Alla scoperta del Novecento musicale

Molto spesso, il solo sentir parlare di “musica contemporanea” suscita diffidenza ed esitazione, se non proprio sconcerto. Eppure, nonostante la loro complessità, i linguaggi e i protagonisti di quella stagione della storia della musica che va dagli inizi del XX secolo a oggi appaiono estremamente interessanti e meritano di vedersi concedere una chance da parte di un pubblico più ampio. L’appassionante racconto proposto nell’ultimo libro di Giacomo Fronzi, Percorsi musicali del Novecento. Storie, personaggi, poetiche da Schönberg a Sciarrino (Carocci), ha proprio questo obiettivo: avvicinare la musica contemporanea ai suoi potenziali ascoltatori, attraverso ventiquattro personaggi che, nella loro varietà, danno un’idea dell’eccezionale ricchezza dei linguaggi musicali del XX e del XXI secolo. Ne pubblichiamo un estratto, corrispondente all’“Introduzione”, per il quale ringraziamo sia l’autore sia l’editore.

Giacomo Fronzi

Introduzione

Il secolo delle prime volte

14 luglio 1789. Una volta diffusasi la notizia della caduta della Bastiglia, alla domanda di re Luigi XVI: «Duca, è una rivolta?», François de La Rochefoucauld, duca di Liancourt, risponde: «No, sire, è una rivoluzione».

La differenza tra rivolta e rivoluzione non è banale. La rivolta è qualcosa di più di una semplice sommossa e, sicuramente, ha come obiettivo il rovesciamento di un ordine e di un potere costituito. Tuttavia, ha il carattere dell’improvvisazione e della scarsa organizzazione. La rivoluzione, invece, pur essendo un fenomeno ugualmente rapido, è un processo più articolato, organizzato e, soprattutto, radicale.

Se così stanno le cose, volendo applicare questa distinzione alla storia della musica, quello che è accaduto tra fine Ottocento e inizio Novecento meriterebbe di essere considerato, senza enfasi, il preludio a una serie di rivoluzioni.

In quel periodo – quindi, in piena età contemporanea, sulla base della tradizionale periodizzazione –, si consuma nel mondo delle arti un radicale cambiamento degli stili, dei linguaggi e dei mezzi. Una rivoluzione che non ha radici aeree, per usare un’efficace espressione di Theodor W. Adorno, ma ben salde in un terreno piuttosto accidentato e che si caratterizza per almeno due aspetti di fondo: l’euforica novità e un’inattesa rapidità.

Euforica novità. Non c’è aspetto della vita dell’uomo (occidentale) che non sia scosso da qualche sorprendente novità. Politica, economia, letteratura, arti, industria, tecnologia, nulla resta fuori da questa straordinaria fase di espansione, progresso ed euforia che coinvolge tanto il Vecchio Continente, dove l’abbiamo chiamata Belle époque, quanto il Nuovo Mondo, nel quale Mark Twain l’ha definita Gilded Age. Tuttavia, di lì a poco, la frivola spensieratezza – della quale, in musica, troviamo espressione tipica nell’operetta francese – con la quale la società occidentale affronta l’alba del nuovo secolo si rovescerà drammaticamente nel suo contrario. Lo scoppio della Prima guerra mondiale, oltre che decimare un’intera generazione (i ragazzi del ’99), farà emergere in tutta la loro tragicità le tensioni latenti tra gli stati e tra i popoli che si celavano sotto l’elegante veste con cui l’Europa s’era abbellata fino ad allora.

Inattesa rapidità. Desta sempre impressione la rapidità con la quale, in età contemporanea, si sono raggiunti traguardi sempre nuovi nel campo tecnico e tecnologico, con un’ulteriore vertiginosa accelerazione negli ultimi decenni, a seguito della rivoluzione informatica. È il secolo della riscossa di Prometeo, della sua liberazione e del suo irresistibile scatenamento (cfr. D.S. Landes, Prometeo liberato. Trasformazioni tecnologiche e sviluppo industriale nell’Europa occidentale dal 1750 ai giorni nostri, Einaudi 2000; H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi 2009). La tecnologia moderna riesce a dare vita a oggetti e soluzioni che nell’era preindustriale non erano neanche immaginabili: l’automobile, la radio, l’aeroplano, il cinematografo, la lampada elettrica, i congegni elettronici e così via. Tutto ciò sarebbe stato impensabile se non si fosse dato alla libera creatività un orientamento sempre più rigoroso e un’organizzazione fondata non tanto (o non solo) sull’iniziativa individuale quanto sull’impegno collettivo dei gruppi di ricerca.

A queste due evidenze, che di fatto rendono il XX secolo un periodo tanto fecondo quanto violento, corrisponde un peculiare andamento dello sviluppo tecnico, poetico e linguistico delle arti che, così come è accaduto per quello storico-politico, ha vissuto fasi di crisi alternate a stagioni dalla straordinaria potenza trasformatrice.

La storia della musica (cosiddetta “colta”) dall’inizio del Novecento fino ai giorni nostri è, dunque, specchio di un panorama in continuo, rapido e imprevedibile movimento che, nelle pagine che seguono, cercherò di proporre a partire da ventiquattro figure che considero paradigmatiche e che hanno letteralmente costruito, pezzo dopo pezzo, il secolo delle “prime volte”. Per la prima volta, la musica si trova intrecciata con discipline (informatica, elettronica, fisica, chimica, architettura, botanica, solo per citarne alcune) e mondi (musiche tradizionali, folkloriche o popolari, filosofia orientale, meditazione zen, rumori e molto altro) rimasti fino ad allora lontani (o, comunque, mai troppo vicini) e a ciascuno di questi incontri corrisponde una “prima volta”. Si dirà che anche in passato i musicisti hanno avuto qualcosa a che fare con alcuni di questi mondi. È vero. Ma è caratteristico dei compositori del Novecento il fatto di essersi impegnati nella ricerca di mutuazioni, dialoghi, ibridazioni e scontri in modo sistematico, come mai era accaduto prima.

Il percorso presentato qui si configura come una sorta di introduzione alla musica del XX e XXI secolo, dando per scontata una premessa: si tratta di uno scenario estremamente diversificato, irriducibile a una ricostruzione ordinata, per stili, forme, generi, personaggi o età. Per parlare degli sviluppi musicali del secolo scorso (e delle sue estensioni in questo) qualsiasi strumento metodologico e qualsiasi impostazione “narrativa” rischia di dimostrarsi parziale, inefficace o disordinata. Questo libro – la cui lettura è bene che sia accompagnata dal contemporaneo ascolto delle opere via via citate – cerca di sfuggire almeno al secondo di questi eventuali pericoli, coltivando però l’ambizione di comporre un quadro, per quanto preliminare, che possa dare un’idea di quali siano stati alcuni dei protagonisti della più rivoluzionaria stagione nella storia delle arti.

Alternando “volti noti” a personaggi meno conosciuti, passando per figure che in una visione restrittiva o falsamente ortodossa del mondo dei compositori verrebbero tenute fuori, al lettore qui proponiamo un breve ma intenso viaggio nella musica (o nelle musiche) del Novecento. Ciascun protagonista di questo viaggio ha lasciato una traccia profonda nella storia musicale e culturale contemporanea, attraverso le proprie scelte artistiche e poetiche, elaborando una peculiare visione delle arti e del mondo. Ci si potrà imbattere in esistenze ordinarie così come in biografie straordinarie, alcune luminose altre difficili, ma si tratta pur sempre di aspetti – per chi come me tenta di non cedere a un certo “biografismo” – da tenere in conto per quel che sono, sfuggendo all’alternativa tra sopravvalutazione e sottovalutazione.

Nella cornice esistenziale e, soprattutto, nella poetica e nel pensiero musicale dei ventiquattro compositori che qui vengono presentati, trovano ovviamente spazio alcune delle loro opere più significative, delle quali al lettore verranno fornite informazioni e suggerimenti interpretativi, senza tuttavia trascinarlo in approfonditi esami tecnici. Non è questa la natura né è questo l’obiettivo del libro. Non si tratta di un tradizionale manuale di storia della musica o di un testo strutturato a partire dall’analisi tecnica e compositiva delle opere delle figure trattate. È, piuttosto, un racconto della costellazione musicale del Novecento, attraverso personaggi scelti sulla base di una selezione inevitabilmente arbitraria, organizzati in gruppi da tre e collocando ciascuno di loro all’interno di otto categorie interpretative, sulla base della comune coabitazione di uno spazio musicale (o latamente “ideologico”). Nell’apparente caos della musica contemporanea (che ha pur sempre uno sviluppo, per quanto rizomatico e straordinariamente ramificato), è allora possibile scorgere non uno, ma una serie di fili rossi, ora intrecciati ora estremamente distanti.

Sono consapevole che qualcuno potrà rimanere deluso nel riscontrare l’assenza del compositore o della compositrice che si ritiene possano avere (e molto probabilmente è così) una certa rilevanza storico-musicale. Valga come attenuante e come parziale giustificazione il fatto che io stesso, rispetto a un primo elenco, ho dovuto faticosamente restringere la selezione dei compositori da trattare. Avrei voluto parlare di molti altri autori, ma, come scrive Giovanni Morelli – alle prese con un problema analogo – garantisco che all’appello «non mancava nessuno degli autori fondamentali del XX secolo» (Scenari della lontananza. La musica del Novecento fuori di sé, Marsilio 2003, p. 29): Debussy, Copland, Stravinskij, Villa-Lobos, Ravel, Hindemith, Britten, Shostakovič, Crumb, Anderson, Adams, Pendercki, Holliger, Maderna, Furrer, Kurtág e molti altri ancora. Ma, come detto, questo non è, stricto sensu, un manuale di storia della musica, quanto piuttosto un’introduzione alla musica contemporanea che, però, degli sviluppi storici cerca di tener conto.

Dunque, alla domanda “perché questi compositori e non altri?” potrei rispondere adducendo diverse motivazioni, le quali tuttavia potrebbero essere contraddette dagli argomenti del lettore che coltiva passione o curiosità nei confronti di uno o più compositori non presenti qui. Gli autori richiamati, ciononostante, sono indiscutibilmente parte del composito e ricchissimo pantheon della musica contemporanea, verso i quali, chi scrive, nutre un particolare interesse.

In fin dei conti e come quasi sempre accade, si parla di ciò che più si ama, pur avendo, prima e dopo, sottoposto il lavoro al vaglio della ragione. È questo ciò che ho provato a fare, andando alla ricerca di un utopico e forse irraggiungibile punto di mediazione tra sentimento e ragione. Ed è da questo tentativo che si è generata la squadra dei ventiquattro fuoriclasse che incontreremo nel nostro percorso.

Darius Milhaud, nello straordinario ciclo televisivo “C’è musica e musica”, alla sollecitazione di Luciano Berio sul perché della musica, risponde con la domanda: «E perché no?». Analogamente, al perché di questi compositori si potrebbe rispondere: «E perché non questi?».

 



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