Perché accanirsi sul reddito di cittadinanza?

Prima la manovra targata Fratelli d’Italia ha distinto i fruitori dell’RdC fra occupabili e non occupabili, poi ha mantenuto il beneficio ai non occupabili, poi è stato tolto a chiunque rifiuti un’offerta di lavoro congrua. Di fronte a tanto accanimento, da parte di una maggioranza così misericordiosa verso altre categorie di reietti, tipo gli evasori, viene spontaneo chiedersi: perché?

Mauro Barberis

La cosa meno natalizia ma più chiara, nella (mal)destra manovra di bilancio, è l’accanimento contro il reddito di cittadinanza (RdC). Con tutte le riserve che si possono nutrire verso il provvedimento-bandiera del M5S e ora del nuovo PC (il Partito di Conte), si avverte una sorta di sadismo negli emendamenti che lo restringono. Come se si volesse far pagare ai percettori non solo il fallimento di uno dei suoi due obiettivi, far crescere l’occupazione, ma anche il parziale conseguimento di altri due. Il primo, alleviare la povertà, specie durante la pandemia e per almeno un milione di italiani, secondo l’Istat. Il secondo, attuare un principio costituzionale lungamente inattuato quasi soltanto in Italia: quell’art. 38/2 Cost. che attribuisce un autentico diritto all’assistenza anche a chi è colpito, oltre che da invalidità e altre sciagure, da «disoccupazione involontaria».

E invece. Prima la manovra targata soprattutto Fratelli d’Italia ha distinto i fruitori dell’RdC fra occupabili e non occupabili, in base a un requisito – l’occupabilità – spesso incerto. Poi ha mantenuto il beneficio ai non occupabili ma lo ha tolto agli occupabili, sia pure dopo un periodo transitorio di otto mesi, subito dopo ridotti a sette, costringendo tutti a rifare i conti. Ancora, l’Rdc è stato tolto a chiunque rifiuti un’offerta di lavoro congrua, poi divenuta, per un emendamento poco caritatevole del cattolico Maurizio Lupi, qualsiasi offerta, anche traferirsi da Trapani a Bolzano con il divano e tutto. Per non parlare del soprassalto punitivo, che non sarebbe spiaciuto neppure lui al Divino Marchese di togliere il reddito anche a chi, fra i 18 e i trent’anni, non ha ancora finito le scuole dell’obbligo e non si iscriva ad appositi corsi di recupero (o si butti in politica). Che sembrerebbe sadismo astratto, rivolto a nessuno, se non sapessimo che fra il 2018 e il 2020 sono stati centomila i ragazzi sino ai 18 anni persi dalla scuola, il 4,2% del totale secondo la fondazione Agnelli, e fra i 18 e i 24 anni addirittura il 13,1%, di nuovo secondo l’Istat.

Di fronte a tanto accanimento, da parte di una maggioranza poi così misericordiosa verso altre categorie di reietti, tipo gli evasori, cui si devono ben altre voragini nei conti dello Stato, viene spontaneo chiedersi: perché? «Follia pura», ribatte semplicisticamente l’ex premier Conte, passato dall’alleanza con la Lega alle posizioni del Che Guevara. Più moderata, la ministro del lavoro Calderone ha promesso un decreto che «metterà i puntini sulle i» della parola “congruità”, i che però sono poi una sola. Mentre il Cognato e Portavoce della Meloni, ora anche Ministro della Sovranità alimentare, Lollobrigida, ha messo il dito nella piaga chiedendo retoricamente: «esistono lavori che vanno bene per gli immigrati ma non vanno bene per gli italiani?».

Perché tanta acredine, insomma? Per un sussulto di liberismo da parte della vecchia destra sociale, che colpisce ceti in realtà dispostissimi a votarla? Per mantenere almeno una, la più a buon mercato, delle tante promesse fatte in campagna elettorale? O forse, più sadicamente ancora, per una sfida rivolta all’ultima sinistra rimasta, quella posticcia del Partito di Conte, del tipo: fate ostruzionismo, se avete il coraggio di mandare l’Italia in esercizio provvisorio, come non succedeva dal 1988. Nel dubbio, proporrei di vedere il bicchiere mezzo pieno. Ormai il RdC è andato, facciamocene una ragione, ma dal 2023 si potrà dare la caccia ai cinghiali in città, e cucinarli pure.



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