Più immaturi, più manipolabili. Sulla proposta Pd di far votare i sedicenni

Carlo Formenti

La situazione che stiamo vivendo si caratterizza sempre più come uno “stato di eccezione” motivato dalla doppia emergenza, sanitaria ed economica, che la pandemia del Covid ha innescato in tutto il mondo – salvo le grandi nazioni asiatiche, Cina in testa, uscite prima e meglio delle altre dalla fase acuta della crisi. Le élite occidentali sono impegnate a sfruttare questa situazione per riconfigurare l’insieme dei rapporti di forza su cui si fonda il regime neoliberale in cui viviamo da qualche decennio. In questo senso, l’accelerazione delle trasformazioni politico-istituzionali, con l’ulteriore ridimensionamento degli spazi di democrazia reale di cui il “modello Draghi” incarna una delle punte più avanzate a livello mondiale, è solo una delle poste in gioco, forse nemmeno la più importante. Ancora più radicali appaiono infatti i cambiamenti che si vorrebbero realizzare in campo economico, geopolitico e socioculturale.

Alcuni obiettivi sono chiari: ricompattare il fronte euro-atlantico impegnato nella nuova guerra fredda contro Cina e Russia; restituire stabilità e credibilità a un sistema economico indebolito dalla finanziarizzazione e costretto a fare i conti con la fine della globalizzazione (vedi lo scenario del Great Reset prospettato da Schawb e Malleret); reinventare il welfare per contenere la povertà delle classi inferiori, e per ridurre parzialmente gli indecenti livelli di disuguaglianza provocati dalle “riforme” del lavoro (sperando così di prosciugare il mare in cui nuotano i populismi); costruire un blocco sociale che garantisca al regime sufficienti livelli di consenso malgrado l’esautoramento dei meccanismi di rappresentanza. La proposta del Pd di estendere il voto ai sedicenni va in quest’ultima direzione.

In passato, il termine blocco sociale, per le sinistre memori della lezione gramsciana, era sinonimo di alleanza fra differenti strati di classe. A mano a mano che la nozione di classe diveniva “politicamente scorretta” (in quanto evoca il concetto di lotta – o peggio, di odio – di classe), il concetto è venuto assumendo coloriture socioculturali, nella misura in cui oggi rinvia piuttosto alla convergenza di interessi fra soggetti portatori di differenze di genere, generazionali, di preferenze sessuali, di appartenenze etnico-religiose, di ruoli posizionali (categorie professionali, consumatori, ecc.). Questo slittamento semantico è chiaramente un’arma strategica per esorcizzare la riemergente consapevolezza dei conflitti di classe (sia pure in forme spurie, quali popolo/élite, ricchi/poveri, ecc.) alimentata dall’onda populista.

Ma veniamo alla proposta di dare il voto ai giovanissimi. Chiunque, come chi scrive, abbia insegnato agli studenti dei primi anni di università (e abbia, sempre come chi scrive, due figlie che insegnano a ragazzi di quella fascia di età) non può ignorare che l’attuale livello di maturità psicologica, culturale ed emotiva di un diciotto-ventenne (figuriamoci d’un sedicenne) è pari, nella migliore delle ipotesi, a quello di un tredicenne di mezzo secolo fa. Non è questione di laudatio temporis acti: è banalmente l’effetto del combinato disposto: 1) del degrado dell’istituzione scolastica, frutto di una serie di demenziali “riforme”; 2) di programmi d’insegnamento tanto poveri di contenuti quanto omologati alle esigenze del sistema produttivo; 3) della perdita di autorevolezza di genitori e insegnanti; 4) dell’immersione h24 in un ambiente mediatico che veicola “pensiero unico” (i media mainstream) o un mix di intrattenimento e gratificazioni narcisistiche (i social).

Siccome non è pensabile che chi propone di dare il voto a questi ragazzi e a queste ragazze ignori tutto ciò, è lecito dubitare che nutra la speranza che la loro immaturità li renda più influenzabili e manipolabili degli adulti. Se poi si aggiunge che la crisi economica è tornata a incidere sulla composizione di classe della popolazione scolastica, riducendo la percentuale degli studenti provenienti dalle classi inferiori, il quadro è completo: la sinistra convertita al liberalismo “progressista”, così come cerca i suoi elettori fra le classi medio-alte che abitano i centri storici delle metropoli gentrificate, si propone ora di “fidelizzarne” i figli, prima che si facciano venire in testa grilli come quelli che mezzo secolo fa eccitavano i loro nonni.

Le martellanti campagne femministe dei media fanno parte dello stesso progetto: le donne della classe media, infatti, rappresentano un altro tassello – forse il più importante – del blocco sociale di cui sopra, da cementare con l’ideologia del politicamente corretto. Ma non è detto che funzioni. Da un lato, è altamente improbabile che i giovanissimi (in particolare quelli delle classi inferiori) abbiano alcun interesse a partecipare a una vita politica svuotata di senso, né è detto che voterebbero secondo le aspettative di chi li vuole “promuovere”. Dall’altro lato, nemmeno lo sforzo di arruolare le masse femminili nel fronte liberal progressista sembra dare i frutti sperati: recensendo un libro sulla storia di Podemos di Loris Caruso e Francesco Campolongo, per esempio, ho appreso che la più femminista (tanto da cambiare il nome in Unidas Podemos) delle sinistre europee, riscuote scarso consenso fra le elettrici povere e meno acculturate.

[Foto (c) The Jacques Delors Institute via WikiMedia CC 2.0]



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