Il potere è nell’urna: ma il potere di chi?

Riflessione sul libro «Perché sono diventata anarchica» dell'ex deputata francese Isabelle Attard.

Daniele Barbieri

«Non riesco a trattenere le lacrime». Inizia così, sotto la data 24 aprile 2017, «Perchè sono diventata anarchica» – pubblicato in Francia nel 2019 e tradotto da Eleuthera nel dicembre 2021 (traduzione di Vincenzo Papa) – di Isabelle Attard, archeozoologa, direttrice di musei ed ex parlamentare fra il 2012 e il 2017 con il gruppo ecologista.

Che pianto è? Non di tipo liberatorio né ipocrita (a uso telecamere, tipo Fornero per non far nomi). Non quello rituale e magico (che studiò Ernesto De Martino) o il coccodrillesco… È un misto di impotenza e disperazione.

«Piango perché lei (Macron) è arrivato in testa al primo turno dell’elezione […] Cosa racconterete adesso, signor Macron, ai precari, a chi ha perso il lavoro, agli studenti senza risorse, ai vecchi che aspettano la morte in case di riposo ormai decrepite, al personale infermieristico e agli insegnanti con l’esaurimento nervoso? […] Se piango è perché so che lei non si batterà per loro, non li proteggerà. […] E di certo non imiterà gli islandesi che hanno riscritto la loro Costituzione dopo aver sanzionato i banchieri truffaldini».

Collera e delusione si sono accumulate («non mi ero mai sentita così impotente di fronte alla miseria delle persone») ma asciuga subito le lacrime Isabelle Attard quel 24 aprile: è stata eletta per lottare e lo farà. «Siamo milioni… la tribù di coloro che intendono costruire una società giusta, cooperativa, accogliente ed ecologista». Scusate se faccio “spoiler” ma dal titolo avrete intuito che non andrà a finire bene: si batterà Isabelle Attard ma perderà.

Qualunque sia la meta quello che importa è sempre il cammino con le sue tappe e riflessioni. Lo sguardo di Isabelle Attard è rivolto al futuro. Ma prima deve elaborare le sue sconfitte di donna, ecologista e attivista di sinistra dentro il Parlamento francese. Lo fa benissimo e man mano emerge – in chi sta leggendo – un’idea… o una conferma: la partita era truccata, non poteva vincere.

Il libro è davvero ricco, non solo di politica e storia. Racconta il viaggio di Attard a scoprire che forse è sempre stata anarchica però non lo sapeva. Non l’anarchia dei “bombaroli” ma quella di Errico Malatesta e degli Iww. Non idee di un passato glorioso ma pratiche vive: il confederalismo democratico in Rojava, lo zapatismo dal basso in Chiapas ovviamente; ma anche realtà più vicine come la ZAD (Zona temporaneamente autonoma) contro l’aeroporto francese di Notre-Dame-des-Landes e le fabbriche autogestite dai lavoratori in Europa e America latina o le mille forme del Mutuo Appoggio. Meditando sulle pagine di Voltairine de Cleyre, Tancrède Ramonet e Murray Bookchin ma anche le dettagliate utopie di Daniel Quinn.

Siccome questo non è un giallo posso svelare le ultime pagine. Anche perché come andrà a finire … riguarda chiunque di noi negli ultimi anni quando ha sentito o pronunciato la parola «voto» automaticamente l’ha corretta in «vuoto».

Nelle conclusioni – tre pagine – Isabelle Attard racconta: «i miei due anni di decostruzione e poi ricostruzione sono appena terminati». La sua scelta sarà verso un ecologismo anarchico, «intriso di umanesimo e rispetto», che «dovrà essere femminista o non sarà». Bisogna smetterla di lamentarsi e organizzarsi: «tocca a noi inventare l’anarchismo del XXI secolo».

Poche righe (del recensore) a mo’ di PS, cioè Post Scriptum ma anche Personale Scavo.

Tra poco la Francia torna alle urne con “le sinistre” (uso il plurale e le virgolette) più frammentate che mai e con mille inviti al non voto. Sul sito «Boycott des présidentielles» un manifesto firmato da 120 sindacalisti, militanti e intellettuali spiegano che l’astensionismo non è passività ma un gesto attivo. Dunque, ha ragione Isabelle Attard? Ed è un discorso francese o di ogni democrazia “post mercato”? Se chi legge ha dubbi sulle spalle sappia che sono anche i miei. Dal tavolo mi guarda una vignetta di Mauro Biani che conservo ormai da 7 anni. In terra un pezzente (è modernamente vestito ma poveramente) e in piedi un classico nobile – parrucca e finto neo persino – gli dice: «Ti darò il suffragio universale, tanto prima o poi me lo ridarai per sfinimento».

 

 

 

 



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