Se il PNRR accentua il divario Nord-Sud

Perché il PNRR rischia di essere la pietra tombale delle speranze di riduzione delle diseguaglianze tra il Nord e il Sud del Paese.

Fausto Carmelo Nigrelli

La recente intervista rilasciata dal sindaco di Milano Beppe Sala a Repubblica dice molte verità, alcune chiare a tutti, altre nascoste nelle pieghe di ciò che non si può dire, ma che si sa che accadrà. Andiamo per ordine.

Il sindaco di una delle città che per prime in Italia ha cominciato a ripensare se stessa alla luce delle responsabilità che i grandi poli metropolitani hanno nel raggiungimento degli obiettivi di neutralità carbonica fissata per il 2050, più nota come “emissioni zero”, ammette che anche per Milano la speranza è riposta nella possibilità di utilizzare i fondi del PNRR di cui circa il 37,5% è destinato alla transizione ecologica.

Sala propone addirittura una “rivoluzione verde” basata in primo luogo sul potenziamento dei trasporti pubblici e su una diffusa rigenerazione urbana.
Milano, i suoi uffici comunali e, più in generale, l’insieme della sua società è certamente in grado di utilizzare i fondi assegnati direttamente e di intercettare quelli messi a bando.

Ma – e qui sta una delle verità che non si possono dichiarare – Sala dice: «Il 40% dei fondi andrà al sud […] bisogna essere certi che chi li riceve sappia spendere i soldi e per questo servono stazioni appaltanti che funzionano e progetti in fase già avanzata di definizione». E poi aggiunge: «capisco che non possiamo puntare solo sui primi della classe (Milano, ndr), ma la storia del nostro Paese è fatta anche di fondi europei non utilizzati».

Tutte le cose affermate dal sindaco sono vere, anzi incontrovertibili. E, d’altra parte, un sindaco deve fare gli interessi della sua comunità, non quelli nazionali. Senonché la fortuna di Milano e della Lombardia è dovuta, almeno negli ultimi settanta anni, non solo alla capacità dell’imprenditoria cittadina e dell’intera società milanese, ma anche a scelte di politica nazionale. Ci si aspetterebbe, dunque, un po’ più di attenzione ai meno forti.

Le scelte nazionali – a partire dalle politiche di ricostruzione postbellica – hanno fatto di metà del Paese non solo un mercato interno buono per dare una base costante alle imprese, per lo più collocate nelle regioni settentrionali, ma un immenso bacino di manodopera a basso costo. Lo ha provato abbondantemente tutta la letteratura meridionalista fino a Gianfranco Viesti, ma, senza ricordare il duro giudizio di Gramsci risalente al 1920 («la borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento», anche studiosi come Arnaldo Bagnasco nel suo seminale “Le tre Italie”.

Ora, quale è la verità che non si può dire? Il PNRR rischia di essere la pietra tombale delle speranze di un Mezzogiorno che nel suo complesso riduce le diseguaglianze rispetto alle regioni più forti, che arresta e poi inverte il declino demografico sempre più caratterizzato dal drenaggio dei cervelli, più che delle braccia.

Si tratta di un rischio più che concreto per il convergere di diverse condizioni di cui una prima prova è stata data dalla bocciatura di 31 progetti su 31 legati alla irrigazione delle aree agricole bocciati dal Ministero dell’Agricoltura alla regione Sicilia, di cui vasta parte del territorio corre un serio rischio di desertificazione come dimostra la mappa redatta dagli assessorati regionali dell’Agricoltura e del Territorio.

Nel maggio scorso Christian Mulder, professore di Ecologia e di Global climatic changes and desertification al Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Università di Catania in una intervista su LiveUnict, ha affermato che: “In futuro possiamo prevedere intere aree non coltivabili e diverse colture rischiano di sparire per gli effetti della desertificazione. Potrebbe succedere, per esempio, per i vitigni di Marsala, ma anche per quella che chiamo ‘area Montalbano’, tra Sicilia sud-orientale e sud-occidentale. Andrà meglio a Catania – continua – per l’influenza positiva dell’Etna che mitiga il clima e per l’elevata fertilità del suolo vicino al vulcano. In altre zone, invece, ci sarà una situazione simile alla Tunisia, che del resto si trova dirimpetto, dall’altra parte dello Stretto di Sicilia”.

Secondo una approfondita analisi pubblicata in un Longform di Repubblica il 31 ottobre scorso il problema principale risiede nella burocrazia degli enti pubblici, dalla regione ai comuni, che in parte è impoverita da anni di assenza di assunzioni, dalle ondate di pensionamenti della generazione che era stata assunta tra gli anni Ottanta e Novanta, in parte è formata da personale a bassa qualificazione, spesso incaricato di mansioni superiori per mancanza di laureati e spesso a tempo parziale perché stabilizzato dopo almeno due decenni di precarietà (i cosiddetti “articolisti 21”), ma con limitazione di risorse che non hanno consentito il tempo piano.

Ad aggravare la situazione la condizione di disastro finanziario in cui si trovano moltissimi enti locali del Mezzogiorno. Secondo il Rapporto Ca’ Foscari sui comuni italiani risalente a dicembre 2020, quindi con dati sicuramente sottodimensionati, in Calabria c’erano 193 comuni in dissesto; in Campania 173 e in la Sicilia 80 enti in default. Tre regioni del sud sul podio! A questi vanno aggiunti quelli in pre-dissesto (86 in Calabria, 83 in Sicilia e 64 in Campania). In totale 259 comuni su 411 in Calabria, 237 su 552 in Campania e 144 su 390 in Sicilia non potrebbero – se anche volessero – fare nuove assunzioni.

Nonostante il deficit di personale riguardi tutte le regioni meridionali, per completare il quadro occorre dire che la Puglia sembra fuori da questa Caporetto annunciata e sta già facendo man bassa dei fondi assegnati al Mezzogiorno, ma il problema nel suo insieme rimane.

A questa condizione strutturale, che non si risolverebbe nemmeno con una – necessaria – assunzione di massa per i necessari tempi di formazione dei nuovi assunti, le altre condizioni negative convergenti di cui si faceva cenno riguardano la richiesta di cofinanziamento da parte degli enti locali che è contenuto in diversi bandi. Con quel quadro delle finanze locale è evidente che tutti quei comuni (il 48% degli enti locali delle tre regioni) sono tagliati fuori come è accaduto con il bando per gli asili nido. Secondo il Messaggero «sulle 2.654 richieste di finanziamento pervenute e i 453 posti disponibili, ha incluso ad esempio Torino, Novara, Varese, Parma, Ferrara o Belluno e tagliato fuori anche le siciliane Bagheria e Noto, o Crosia e Tropea in Calabria, o ancora Cerignola e Parabita in Puglia. Vale a dire comuni che si trovano tutti in regioni lontanissime dall’obiettivo europeo di 33 posti negli asili nido disponibili ogni 100 bambini».

Quello che è evidente che a condizioni territoriali differenti non si possono applicare regole uniformi, a meno che non si voglia surrettiziamente favorire qualcuno a danno di qualcun altro. Ma soprattutto occorre prender atto di una brutta realtà: in molti casi gli enti del Mezzogiorno non sono in grado di elaborare progetti adeguati alla competizione nel quadro PNRR (e d’altra parte nell’intervista il sindaco Sala ricordava la già alta percentuale di fondi europei non spesi) e, quando lo sono, spesso presentano progetti vecchi, tirati fuori dai cassetti e semplicemente aggiornati negli elaborati finanziari per tenere conto dei prezzari delle opere pubbliche più recenti.

Diciamolo: il modello dello sviluppo locale, basato sulla collaborazione tra pubblico e privato e il coinvolgimento della parte sana della società civile, da solo è una esperienza che ha dato qualche buona prova sia nella fase della programmazione negoziata che in quella della SNAI, ma complessivamente ha mostrato tutti i limiti di élite locali spesso inadeguate e legate a vecchie logiche di potere poco vocate allo sviluppo vero.

Se così non fosse, dopo 40 anni di Intervento Straordinario e 30 di Politica Europea di Coesione, non si registrerebbe un’accentuazione del divario tra regioni forti e regioni deboli (una volta si diceva: depresse) del Paese.

Proprio la storia degli aiuti al Mezzogiorno potrebbe indicare una via. Come hanno dimostrato Prota e Viesti nel loro studio sulle politiche di sviluppo del Mezzogiorno pubblicato da il Mulino nel 2012 il primo periodo della Cassa per il Mezzogiorno è stato l’unico, nei settanta anni di Repubblica, in cui la diseguaglianza tra la ricchezza delle regioni meridionale e le alte si è ridotta significativamente e ciò è avvenuto in un contesto politico e sociale per il «consenso per il ruolo distributivo e di promozione dello sviluppo dello Stato» e con l’attuazione delle politiche di sviluppo del Mezzogiorno inserita all’interno di una strategia nazionale e affidata a una struttura tecnocratica centrale che era di alta qualità professionale e sufficientemente libera dalle influenze della politica locale e dalle sue beghe e clientelismi.

Questo potrebbe essere un percorso possibile, non da replicare semplicemente perché le condizioni sono ovviamente diverse. Potrebbe essere utile, cioè, costruire una struttura tecnica di alta qualità con il compito di collaborare con le autorità regionali e locali, potenziando e trasformando in elemento strutturale esteso a tutto il sud quanto sperimentato con la SNAI.

Lo Stato, insomma, che si affianca alle comunità locali, che non le lascia sole; che mette a disposizione strutture tecniche di alta professionalità e produce politiche di settore (sanità e formazione prima di tutto) coerenti con le politiche di sviluppo.

 

(credit foto Governo.it CC-BY-NC-SA 3.0 IT)



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