Perché latitano figure degne per la Presidenza della Repubblica

Lo stallo con cui ci prepariamo ad affrontare l’elezione del tredicesimo presidente della Repubblica Italiana è la palese conferma del livello di degrado qualitativo raggiunto dal personale alla guida della nostra società.

Pierfranco Pellizzetti

L’overdose di buoni sentimenti zuccherini, che celano con l’ostentazione di responsabilità e senso dello Stato (“una scelta condivisa”, “un patriota”, “una figura che unisca”, “è il momento di una donna” e altri bla-bla) lo stallo con cui ci prepariamo ad affrontare l’elezione del tredicesimo presidente della Repubblica Italiana, è la palese conferma del livello di degrado qualitativo raggiunto dal personale alla guida della nostra società. Nel rifiuto di ammettere che è questo quanto “passa il convento”. Il vuoto pneumatico in cui irrompono mediocri – e perfino invereconde – ambizioni. La condizione sistemica combinata con un’operazione ricattatoria, che verrebbe da definire tattica se non perdurasse da almeno un mezzo secolo.

Parto da quest’ultima, ovviamente riferita all’auto-candidatura di Silvio Berlusconi. Ovvero la mossa da delirio d’onnipotenza di un io-maniaco patologico, che i capataz destrorsi (francamente definirli leader sembra eccessivo) hanno finito per subire dopo qualche resistenza iniziale. A evidente dimostrazione di quanto siano ricattabili da chi dispone di un apparato comunicativo quale quello Mediaset e di ingenti risorse di liquidità per campagne acquisti di voti in vendita. Sicché la vicenda dovrebbe fare riflettere chi accredita i Salvini e le Meloni di credibilità governativa e autonomia di giudizio. In particolare la piccola erinni che si aggira ululando “Yo soy Giorgia”, di recente rivalutata anche da opinionisti in apparenza critici, quanto sensibili al successo sancito dai sondaggi di opinione. Ma anche il fronte giallo-rosa contrapposto ai nero-verdi si rivela sotto schiaffo berlusconiano. Tanto che le riserve nei confronti di costui risultano flebili per non dire risibili (“è divisivo”). Effetto evidente del vincolo derivato dall’aver continuato a “inciuciare” governi con siffatto personaggio, così da rendere poco credibile prese di posizione dallo schifiltoso al politicamente corretto. E ben prima della mitica Bicamerale dalemiana (qualcuno ricorda spintarelle di miglioristi piccisti milanesi alle operazioni imprenditoriali del tycoon televisivo in Urss?).

Quel politicamente corretto che funziona da decenni come foglia di fico dell’altro aspetto, sistemico. Questo per dire che ormai da decenni il meccanismo di selezione dei politici lavora con una matrice fallata che può riprodurre soltanto soggetti difettosi.

Per quanto riguarda questo esito deludente nel caso italiano, taluno lo fa risalire alla Prima Repubblica, nel consociativismo indotto dai processi decisionali in commissioni parlamentari dove già allora vigeva la spartizione collusiva maggioranza/opposizione.

Indubbiamente tale dinamica patologica ha inciso, però dovrebbe far riflettere la constatazione che il fenomeno va ben oltre la nostra penisola e caratterizza l’intero Occidente. Potremmo dire – parafrasando Max Weber – che la “politica come professione” ha perso per strada “la vocazione” riducendosi a “mestiere”; l’ascensore sociale per carriere individuali, a fronte di un ceto imprenditorial-managerial-finanziario che si è liberato da ogni remora valoriale da quando i contrappesi rappresentati dai conflitti del lavoro e dal socialismo reale sono evaporati, suonando una sorta di liberi tutti. E sono sopraggiunte le stagioni del cinismo compiaciuto, declinato in opportunismo e carrierismo nella politica; accaparramento e sfruttamento in economia. Con il mondo della cultura arruolato all’andazzo; inebetito dalle lusinghe della comunicazione e dalla sua straordinaria attitudine a banalizzare qualunque proposizione liofilizzandola ad uso talk show.

Una fase di estrema dissipazione etica che tende anche all’estetico, preconizzata da un grande poeta novecentesco (seppure un po’ tanto reazionario), Thomas S. Eliot: “dov’è la saggezza che abbiamo/ perso con la conoscenza?/ Dov’è la conoscenza che abbiamo/ perso con l’informazione?

Normale che in questa estrema periferia dell’impero (declinante) – che è l’Italia – si stenti a trovare personaggi d’alto profilo per dare rappresentanza a realtà di bassissimo profilo. Per cui appaiano modelli imperdibili personaggi come il presidente Sergio Mattarella, largamente silente per buona parte del suo mandato, da cui si risvegliò regalandoci l’obbrobrio dell’attuale governo di unità nazionale, inceppato sul nascere dalla sua composizione. Per non parlare del governo dei Migliori che annega nella sua smascherata inettitudine e il Migliore dei Migliori (Mario Draghi) si agita per trovare una via di fuga. Per cui ci aggrappiamo a figure semplicemente per bene come Davide Sassoli; il cui unico merito è stato quello di essere – rara avis – per bene. E gli tributiamo funerali di Stato come se fosse un eroe. Ma gli eroi erano semmai Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Già allora del tutto lontanissimi dalle tendenze di tempi, corrivi.



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