Perché l’intelligence israeliana non ha saputo prevedere l’attacco di Hamas

Emerge con chiarezza il fallimento degli apparati di intelligence che non hanno previsto né saputo contenere un attacco che non ha precedenti nella storia per violenza e vittime lasciate sul campo. Un grave danno per la credibilità di Netanyahu, che ha costruito buona parte del successo della propria decennale carriera politica presentandosi come infallibile garante della sicurezza degli israeliani.

Lorenzo Giovannetti

All’alba di sabato 7 ottobre Hamas ha lanciato un attacco senza precedenti dalla striscia di Gaza colpendo il territorio di Israele con il lancio di migliaia di razzi e con un’incursione via mare e via terra che ha sfondato la barriera che isola Gaza in prossimità del valico di Eretz. L’offensiva del gruppo islamista, nato nel 1987 come costola della Fratellanza musulmana egiziana e che dal 2006 controlla Gaza, è arrivata durante il giorno di Shabbat e della festa di Simchat Torah cogliendo impreparati i servizi di intelligence israeliana. Le tempistiche dell’attacco diventano inquietanti se si pensa che lo scorso 6 ottobre, un giorno prima dell’attacco di Hamas, si celebrava il cinquantesimo anniversario della Guerra dello Yom Kippur, che prese il via con un attacco congiunto di Siria e Egitto nelle alture del Golan e nella penisola del Sinai che colse di sorpresa il governo dell’allora primo ministro Golda Meir.
Nelle ore successive all’attacco Mohammad Deif, uno dei leader delle Brigate Al Qassam, braccio militare di Hamas, ha annunciato l’avvio dell’operazione militare “Alluvione di Al-Aqsa” con lo scopo di porre fine alla “profanazione dei luoghi sacri a Gerusalemme” e alla continua incarcerazione di prigionieri palestinesi.

Nelle prime ore dell’attacco i miliziani di Hamas hanno preso il controllo di diversi villaggi nel sud Israele e nelle aree adiacenti alla striscia di Gaza. Sono almeno 700 gli israeliani ad aver perso la vita nei primi due giorni di conflitto e fanno particolarmente orrore le immagini dell’attacco alle migliaia di partecipanti al festival Supernova, un rave che si stava tenendo nel sud di Israele e nel corso del quale sono stati uccisi almeno 250 giovani e sono stati presi diversi ostaggi, poi trascinati all’interno della striscia di Gaza.
Le migliaia di razzi lanciati da Hamas hanno raggiunto Tel Aviv, Gerusalemme e altre città israeliane, ma sono stati in buona parte intercettati dal sofisticato sistema antimissilistico Iron Dome.
Da parte sua, Israele ha risposto con l’annuncio del premier Netanyahu dello stato di guerra e dell’avvio dell’operazione “Spada di Ferro”, con la promessa (ancora una volta) di sradicare la presenza di Hamas dalla Striscia di Gaza e di riconquistare i villaggi e i kibbutz occupati dalle incursioni dei miliziani palestinesi. Nella mattinata di lunedì è arrivato l’annuncio del blocco totale di Gaza, mentre gli inviti rivolti alla popolazione dalle autorità israeliana a evacuare la Striscia si scontrano con la realtà dei fatti di una prigione a cielo aperto da cui è pressoché impossibile evadere. Resta da chiarire il ruolo dell’Egitto, tradizionalmente mediatore delle crisi a Gaza e che considera, alla stregua dell’Occidente, Hamas un’organizzazione terroristica. I riservisti richiamati da Israele sono più di 300.000 (mai tanti nella storia) e sono oltre 400 i morti causati dai bombardamenti di rappresaglia a Gaza, con intere famiglie decimate e interi palazzi abbattuti.

Netanyahu, ora, si trova ad affrontare quella che è probabilmente la peggior crisi di sicurezza interna della storia di Israele. La coalizione che sostiene il suo governo, il più di destra della storia dello stato ebraico, ha avallato per quasi un anno la costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania e l’instaurazione di un clima di razzismo nei confronti degli arabi, sia nel territorio di Israele che nelle aree occupate illegalmente a partire dalla Guerra dei Sei giorni del 1967. La stessa stampa israeliana, dal progessista Haaretz al ben più conservatore Jerusalem Post, sottolinea le responsabilità di Netanyahu e dei suoi alleati della destra religiosa nell’aver esasperato un clima di tensione e rabbia che è culminato nell’attacco di sabato mattina. Sono 250 i palestinesi che hanno perso la vita in Cisgiordania nel 2023 per mano israeliana, con la preoccupante (e più volte documentata) intensificazione delle violenze da parte dei coloni israeliani che è culminata nel pogrom della città di Huwara della scorsa primavera. Unione Europea non sono stati in grando di prendere una posizione chiara e forte per limitare le spinte della destra religiosa israeliana, e le violazioni del diritto internazionale non hanno mai avuto reali conseguenze.
Oltre al dato politico, emerge con chiarezza il fallimento degli apparati di intelligence che non hanno previsto né saputo contenere un attacco che non ha precedenti nella storia per violenza e vittime lasciate sul campo. Un grave danno per la credibilità di Netanyahu, che ha costruito buona parte del successo della propria decennale carriera politica presentandosi come infallibile garante della sicurezza degli israeliani. A differenza di quanto successo in passato (come nel 2021 in seguito all’escalation di violenza che fece seguito agli sfratti di Sheikh Jarrah) viene difficile pensare che il nuovo conflitto venga “in soccorso” di Netanyahu, ricompattando gli schieramenti politici intorno alla sua divisiva personalità. L’immagine di Bibi è già compromessa da anni dalle accuse di corruzione e da ormai più di sei mesi nelle piazze delle città israeliane centinaia di migliaia di israeliane protestano contro la riforma della giustizia che romperebbe gli equilibri democratici del paese favorendo le fasce più conservatrici della società. La disfatta degli apparati di sicurezza rischia di compromettere in maniera definitiva la figura del premier più longevo della storia di Israele.

I motivi del fallimento dell’intelligence israeliana non sono ancora chiari. Nelle scorse ore sono circolate voci, diffuse dal Times of Israel, secondo cui Tel Aviv nelle ore precedenti all’attacco avrebbe ignorato i moniti dell’intelligence egiziana sull’imminente avvio dell’offensiva di Hamas. Secondo Gideon Levy, storico editorialista di Haaretz, i motivi del buco della sicurezza vanno ricercati in un’arroganza di fondo e un eccessivo senso di invincibilità della difesa israeliana e, in secondo luogo, in uno sbilanciamento delle priorità e degli interessi dell’intelligence nei confronti della Cisgiordania, che per tutto il 2023 era stata il vero fronte caldo di un conflitto mai realmente sopito. Le manifestazioni che si erano tenute nelle scorse settimane nei pressi della barriera di Gaza e la soppressione dei visti lavorativi da parte di Israele si erano risolte con la mediazione del Qatar, mentre resta da chiarire se uno dei motivi della debacle possa ricercarsi in una frizione tra Mossad e Shin Bet.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal l’attacco sarebbe stato orchestrato in prima persona dall’Iran, con una serie di incontri tra alte sfere di Hamas e di Guardiani della Rivoluzione che avrebbero aiutato a individuare gli obiettivi da colpire e la dinamica con cui avviare l’attacco. La delegazione iraniane alle Nazioni Unite ha smentito questa ricostruzione e, se appare evidente come l’Iran supporti in pieno l’operazione di Hamas, ridurre l’accaduto a un semplice diktat di Teheran non aiuta a chiarire la complessità dell’accaduto e i motivi che hanno spinto centinaia di palestinesi a lanciare un’offensiva che avrà inevitabilmente conseguenze devastanti sulla popolazione di Gaza.
Tra i risultati di questa escalation ci sarà la mancata normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e Arabia Saudita, che nei giorni precedenti all’attacco di Hamas era il grosso tema che animava il dibattito politico della regione. Da parte statunitense Biden ha chiaramente espresso il proprio supporto ad Israele e nella serata di domenica è arrivato l’annuncio dell’invio delle navi della flotta Gerard Ford nel Mediterraneo orientale anche con lo scopo di deterrenza di una possibile escalation regionale. Al confine settentrionale di Israele ci sono state piccole schermaglie con l’Hezbollah libanese, ma nonostante il prevedibile supporto espresso verso la causa palestinese resta da verificare la volontà del Partito di Dio ad impegnarsi in un conflitto di ampia scala vista la crisi economica del paese dei cedri e l’erosione del consenso interno degli ultimi anni. Chi potrebbe avere da guadagnare dal conflitto è la Russia, che almeno momentaneamente vedrebbe uno spostamento dell’attenzione globale dal fronte ucraino oltre a potersi spendere, eventualmente, come mediatore della crisi vista la vicinanza tra Putin e Netanyahu. Intanto a Gaza, ancora una volta, il passare delle ore e dei giorni coincide con la conta di morti e feriti.

CREDITI FOTO EPA/AMOS BEN-GERSHOM/GPO HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES



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