sindacalisti di strada nella Piana di Gioia Tauro. Simona Baldanzi: la pallavolista schiappa scopre che il suo “ritardo” può produrre schiacciate imprendibili, ma il merito è della squadra. Eugenio Raspi: il cinquantenne umbro già precario da tre anni si mette alla prova nel colloquio per un nuovo impiego in un’azienda d’avanguardia nella pianura emiliana; esito malinconico ma non deprimente. Alberto Prunetti: la lotta incredibile della GKN; ci vorrebbe Nanni Balestrini per raccontarla ma non hanno bisogno di supplenza intellettuale gli operai che la raccontano in prima persona. Giovanni Iozzoli: i tormenti di un delegato sindacale emiliano, immerso nel “mosaico di facce, di storie e di sfighe” della piccola industria, in apparenza periferica e secondaria (in realtà connessa al grande ciclo internazionale) e sede che sembra fatta apposta per la frammentazione di classe. Rita di Leo: il breve (forse troppo) ritratto affettuoso del suocero Giuseppe Accornero, autentico operaio professionale a Torino tra la Seconda guerra mondiale e la ricostruzione. Marino Severini: chitarrista e scrittore, l’autore fotografa la dura metamorfosi recente di Sesto San Giovanni, una volta la Stalingrado d’Italia, con una clausola che vale per l’intero volume: la classe operaia anche se sconfitta va sempre cantata, perché è stata soprattutto una civiltà meravigliosa. Tema ripreso da Tronti nella sua introduzione.
La memoria del lavoro operaio scomparso resta come solido termine di confronto che ci fa misurare la scomposizione attuale, crogiuolo tuttavia di nuovi inediti processi soggettivi. E un confronto Tina Babai Tehran inscena tra due testi di Calvino sulla condizione operaia, il primo del 1964, il secondo del 1980: solo sedici anni separano due mondi che non potrebbero essere più diversi. Ma l’arte non è solo letteratura e così c’è spazio per le arti figurative nei capitoli di Jacopo Galimberti, Pier Vittorio Aureli, Action30 e Giuseppe Filippetta. E un versatile musicista, Massimo Zamboni, ricorda i morti di Reggio Emilia del luglio 1960.  Chiude il libro un piccolo repertorio fotografico di facce operaie proposto da Maurizio Maggiani.
Breve promemoria a puro titolo indicativo. La condizione operaia nella letteratura italiana potrebbe essere seguita attraverso la parabola dal lavoro tradizionale al lavoro precario: Tre operai di Carlo Bernari (1934), Metello di Vasco Pratolini (1955), Donnarumma all’assalto e La linea gotica di Ottiero Ottieri (1959 e 1962), Memoriale di Paolo Volponi (1965), Vogliamo tutto di Nanni Balestrini (1971), Tuta blu. Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud di Tommaso di Ciaula (1978), La dismissione di Ermanno Rea (2002), e infine Works di Vitaliano Trevisan (2016). Il lettore interessato aggiungerà ciò che riterrà necessario.
Sul lavoro operaio pende un interrogativo implicito nel secondo comma dell’art. 4 della Costituzione: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”.  Quali possibilità? E la scelta sarà libera o obbligata? Il lavoro operaio è una scelta o un destino? Si immagina facilmente la dignità del lavoro difficile e sofisticato dell’operaio professionale. Più arduo vederla nel lavoro anonimo e ripetitivo alla catena di montaggio, dove l’operaio è il servente della macchina. Quando l’amore del lavoro è sostituito dal rifiuto del lavoro, il capitalista rende il lavoro un miraggio e lo impone alle condizioni meno dignitose. Sullo stato delle cose presenti il libro riapre una prospettiva umana e letteraria che suona come un invito a chi vuole prendere la parola: fatevi avanti, narrate la vostra storia.



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