Per una filosofia della guerra

Il capovolgimento della realtà sotteso dalla formula della “guerra per procura” utilizzata dalla propaganda russa ha una lunga genealogia nei testi classici della “filosofia della guerra”.

Fausto Pellecchia

Pretesti
Tra le nuove forme di guerra totale, sta ottenendo sempre più ampie adesioni, soprattutto tra le fila della dissidenza pacifista anti-atlantica in Europa, la formula della “guerra per procura” ingaggiata dalla Nato contro la Russia attraverso l’Ucraina. Il conio linguistico della formula, tuttavia, risale alle analisi di Dimitri Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza della Federazione russa, – fedelissimo di Putin e uno dei falchi del Cremlino – che su Telegram, agitando lo spauracchio del conflitto atomico, ha recentemente dichiarato: «I discorsi interminabili degli analisti stranieri sulla guerra della Nato con la Russia non si placano. Inoltre, il cinismo delle “teste parlanti” occidentali sta diventando sempre più schietto. Si sforzano di introdurre la tesi secondo cui la Russia sta spaventando il mondo inserendo un conflitto nucleare nell’agenda […] Nel contesto della guerra per procura con la Russia, voglio specificare ancora una volta molto chiaramente le cose che dovrebbero essere ovvie per tutte le persone ragionevoli»; e cioè, che «la sostituzione di un conflitto diretto e aperto della Nato con la Russia» con la «guerra per procura» che secondo Medvedev l’Alleanza Atlantica starebbe conducendo comporterebbe dei seri rischi. «Un conflitto del genere rischia sempre di trasformarsi in una vera e propria guerra nucleare. Sarà uno scenario catastrofico per tutti. Questo è evidente, quindi occorre non mentire con sé stessi e con gli altri». La Nato dovrebbe dunque «pensare alle possibili conseguenze delle sue azioni». Nel mirino di Medvedev c’è innanzitutto la fornitura delle armi a Kiev e l’addestramento dei soldati ucraini all’uso di queste. L’ex-presidente russo ha scritto su Twitter: «Il pompaggio di armi all’Ucraina da parte dei Paesi della Nato, l’addestramento delle sue truppe all’uso degli equipaggiamenti occidentali, l’invio di mercenari e lo svolgimento di esercitazioni da parte dei Paesi dell’Alleanza vicino ai nostri confini aumentano la probabilità di un conflitto diretto e aperto tra Nato e Russia invece della loro “guerra per procura”. Un tale conflitto rischia sempre di trasformarsi in una vera e propria guerra nucleare». In questo contesto, anche la recente richiesta di ingresso nella Nato inoltrata autonomamente dalla Finlandia e dalla Svezia – ed ancora sub judice – viene etichettata come una chiara minaccia aggressiva nei confronti della Russia. Come si vede, si tratta di un abile ribaltamento delle responsabilità circa l’inizio delle ostilità, che tende a cancellare ogni differenza tra attacco e difesa, tra aggressione e risposta difensiva. Ma questo disinvolto capovolgimento delle cause e degli effetti, delle provocazioni e delle reazioni all’invasione militare, ha alle sue spalle una lunga genealogia nei testi classici della “filosofia della guerra”.

Portare von Clausewitz all’estremo
Tra i fondamenti di una moderna “filosofia della guerra” va annoverato un libro che riprende il colloquio, intervenuto nel 2007, tra René Girard e un suo amico, il saggista Benoît Chantre, pubblicato da Adelphi (tr.it. G. Fornari), l’anno successivo, con il titolo Portando Clausewitz all’estremo. Il tema del colloquio è infatti costituito dalla teoria del generale prussiano Carl von Clausewitz, autore, all’inizio del XIX secolo, del celebre saggio Della guerra (1832). Ma Girard tende a offrirne una lettura obliqua, che lo pone in risonanza con la sua antropologia incentrata sul desiderio mimetico. L’idea di fondo è la seguente: con la guerra napoleonica (nella interpretazione di Clausewitz) si è aperto un ciclo di violenza che costituisce un “portare agli estremi” e che in due secoli ha contaminato il mondo inclinandolo verso l’autodistruzione, in funzione del principio di rivalità mimetica generalizzato. Nel corso del dialogo con Chantre, Girard esibisce lo stesso talento ermeneutico che traspare nel suo Menzogna romantica e verità romanzesca: Le mediazioni del desiderio nella letteratura e nella vita (1977) [tr.it. L.Verdi-Vighetti, Bompiani, Milano, 2021]. Siamo perciò indotti a immaginarlo mentre si sporge sulle spalle di un Clausewitz spaventato che indietreggia davanti alla propria scoperta di una violenza che nulla più riesce ormai ad arrestare.

In questo schema confluiscono le due problematiche più rilevanti del pensiero di Girard: da un lato, la legge dei rapporti umani secondo la quale si desidera sempre e innanzitutto ciò che l’altro desidera. Di qui, la concatenazione del risentimento e della vendetta che le religioni arcaiche riuscirono a contenere grazie alla designazione di un “capro espiatorio”, di un falso colpevole che veniva sacrificato per la pace sociale. Com’è noto, nello schema di Girard è il Cristo e la sua passione che, disvelando la menzogna insita nel rito sacrificale, invitano gli uomini a rinunciare alla violenza.

D’altra parte, l’analisi del pensiero di Clausewitz permette a Girard di collocare il suo lavoro antropologico in una prospettiva storica. C’è stato un momento nella storia in cui la violenza è diventata imprevedibile e la razionalità politica ha fallito nel contenerla; è l’epoca dell’indifferenziazione generalizzata che, puntando sullo scontro mimetico, deflagra in una guerra che viene sempre più “teologizzata” (come nelle espressioni “l’esercito di Satana”, “l’Asse del male” ecc.). L’impero non è dunque più né occidentale né americano, ma coincide piuttosto con “l’esibizione della violenza”: la sua posta in gioco non è più quella della lotta di tutti contro tutti, ma quella “binaria” del tutto o niente. Ricordando che la fine dei tempi non è lo scatenamento dell’ira divina ma quello della violenza degli uomini tra loro, le cui conseguenze mondiali pervengono fino a pervertire la natura, Girard conclude: “Da questo punto di vista, l’Apocalisse è cominciata”.

La guerra totale
Seguendo l’interpretazione radicale che Girard costruisce, l’orizzonte di ogni guerra nella storia dell’umanità è rappresentato dalla guerra assoluta. La posta in gioco nella conversazione di Girard e Chantre è il tentativo di reinscrivere l’apporto teorico di Clausewitz nella teoria girardiana della rivalità mimentica. Il filosofo ritorna dapprima sull’idea di “portare agli estremi” che caratterizza nel libro del generale prussiano la guerra “ideale”, nel senso che essa sfocia infine nello scatenamento totale della violenza, fino allo sterminio dell’altro, unica maniera di metterlo definitivamente nella condizione di non nuocere, Per la maggior parte dei commentatori, questa “guerra assoluta” è una finzione, un paradigma normativo ovvero “una fantasia logica”, poiché le guerre che esistono realmente nella storia sarebbero comunque più moderate.

Per Girard, al contrario, bisogna prendere più seriamente quella definizione: «Si potrebbe dire che “portare all’ estremo” non può trovare all’epoca di von Clausewitz le condizioni della sua applicazione; che non si è ancora nell’apocalisse, ma che si tende sempre più verso questo assoluto […]; che gli uomini, in un certo senso, non sono ancora capaci di far coincidere la guerra reale con il suo concetto, ma che un giorno ci arriveranno». In altre parole, osserva Girard, non è perché al tempo di Clausewitz questa apocalisse non era ancora sopraggiunta che essa non è l’ultimo orizzonte di ogni guerra. «Gli uomini, bisogna avere la lucidità di riconoscerlo, tendono per sé stessi verso questo annientamento».

Il momento di Napoleone
L’epoca contemporanea testimonia di uno slittamento, che ha per origine una dimensione tecnica: lo sviluppo degli armamenti fno all’invenzione della bomba atomica. Ma, nota Girard, c’è soprattutto un ribaltamento antropologico, di cui Napoleone – che rappresenta il “fantasma ossessivo” di von Clausewitz – è il simbolo.

La corsa abissale della violenza generalizzata ha inizio nella battaglia di Iena del 1806: la vittoria di Napoleone porta alla sparizione del Sacro Romano Impero Germanico, all’umiliazione della Prussia e all’esilio di von Clausewitz. Ma essa implica, per contraccolpo, la nascita del sentimento nazionale tedesco e il suo sogno di unità sotto l’egemonia di una Prussia militarizzata. Da qui scaturiranno le vittorie tedesche nel 1870 e le due guerre mondiali che dissangueranno l’Europa.

Sul piano teorico, osserva Girard, «Clausewitz insiste […] sull’evento fondamentale della Rivoluzione, che è costituito dal servizio militare obbligatorio. Il suo risentimento gli permette di portare allo scoperto ciò che i teorici militari non vedono: il fatto che non c’è più un’aristocrazia, che le guerre moderne non sono più un’arte o un gioco, ma sono sol punto di diventare una religione. Le guerre napoleoniche sono il soprassalto che ha provocato questa mutazione delle società europee. Ed io penso che questa militarizzazione è uno dei fattori dell’indifferenziazione in corso di compimento, una volta che si è voltata la pagina dei conflitti regolati e codificati».

“Indifferenziazione” è la parola fondamentale nell’interpretazione mimetica di Girard. È l’indifferenziazione degli uomini e delle nazioni che produce lo scatenamento della violenza, non più canalizzata attraverso i codici tradizionali della guerra. Gli uomini sono tanto più aggresivi quanto più si imitano a vicenda. La loro somiglianza, sempre più rimarchevole, è per essi insopportabile. «Gli uomini si distinguono dagli animali per il fatto che questi ultimi riescono a contenere la loro violenza nelle […] reti della dominanza». Negli umani, al contrario, l’imitazione prende il sopravvento: «La rivalità diviene gemellare e i rivali tendono a rassomigliarsi sempre di più». Se l’altro si arma, io reagisco armandomi, in una fuga in avanti vertiginosa in cui si prepara l’ultima, estrema esplosione della violenza, che sembra comunque inevitabile – senza, tuttavia, diventarlo necessariamente. È questo il dispositivo che Clausewitz nomina, senza concettualizzarlo fino in fondo, come “principio mimetico”, “reciprocità d’azione”.

Un annientamento differito
Il faccia-a-faccia dei gemelli che si affrontano genera un “sentimento di ostilità” che continua a gonfiarsi. La temporalità della guerra si distende e cambia dimensione: «L’azione reciproca provoca e differisce, al tempo stesso, l’ascesa all’estremo». La vittoria non sarà più immediata; ma proprio per il fatto che non è più immediata, dovrà esere totale. «Entriamo nel gioco delle diverse supposizioni sulle intenzioni dell’avversario, nel calcolo delle probabilità, ecc. […] L’urto, proprio perché differito, sarà più tremendo. La violenza non è mai persa per la violenza. Non è più rimovibile». Essa cresce all’infinito, anche quando si tratta di prepararsi, in apparenza difensivamente, a resistere a un attacco. Ormai attacco e difesa si confondono, come attesta l’uso sempre più disinvolto di “attacco preventivo”, ovvero di “difesa anticipata”. Di fatto, ogni strategia difensiva diviene una provocazione mimetica che alimenta la fuga in avanti delle possibili contromosse. In questo nuovo contesto, ritorna quindi l’idea che la guerra ha come orizzonte strutturale l’apocalisse: «Il concetto di difesa comprende quello di attacco […] È il modo più idoneo di far coincidere la guerra e il suo concetto». Nell’epoca contemporanea, esiste un “primato della difesa” che comporta il fatto che «la violenza va sempre più trionfando». In fin dei conti, l’ipertrofia della difesa, manifestazione di una tensione sempre sospesa, rischia di generare un attacco preventivo, ultima esplosione della logica mimetica: «Il rifiuto dell’uno richiama la volontà dell’altro. L’osservazione armata non è dunque per nulla un freno alla violenza bellica, ma è ciò che la fa scoppiare in maniera imprevedibile».

La lezione della storia
Ormai, ogni attacco diventa una reazione difensiva, tanto che risulta impossibile identificare chi ha iniziato la guerra: «È sempre difficile sapere chi attacca per primo: in un certo senso, è sempre colui che di fatto non attacca! […] Tra gli uomini, se nessuno mai ha la sensazione di aggredire, è perché tutto si gioca sempre nella reciprocità. […] Le persone hanno sempre l’impressione che sia l’altro ad attaccare per primo, che non sono mai state loro a cominciare, mentre, da un certo punto di vista, è sempre su di esse che cade la responsabilità». René Girard ne offre la prova con la storia: «È perché diceva di “rispondere” alle umiliazioni del trattato di Versailles e all’occupazione della Renania che Hitler ha potuto mobilitare un intero popolo; a sua volta, è perché “rispondeva” all’invasione tedesca che Stalin ottiene una vittoria decisiva contro Hitler. È perché risponde agli Stati Uniti che Osama bin Laden organizza l’11 settembre e le sue conseguenze». Ed oggi, ancora una volta, una retorica menzognera e in malafede viene quotidianamente mobilitata da Vladimir Putin per giustificare la sua invasione dell’Ucraina.

 

(credit foto EPA/RUSSIAN DEFENCE MINISTRY PRESS SERVICE/HANDOUT)



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