Pietro Ichino, la Great Resignation e la fine del diritto del lavoro

Nell’analizzare il fenomeno dell’abbandono del posto di lavoro l’ex senatore del Pd dà per scontata la parità di capacità negoziali tra lavoratori e datori di lavoro. Una tesi che mistifica la realtà del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da grande flessibilità e precarietà.

Renato Fioretti

Confesso di non avere mai nutrito particolare interesse nel tentare di accertare se risponda al vero che perseverare nell’errore rappresenti veramente una pratica diabolica. Ho sempre preferito, piuttosto, cercare di comprendere e svelare gli inconfessabili motivi che inducono taluni politici a dedicare tempo, spazio e particolare enfasi nel tentare di affermare principi che, in una situazione di normalità, risulterebbero ben poco condivisibili.

È il caso, ad esempio, rappresentato dall’insistenza cui alcuni ricorrevano per accreditare la tesi secondo la quale la c.d. “rigidità del mercato del lavoro” in Italia era essenzialmente dettata all’esistenza dell’ex art. 18 dello Statuto (legge 300/70).

Naturalmente, affinché ciò si realizzasse, era indispensabile che il politico “di turno” potesse contare su solerti “pifferai” disponibili a fornire il supporto teorico e a porsi al servizio degli obiettivi neo-liberisti che s’intendevano perseguire.

In questo senso, nel caso della vera e propria “crociata” condotta nei confronti dell’art. 18, le motivazioni (datoriali) più ricorrenti: 1) i tempi lunghi previsti dall’eventuale procedimento giudiziario, 2) l’assoluta discrezionalità del giudice preposto, 3) l’indeterminatezza dell’eventuale risarcimento dovuto al lavoratore illegittimamente licenziato e 4) l’onere della “reintegra”, trovavano sostegno (e ingenuo consenso) nelle teorizzazioni di chi, come Pietro Ichino, lasciava intendere che fosse ormai giunta l’ora di superare il famigerato “dualismo” – tra lavoratori “garantiti” e non – realizzatosi nel mercato del lavoro italiano.

Superfluo tornare, in questa sede, sui “fiumi d’inchiostro” cui fece ricorso l’ex Senatore Pd Pietro Ichino per affermare l’idea secondo la quale l’unico strumento possibile per superare il divario – in termini di tutele – tra lavoratori insider (1) e outsider (2) fosse rappresentato “dall’esigenza di allentare i lacci e i lacciuoli dell’art. 18” (così si esprimevano i sostenitori della riforma) che, a loro parere, bloccavano la domanda di lavoro e il conseguente aumento dell’occupazione.

La riforma, quindi, del malefico art. 18 – attraverso la sostanziale cancellazione della c. d. “giusta causa” e il superamento della “reintegra” – avrebbe prodotto (in virtù di chissà quale prodigio) maggiore e migliore occupazione!

La storia degli ultimi 20 anni, a prescindere dai danni causati dalla recente pandemia, si è incaricata di dimostrare – in Europa e, ancora più, in Italia – che né la flessibilità, né la sostanziale cancellazione (in Italia) dell’art. 18, producono maggiore occupazione.

Sulla stessa lunghezza d’onda il ritornello (diffuso con monotona ossessione) che, grazie al solito “cantore” (3), precedette il superamento del vecchio contratto a tempo indeterminato attraverso l’invenzione del “Contratto a tutele crescenti”. Tipologia contrattuale che, a parte l’entità del risarcimento, in caso di licenziamento anticipato, ha ben poco da spartire con il termine “tutele” a favore dei lavoratori.

In questo secondo caso, i “soliti noti” garantivano, invece, che la nuova formulazione del contratto a tempo indeterminato (4) – applicabile ai lavoratori assunti a partire dal 7 marzo 2015 – avrebbe avuto come automatica conseguenza l’aumento dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, piuttosto che a termine.
Anche qui, semplici spot pubblicitari tesi a illudere, nello stesso tempo, lavoratori e sprovveduti lettori.
Fu infatti sufficiente che venissero meno i benefici previsti dalla legge di bilancio 2015 perché si esaurisse l’interesse (dei datori di lavoro) a favore dei contratti a tempo indeterminato e riprendesse, con rinnovato vigore, il ricorso ai rapporti a termine!

Ciò nonostante, si apre, oggi, un nuovo e ben più ambizioso “fronte”! L’occasione propizia, per affrontare una seria e approfondita discussione sui “mali da lavoro”, offerta da quanto (clamorosamente) verificatosi la scorsa estate negli Usa è stata, infatti, già ridotta – dai nostri esperti “pifferai” – nell’ennesima pantomima a uso e consumo degli sprovveduti.

In sostanza, è accaduto che, tra luglio e agosto, ben 8,3 milioni di lavoratori statunitensi abbiano lasciato il proprio posto di lavoro. Il fenomeno delle c.d. “Grandi dimissioni” (Great Resignation o Big Quit), che non smette di crescere (5), ha interessato tutti i settori e si è presto presentato anche in Europa; in particolare, in Germania e nel Regno Unito, prima che in Italia.

Ebbene, ciò che oltre Atlantico e nel resto dell’Ue ha rappresentato l’occasione per approfondire e cercare di spiegare un fenomeno nuovo ma di così grande portata ed interesse, in Italia finisce con il rappresentare l’occasione per fare disinformazione e distorcere la realtà.

Infatti, secondo quanto riportato da un interessante articolo di Felice Meoli, il risultato di un’indagine condotta tra lavoratori Usa a tempo pieno che hanno cambiato attività nel corso del 2021, ha rilevato che il 40 per cento degli stessi ha indicato nel burnout (sindrome da rapido esaurimento emotivo e fisico ed erosione dell’impegno nel lavoro) quale motivo di dimissioni dal precedente impiego; soprattutto nei settori della salute, ristorazione e ospitalità. Dei rimanenti, il 34 per cento lo ha fatto per avvenuti cambiamenti organizzativi mentre un abbondante 20 per cento per la mancanza di flessibilità, la scarsa considerazione in azienda e le discriminazioni. Tra l’altro: “Coloro che sono andati via senza avere già un altro lavoro hanno indicato come motivo principale per licenziarsi proprio l’impatto del lavoro sulla loro salute mentale con una probabilità 1,7 volte maggiore della media!”

Come già detto, anche in Germania e nel Regno Unito si è verificato lo stesso fenomeno.
E in Italia? Nel nostro Paese, nel terzo trimestre del 2021, si sono contate 524.417 dimissioni, in aumento dell’8 per cento rispetto al secondo trimestre. I valori assoluti non sono di certo paragonabili a quelli d’oltre oceano, ma meriterebbero uguale attenzione ed analisi.

Succede, quindi, che, per un giovane, ma già sufficientemente quotato, economista quale Francesco Armillei (6), il dato più interessante (e preoccupante, aggiungerei) è che grande parte delle dimissioni arriva da contratti a tempo determinato. Il che, a suo condivisibile parere, “va contro la (facile e superficiale) lettura del lascio il posto fisso e cambio vita”, perché, aggiunge, “la maggior parte dei lavoratori ha deciso di lasciare un contratto precario”. Altri elementi, altrettanto interessanti, sono costituiti dal fatto che, nel nostro Paese, i settori maggiormente interessati al fenomeno delle dimissioni sono rappresentati dalle costruzioni (28 per cento del totale) dal manifatturiero e quello della sanità. La categoria più rilevante, inoltre, è rappresentata, secondo Armillei, “dalle professioni non qualificate (braccianti, bidelli, lavapiatti e simili), seguita da quella degli artigiani e operai specializzati (manodopera particolarmente richiesta grazie al mercato distorto dei bonus governativi a favore dell’edilizia)”.

In sintesi, conclude Armillei: “Occorre un invito alla cautela e allo studio del fenomeno, prima di trarre conclusioni. Potrebbe trattarsi del frutto di un mercato <congelato> dalla pandemia e dai provvedimenti governativi, di dimissioni programmate ma rimandate durante la pandemia, di dimissioni forzate dai datori di lavoro a fronte del vecchio blocco dei licenziamenti, oppure potrebbe trattarsi di chi si mette alla ricerca di un lavoro più adatto alle proprie esigenze”.

Si tratta, in definitiva, di un fenomeno nuovo e sconosciuto che, in quanto tale, soprattutto in un Paese quale l’Italia, con un così altro livello di disoccupazione – non solo giovanile e femminile – meriterebbe un approccio più cauto e, innanzitutto, metodologicamente “indipendente”.

Non appaiono quindi adeguate le perentorie conclusioni(7) – che reputo affrettate ed assolutamente fuori luogo – espresse, invece, da Pietro Ichino. Trovo, infatti – lacunoso, dal punto di vista scientifico, superficiale, dal versante professionale e, oggettivamente, falso – associare, al fenomeno delle “grandi dimissioni” in Italia, l’idea secondo la quale “oggi i lavoratori sono in condizione di scegliere tra diverse opportunità occupazionali. Perché ne hanno la concreta, effettiva possibilità”.

Se è vero – come, d’altra parte, risulta dai dati Istat incrociati con quelli previdenziali (8) – ciò che sostiene Lidia Baratta (9): “una lettura dei dati non è semplice. Sicuramente i numeri che vengono fuori ridimensionano l’idea di dimissioni trainate da profili qualificati che decidono di “cambiare vita”, così come l’idea che il fenomeno interessi prevalentemente i giovani o chi ha un <posto fisso>”, è, quindi, altrettanto vero che sarebbe ora di porre fine ad operazioni di stampo comunicativo declinato mimeticamente al servizio dell’ideologia neo-liberista del governo Draghi e dell’accozzaglia parlamentare che lo sostiene e ne esalta le politiche.

Insomma, per meglio intendersi, sarebbe ora che Pietro Ichino indicasse a quali lavoratori si riferisce quando(10) scrive: “Certo, ci sono ancora coloro che questa possibilità non l’hanno (scegliere fra le diverse opportunità occupazionali) ma non sono più il caso dominante, mentre sempre più persone sono in grado di guardarsi intorno, muoversi, negoziare le condizioni dell’ingaggio e negoziare con l’impresa che più le soddisfa”.
Allude, forse, a quei milioni di lavoratori cui appartengono giovani e meno giovani, maschi e femmine, che “scorrazzano” per le nostre strade, a ogni ora del giorno e della notte, per consegnare pizze e hot-dog?
Oppure, a coloro che affollano le ampie sale dei call-center con “fisso” mensile di 300 euro e piccola percentuale sui contratti stipulati telefonicamente?
O forse, si riferisce agli stagisti presso Centri di ricerca, enti pubblici, studi privati e multinazionali cui vanno ridicoli “rimborsi spese”?
O pensa ai giovani – e meno giovani – che servono ai tavoli di rinomati ristoranti e prestigiose “location”, cui vengono corrisposte non regolari retribuzioni mensili, bensì percentuali sulle (eventuali) presenze?
Si riferisce, forse, agli operatori alberghieri e dei servizi di ristorazione (in gran parte “stagionali”), cui va un “fisso” di 500/600 euro e il classico “fuori busta” per un servizio di 12/15 ore continuative senza pause?
Oppure allude ai giovani (pochi, perché inesperti) e ai tanti (esperti) anziani che, a quotidiano rischio della vita, operano nei cantieri edili e transitano da un subappalto (di norma, irregolare) all’altro?
Probabilmente si riferisce a lavoratori delle piccole e/o grandi imprese metalmeccaniche cui, spesso, è impedita anche l’indispensabile pausa?
Ai dipendenti Amazon o, forse, agli addetti alle consegne che, di norma, pranzano con un panino mentre raggiungono la sede della successiva consegna?
Forse si riferisce agli operatori sanitari, che operano quotidianamente in tutti i nosocomi italiani, cui vengono corrisposte retribuzioni nettamente inferiori alla norma perché formalmente soci delle pseudo cooperative cui vengono affidate le funzioni?
O, forse, si riferisce a quell’enorme ed indistinta moltitudine di donne e uomini solo formalmente in regime di “contratti a progetto” ma, di fatto, vincolati a forme di lavoro subordinato?
Allude, forse, alla miriade di braccianti agricoli che, come noto, lavorano spesso “a giornata”?

Chi sono, quindi, questi fantomatici lavoratori in condizione di negoziare alla pari con l’impresa che più li soddisfa?

Il dato certo è che oggi, nel mercato del lavoro italiano – caratterizzato da un diffuso ed altissimo indice di flessibilità numerica(11), da un elevato tasso di precarietà e da milioni di lavoratori “poveri”(12) – le affermazioni dell’ex Senatore Pd rappresentano un attentato ai diritti dei lavoratori e un’offesa all’intelligenza dei lettori

Credo, infatti, che tutto ciò faccia parte di un disegno complessivo che, escludendo qualsiasi ipotesi di tipo complottistico, miri – comunque – a un obiettivo ben più ambizioso. Alludo alla possibilità che sia in atto il tentativo di attentare alla stessa esistenza del Diritto del lavoro!

In questo senso, se è vero che la specialità del Diritto del lavoro (a differenza di quello privato che, almeno dal punto di vista formale, regola relazioni tra eguali) è rappresentata dal complesso di norme dello Stato a tutela dei lavoratori – al fine di controbilanciare lo stato di soggezione nel quale si trovano (per espressa (13) disposizione di legge) rispetto ai datori di lavoro – sarebbe altrettanto, tragicamente vero che, dare per scontata la parità di capacità negoziali tra lavoratori e datori di lavoro (come, strumentalmente, lascia intendere Pietro Ichino), rappresenterebbe “la fine del Diritto del lavoro”. Con un salto a ritroso di due secoli!

NOTE

1. Lavoratori, dipendenti di aziende con più di 15 dipendenti, che godevano delle garanzie previste dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (legge 20 maggio 1970, nr. 300).

2. Lavoratori non tutelati dal suddetto art. 18.

3. Ancora Pietro Ichino. Quale teorizzatore di una versione peggiorativa del c.d. “Contratto unico” (con deroga solo triennale all’art. 18), già ipotizzato da Tito Boeri e Pietro Garibaldi.

4. Provvedimento legislativo di cui al famigerato Jobs-act; prodotto dal governo Renzi..

5. Fonte: “Il Fatto Quotidiano” web; “Usa: il fenomeno delle grandi dimissioni”, di Felice Meoli, del 17 ottobre 2021.

6. Fonte:” lavoce.info” del 24/01/2022; “Un primo identikit delle grandi dimissioni”.

7. Fonte: “Nwsl nr. 559 del 7/2/2022”, a cura di Pietro Ichino.

8. Vedi nota 6.

9. Fonte “Linkiesta”, del 31/01/2022.

10. Senza avvertire la benché minima esigenza di fornire le fonti e l’identikit dei soggetti cui allude.

11. Possibilità per le aziende di adeguare gli organici alle esigenze produttive e di mercato. Ciò è tanto più facile quando esistono, come in Italia, le possibilità per ricorrere (quasi senza limiti) ai rapporti a termine, alle altre forme di lavoro precario e, soprattutto, a licenziamenti “facili”.

12. Coloro che, pur godendo di un reddito da lavoro, sono a rischio povertà. In Italia rappresentano il 13 per cento di coloro che hanno un’occupazione (intorno ai 3 milioni).

13. Artt. 2086 2094 del c.c.

 

(credit foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI)



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Nonostante sia dimostrato che a maggiore flessibilità non corrisponde un aumento dell’occupazione, questa tesi continua a essere riproposta.

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