L’eredità di Piero Angela e l’insegnamento scientifico nelle scuole

L’educazione alla razionalità e allo spirito critico dovrebbe essere uno degli obiettivi principali che la formazione dei giovani dovrebbe prefiggersi.

Silvano Fuso

Una delle ultime fatiche del grande Piero Angela, scomparso lo scorso 13 agosto, è stata la registrazione di 16 puntate (di mezz’ora ciascuna) dal titolo Prepararsi al futuro, rivolte ai giovani e al mondo della scuola. Si tratta di una nuova edizione di un format già realizzato e disponibile su RaiPlay. L’idea deriva da un progetto accademico, curato da Angela e da Piero Bianucci, frutto della collaborazione della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, del Politecnico di Torino, dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte e di Rai per il sociale.

Le nuove 16 puntate andranno in onda in autunno, saranno messe a disposizione delle scuole e tratteranno temi di stretta attualità quali l’energia, l’ambiente, il clima, l’intelligenza artificiale, l’innovazione, la nuova agricoltura, l’educazione, i nuovi mestieri, ecc.

Come ha specificato lo stesso Angela nelle “comunicazioni di servizio” che hanno aperto la prima puntata del nuovo ciclo di SuperQuark (andata in onda lo scorso 6 luglio):

Gli insegnanti, che sono i nostri grandi alleati, a volte utilizzano i nostri filmati per le loro lezioni. Se ci sono insegnanti in ascolto, sappiano che ci sarà questa nuova opportunità.

L’attenzione di Piero Angela per il mondo della scuola e della formazione non è nuovo e in molte occasioni ne ha sottolineato la fondamentale importanza per il futuro della nostra società. Ad esempio, in occasione del suo ultimo intervento al CICAP-Fest di Padova, lo scorso 4 giugno, rivolgendosi ai soci del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), ha affermato:

Io direi che attualmente c’è un’altra battaglia molto importante, forse ancora più di quelle precedenti, ed è quella sul web […] Io un progetto ce l’ho. Io farei una proposta. Oltre alle cose che fate, bellissime, secondo me ci vuole un impegno supplementare per la scuola sul web. Perché io penso che la scuola sia l’unico ambiente dove dei professori possano creare dei controveleni. Dei professori che condividono i nostri ideali possono attingere al vostro lavoro per comunicarlo ai giovani. Faccio un esempio: quando circolano delle fakenews o comunque dei ragionamenti balordi, creare delle pillole di antidoti che possano arrivare direttamente nelle scuole, ai professori con le spiegazioni, in modo che ci sia una voce contraria e autorevole e che possa essere ascoltata e seguita dai giovani. Secondo me questa è la nuova frontiera.

Il web, citato da Piero Angela, è sicuramente il principale canale attraverso il quale fakenews e “ragionamenti balordi” possono diffondersi, ma non è l’unico. Anche i media tradizionali purtroppo si fanno spesso complici (più o meno coscientemente) di questa dilagante disinformazione.

Al di là di inutili e pericolose censure (anche le stupidaggini devono avere libertà di espressione), l’unica strategia efficace da adottare consiste proprio nel diffondere gli antiveleni, gli antidoti o, se si preferisce, i vaccini, ovvero gli strumenti culturali che consentano a chiunque di individuare le notizie farlocche e di troncarne sul nascere l’ulteriore propagazione. Nell’ambito di questa strategia la scuola può veramente giocare un ruolo primario.

L’educazione alla razionalità e allo spirito critico dovrebbe essere uno degli obiettivi principali che la formazione dei giovani dovrebbe prefiggersi. Si tratta di un obiettivo traversale al quale possono naturalmente contribuire tutte le discipline, sia umanistiche che scientifiche. Queste ultime tuttavia, vista la natura antidogmatica e scettica (nel senso originario della parola skepsis = ricerca, dubbio) della scienza, dovrebbero svolgere un ruolo centrale. Purtroppo però questo non sempre accade all’interno delle nostre aule scolastiche.

Se si analizza infatti il modo in cui le discipline scientifiche vengono tradizionalmente insegnate, ci si rende ben presto conto che molte delle caratteristiche che contraddistinguono la razionalità e la scienza non vengono affatto evidenziate.

Nella maggior parte dei libri di testo scientifici in uso nelle scuole secondarie, ad esempio, possiamo constatare un fatto curioso. Nelle prime pagine, di solito, viene fatto il tentativo di spiegare in che cosa consiste il metodo scientifico. La speranza di chiarire in modo aprioristico e, oltre tutto in poche pagine, il metodo scientifico, è sicuramente illusoria. Ma quel che è peggio è che terminate queste brevi pagine introduttive, la maggior parte dei testi passa tranquillamente alla trattazione dei vari contenuti disciplinari in modo perfettamente assiomatico e apodittico, per non dire dogmatico. In nessuno degli argomenti trattati lo studente trova più la minima traccia di quel “metodo scientifico” tanto decantato nelle prime pagine. Ben presto se ne dimentica completamente e matura sicuramente l’idea che la scienza sia una sorta di catechismo da imparare a memoria per strappare la sufficienza al docente. I contenuti disciplinari assumono l’aspetto di lunghi elenchi di risposte, senza che lo studente abbia la minima idea di quali siano le domande cui esse si riferiscono. Sfuggono completamente gli scopi dimostrativi ed esplicativi tipici della razionalità scientifica. Le conoscenze scientifiche assumono agli occhi dello studente un aspetto statico, essendo completamente ignorata la dinamica evolutiva che le ha generate. Nella stessa maniera, lo studente viene tenuto all’oscuro del dibattito e del confronto di idee che hanno portato allo sviluppo di certe concezioni.

In poche parole, la scienza appare allo studente come un insieme di affermazioni dogmatiche, la cui origine non appare affatto chiara, molto spesso controintuitive, ma che bisogna comunque accettare in base a un principio di autorità attribuito al tale scienziato, al libro di testo o all’insegnante.

Come ebbe a scrivere, qualche anno fa, Dario Antiseri:

Ogni generazione, quindi, esce dalla scuola con l’idea che la scienza sia un fatto certo, un tessuto di teorie assodate e invulnerabili, dietro alle quali c’è solo una preistoria di errori, e il cui futuro sarà dato forse soltanto da sempre migliori applicazioni. In sostanza: l’educazione manualistica della scienza distrugge l’idea che la scienza è una realtà storica, inculca l’immagine di una scienza dogmatica. Ed è così che la più antidogmatica tra le attività umane, vale a dire la ricerca scientifica, diventa il supporto del dogmatismo ideologico[1].

Un insegnamento della scienza di questo tipo non fornisce allo studente quegli strumenti che consentono di distinguere le affermazioni scientifiche da quelle pseudoscientifiche e illusorie. Ai suoi occhi esse appariranno egualmente esotiche e incomprensibili e l’adesione alle une o alle altre non sarà fatta su base razionale, ma in modo emotivo. Ed è fuori dubbio che dal punto di vista emotivo le pseudoscienze e le fakenews sono sicuramente più attraenti della “vera” scienza.

Questo tipo di insegnamento travisa completamente la vera natura della scienza e ne fornisce un’immagine alterata ed estremamente pericolosa. L’idea che la scienza possa essere un modo di pensare e di interpretare il mondo non viene minimamente recepita dal ragazzo. Egli si fa l’idea che la scienza sia una strana e astrusa cosa, riservata a pochi adepti, che utilizza un difficile linguaggio e che sia applicabile solamente allo studio di determinati fenomeni, per di più abbastanza lontani dalla vita quotidiana.

Molti libri di testo, quasi fossero consapevoli del rischio di fare apparire la scienza ben lontana dalla vita di tutti i giorni, ritengono di sanare la situazione illustrando, per ogni argomento, le applicazioni tecnologiche relative. In questo non c’è niente di male, ma sicuramente si corre il rischio di far apparire la scienza solamente dal punto di vista strumentale. In nessun libro di letteratura l’autore si sentirebbe in dovere di spiegare a cosa serve una poesia o un romanzo. Sentire tale esigenza per una legge o un principio scientifico sicuramente sminuisce la loro portata culturale e corre il rischio di far apparire la scienza soltanto come una attività diretta a fini esclusivamente pratici, secondo un’obsoleta ed erronea concezione di stampo crociano.

Alcuni accorgimenti potrebbero sicuramente diminuire i rischi di dare un’immagine dogmatica della scienza, con tutte le conseguenze negative che da essa derivano.

Nell’insegnamento delle scienze, innanzi tutto, si dovrebbe dare uno spazio adeguato all’attività di laboratorio. L’osservazione diretta dei fenomeni può far comprendere da dove nasca la necessità di porsi certe domande e di ricercare, di conseguenza, le risposte. Come affermò Galileo:

I discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta[2].

Almeno nelle prime fasi dell’insegnamento scientifico, il processo di astrazione e formalizzazione, sia pure successivamente indispensabile, deve essere limitato al minimo. L’allievo deve capire lo stretto legame tra affermazioni scientifiche e realtà. Per questo motivo un approccio sperimentale e induttivo ai problemi appare didatticamente proficuo. Inoltre gli allievi, di solito, trovano divertente l’attività di laboratorio e questo può sicuramente invogliarli allo studio delle discipline scientifiche. L’esigenza di non far perdere di vista ai ragazzi la realtà cui le affermazioni scientifiche si riferiscono impone necessariamente dei vincoli alla scelta dei contenuti. È evidente che certi settori delle scienze moderne (pensiamo alla meccanica quantistica, alla relatività, ecc.) riguardano realtà molto lontane dall’esperienza diretta dei ragazzi e richiedono una elevata capacità di astrazione. Di conseguenza appare opportuno limitare la trattazione di questi argomenti solamente agli ultimi delle scuole superiori. Negli anni iniziali, e a maggior ragione nei cicli inferiori, appare invece opportuno riferirsi soltanto a quegli ambiti di realtà direttamente accessibili agli allievi e per i quali è possibile far comprendere direttamente in che modo opera il metodo scientifico. A questo proposito appare condivisibile quanto afferma Lucio Russo:

…È invece inutile e controproducente la divulgazione superficiale di notizie vaghe su teorie difficili, nate per spiegare esperimenti lontani dalla portata degli studenti[3].

In secondo luogo, un efficace antidoto contro il dogmatismo scientifico può essere l’utilizzo di un approccio storico. Anziché limitarsi a insegnare le “teorie giuste” della scienza è didatticamente proficuo esaminare anche le “teorie sbagliate” formulate nel passato, per capire meglio le dinamiche interne che producono l’evoluzione della scienza. In tal modo, si fa comprendere il carattere dialettico che caratterizza la scienza e in generale la razionalità e si evita il rischio di far apparire le affermazioni scientifiche statiche e immutabili. Uno studio diretto delle dinamiche evolutive delle idee scientifiche può inoltre permettere di introdurre alcuni elementi di filosofia della scienza. Anziché cercare di fornire in poche pagine i rudimenti di un’epistemologia spicciola, appare molto più efficace parlarne con riferimento a situazioni reali tratte dalla storia della scienza. Senza contare che un approccio storico consente ampie aperture interdisciplinari a tutto vantaggio di una visione unitaria della cultura e del superamento della tradizionale, e tutto sommato priva di senso, contrapposizione tra cultura umanistica e scientifica[4].

Per motivazioni analoghe, può essere didatticamente utile affrontare il problema delle pseudoscienze. Come accennato sopra, spesso agli occhi dei ragazzi appaiono egualmente incomprensibili ed estranee sia le affermazioni scientifiche sia quelle pseudoscientifiche. Esaminare a fondo alcune pseudoscienze, evidenziarne le caratteristiche e le differenze rispetto alle “vere” scienze può essere estremamente utile per far comprendere la reale natura della scienza. Dicevo prima che le pseudoscienze spesso sono emotivamente attraenti. Questo può essere utilmente sfruttato dall’insegnante per accendere l’attenzione dei ragazzi e far loro comprendere l’importanza di una solida cultura scientifica per non cadere vittime di abbagli e illusioni.

Infine è auspicabile che nella scuola si aprano maggiori possibilità di interazione con il mondo della ricerca attiva. Un contatto diretto degli allievi con i luoghi e le persone che “producono” scienza non può che contribuire a una migliore comprensione della reale natura di quest’ultima. Conoscere quali siano le questioni aperte della ricerca contemporanea e con quali mezzi si cerchi di risolverli non può che contribuire a correggere la falsa immagine della scienza come sistema chiuso di conoscenze e a far comprendere il suo vero carattere costantemente problematizzante.

L’insegnamento degli aspetti metodologici della scienza può anche offrire un’importante contributo alla formazione civica degli studenti.

Come è stato efficacemente evidenziato[5], la scienza moderna ha fornito gli strumenti cognitivi, culturali e morali indispensabili alla nascita della democrazia. La controintuitività e la sostanziale innaturalità del metodo scientifico consentono all’uomo di affrancarsi dalla istintualità che la propria evoluzione biologica ha prodotto e gli permettono di assumere comportamenti razionali che migliorano enormemente le condizioni di vita delle società e dei singoli.

Il metodo scientifico consiste innanzi tutto nel prendere atto dei fatti, umilmente e senza alcun pregiudizio ideologico. E anche se i fatti possono contrastare con le nostre idee pregresse, sono queste ultime a dover essere messe in discussione, non i fatti. Appare evidente che questa abitudine mentale dovrebbe essere alla base anche di ogni rapporto sociale. Se ci pensiamo un attimo, tutte le grandi tragedie sociali (guerre, razzismo, sfruttamento dei popoli, ecc.) derivano proprio da una mancata accettazione dei fatti e da un predominio assoluto di pregiudizi, privi di ogni evidenza fattuale. Purtroppo la manipolazione e, nei casi più gravi, la falsificazione dei fatti sono all’ordine del giorno in ambito politico. E la situazione è particolarmente grave nel nostro paese. Se vi fosse maggiore diffusione della mentalità scientifica, sicuramente sarebbe molto più difficile per chi detiene il potere manipolare i fatti e la loro percezione da parte dei cittadini.

Altre fondamentali caratteristiche della scienza sono il rifiuto di ogni principio di autorità, la libera circolazione delle idee, la disponibilità al confronto e all’accettazione delle critiche. Queste caratteristiche sono altrettanto fondamentali per una democrazia degna di questo nome. Ogni forma di autoritarismo, di censura e di arroccamento su idee preconcette sono egualmente deleterie sia per la scienza che per la democrazia. Purtroppo il principio di autorità, la censura, la manipolazione dell’informazione e le ideologie non sono affatto scomparse dall’ambito politico. Ancora una volta una maggiore cultura scientifica creerebbe cittadini più responsabili, con maggiore senso critico e meno disposti ad accettare le malefatte dei politici. E soprattutto indurrebbe i cittadini a scegliersi rappresentanti politici migliori.

La cultura scientifica è inoltre accessibile a chiunque, purché disposto ad affrontare l’impegno necessario per acquisirla. Analogamente in una democrazia chiunque dovrebbe poter aspirare a determinate cariche, purché meritevole e disposto a impegnarsi per il bene pubblico.

Infine, un’ulteriore caratteristica della scienza è la sua straordinaria capacità autocorrettiva che ne determina una continua evoluzione. Ancora una volta purtroppo queste caratteristiche sono merce rara nella classe politica. Ben raramente capita infatti di sentire politici che facciano autocritica, che ammettano i propri errori o che rivedano i principi ideologici che caratterizzano la loro parte politica. Una maggiore diffusione della mentalità scientifica aiuterebbe i cittadini a rendersi meglio conto che ciò che viene vantata come coerenza politica rappresenti spesso in realtà cieca ostinatezza.

È stato osservato[6] come molti padri delle grandi democrazie moderne avessero una solida cultura scientifica e come a essa si ispirassero nelle loro scelte politiche. Oggi i politici con una preparazione scientifica sono mosche bianche e questo vale soprattutto nel nostro paese. I laureati in discipline scientifiche che siedono in Parlamento rappresentano un’esigua minoranza rispetto ai laureati in discipline umanistiche o giuridiche (ricordiamo inoltre che una preoccupante percentuale non possiede alcuna laurea). Non meraviglia quindi che molti provvedimenti politici siano palesemente antiscientifici e irrazionali e siano ispirati a obsolete ideologie, piuttosto che ad una obiettiva analisi delle situazioni reali.

Chi insegna discipline scientifiche dovrebbe essere consapevole del valore educativo del proprio ruolo. Un’approfondita comprensione del metodo scientifico, e il conseguente sviluppo di un robusto senso critico, può infatti proteggere i giovani dai dilaganti rigurgiti antiscientifici, e quindi antidemocratici, che caratterizzano la nostra società e che si ritrovano spesso nella classe politica, anche se mascherati dietro suadenti sembianze. Ne sono un esempio le varie filosofie relativistiche che sminuiscono il valore dei fatti a favore della loro interpretazione o che, nei casi estremi, considerano i fatti pure “costruzioni sociali”. Oppure i vari movimenti che, presentandosi come difensori della vita o dell’ambiente, additano la cosiddetta “tecnoscienza” come nemico da combattere in quanto minaccia nei confronti dei più elevati valori dell’esistenza. Valori che in realtà sono spesso solamente obsoleti retaggi ideologici che ostacolano il progresso e il benessere.

È stato osservato che:

… Se il metodo scientifico di ragionare non è un tratto umano che si manifesta naturalmente o spontaneamente, non dovrebbe stupire la resistenza che gli approcci scientifici incontrano quando sono in gioco temi di grande impatto psicologico, ovvero emotivo[7].

Anche di questo gli insegnanti di discipline scientifiche devono essere consapevoli. L’acquisizione di una mentalità scientifica è un processo lento che si scontra inevitabilmente con il modo spontaneo di pensare dei ragazzi che spesso porta a conclusioni erronee e avventate. Abituare i ragazzi a seguire percorsi logici e a compiere scelte razionali e motivate non consentirà loro solo di risolvere problemi di fisica, di chimica o di matematica, ma li aiuterà in definitiva a diventare buoni cittadini.

Piero Angela, in diverse occasioni ha affermato che “nella scuola italiana si insegnano le scienze (fisica, chimica, biologia, ecc.), ma non si insegna la scienza”. Purtroppo la prevalenza degli aspetti contenutistici delle singole discipline va spesso a discapito di quelli metodologici che rappresentano invece l’aspetto formativo più importante. Pochi tra gli studenti diventeranno fisici, chimici, biologi ecc. Ma tutti diventeranno cittadini e indipendentemente dal percorso formativo e professionale che avranno scelto, vivranno in una società sempre più influenzata dalla scienza.

La conoscenza dei suoi principi metodologici appare quindi sempre più come una forma di alfabetizzazione assolutamente indispensabile per tutti. Speriamo che i nostri futuri decisori politici se ne rendano conto e adottino provvedimenti che possano favorire questo tipo di formazione. Purtroppo non vi sono molti motivi di ottimismo in un paese che continua a mantenere l’insegnamento della religione cattolica, che assume docenti nominati dalla Curia, che introduce fantomatiche figure di “docenti esperti” attraverso non ben specificati corsi di durata novennale e che continua a riempirsi la bocca con “educazione digitale” e “uso delle nuove tecnologie”, senza rendersi conto che queste ultime sono solamente strumenti e che, senza adeguati contenuti, lasceranno inevitabilmente il tempo che trovano.

[1] D. Antiseri, Jenner e la ricerca sulle cause e gli effetti del vaiolo vaccino, La Scuola, Brescia 1981;

[2] G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, vii, 138-139 (1632);

[3] L. Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola?, Feltrinelli, Milano 1998 (p.106);

[4] Si veda il classico: C. Snow, Le due culture, Feltrinelli, Milano 1977;

[5] G. Corbellini, Scienza, quindi democrazia, Einaudi, Torino 2011;

[6] G. Corbellini, op. cit.;

[7] G. Corbellini, op. cit.

(credit foto ANSA/FLAVIO LO SCALZO)

In ricordo di Piero Angela: “La scienza può essere pop”



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