“Più carta che carne”: Oussama Ben Rebha e gli annegati del Brenta che chiedono giustizia

Un ragazzo tunisino di 23 anni è annegato nel fiume Brenta dopo un controllo di polizia. Questo è l’ennesimo episodio che dimostra come in Italia ci sia chi può muoversi libero dalla paura e chi no.

Michela Fantozzi

Sono le 15:00 del 10 gennaio quando Oussama Ben Rebha e i suoi amici vengono fermati dalla polizia per un controllo nel quartiere di Pontevigodarzere a Padova.

Il ventitreenne Oussama si trovava lungo l’argine del Brenta con altri due persone quando degli agenti di polizia si sono avvicinati per un controllo.

Secondo la Questura, alla vista degli agenti che lo avevano fermato, Oussama si sarebbe messo a correre, aggredendo un agente. Sempre secondo la polizia, poco dopo, si sarebbe buttato nel Brenta. Un’amica rilascia una testimonianza: “Lo hanno picchiato, non è vero quello che hanno scritto”. L’amica, che ha assistito in videochiamata, dice che Oussama è stato gettato nel fiume. “Così ci trattano e non è il primo”. L’autopsia viene disposta sette giorni dopo, troppi per evidenziare segni di violenza. La PM, Luisa Rossi, ad oggi non ha fatto richiesta di visionare le immagini riprese dalle videocamere.

Il Coordinamento Antirazzista Italiano (CAI) ha indetto una manifestazione a Padova, sabato 28 gennaio alle ore 14.00 in protesta con il trattamento riservato ai ragazzi di origine straniera e un crowdfunding a sostegno delle spese legali della famiglia di Oussanma.

Nel comunicato stampa si legge:

“Il crescente clima di razzismo nel paese non ci può lasciare indifferenti, il caso di Oussama cittadino tunisino sprovvisto di titolo di soggiorno, morto annegato nel Brenta in seguito ad un inseguimento da parte delle forze dell’ordine, ci racconta di un Paese dove l’ingiustizia, la marginalità sociale e il razzismo istituzionale producono morte(…).

Non possiamo chiudere gli occhi davanti ai 26 tentativi di suicidio avvenuti tra ottobre e novembre, nel Cpr di Torino, una galera dove si sconta una pena afflittiva per il proprio status giuridico. In una di queste carceri amministrative sarebbe dovuto finire anche Oussama Ben Rebha, che è stato rincorso e braccato come un animale dalla polizia. Individuato insieme ad altri amici dopo uno dei tipici controlli selettivi, controlli basati sul colore della pelle e sui tratti somatici, un trattamento a cui sono esposti in massa migliaia di persone straniere, di origine straniera o semplicemente persone dalla pelle non bianca. Una pratica indegna per un paese che si vuole definire democratico”.

Oussama è il terzo di una serie di giovani ragazzi di origini straniere che hanno perso la vita annegando dopo controlli delle forze dell’ordine. Il 5 aprile 2021 Fares Shgater muore annegato nel Fosso Reale a Livorno. Il 4 giugno 2021 Khadim Khole, annegato nel Brenta. E ora Oussama Ben Rebha il 10 gennaio 2023, sempre nel Brenta.

In Italia una persona straniera o di pelle scura teme un controllo da parte delle forze dell’ordine. Nelle passeggiate di tutti i giorni si è ormai insinuata la discriminazione tra chi può muoversi e camminare libero dalla paura e chi no. E se non hai le carte giuste, il tuo corpo e la tua esistenza diventano illegali e a disposizione delle autorità e dello Stato, che potrà fare di te ciò che vuole. I tuoi diritti di essere umano spariranno come non capita nemmeno a un condannato.

“Siamo più carta che carne. Il corpo è fatto di documenti, di carte assenti e presenti, che permettono o negano di attraversare quei confini che si confermano come un valore assoluto, intriso di eurocentrismo e colonialità. Quegli stessi confini rappresentano una sfida per gli uomini e le donne libere che vengono da ex paesi colonizzati. A pochi mesi dalla tragica morte di Alika Ogorchukwu torniamo in piazza a manifestare la nostra rabbia. Siamo nuovamente nella condizione di dover rivendicare ciò che nessuno farà per noi, pretendere giustizia e verità per Oussama Ben Rebha e per tutti, perché la nostra dignità di persone razzializzate passa attraverso la solidarietà alle famiglie e alle comunità, a quella donna che non ha ricevuto condoglianze, a quel figlio che leggerà un giorno queste nostre parole, a suo padre che lo salutò con speranza dalla Tunisia e lo rivedrà rispedito come cartolina dei civilizzatori.

Se non c’è niente da nascondere perché i filmati non vengono immediatamente rilasciati? Come è possibile trovare il corpo della persona morta nello stesso punto in cui si trovava inizialmente la polizia ben 18 ore dopo? Perché aspettare sette giorni per disporre l’autopsia?

Sono molte le domande prive di risposta necessarie per ottenere Giustizia per Oussama, affinché il suo caso non venga archiviato, come accaduto per Khalid Khole a Fares Shgater. Invitiamo tutte le persone e le organizzazioni antirazziste a rompere il muro di silenzio e manifestare insieme a noi, sabato 28 gennaio, al fianco della famiglia di Oussama e della comunità tunisina per chiedere Verità e Giustizia”.

Foto Coordinamento antirazzista italiano

 



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