Pnrr e lavoro: le politiche del Governo tra luci e ombre

Dal varo di un Piano per le nuove competenze al potenziamento dei centri per l’impiego. Riformare le politiche attive del lavoro è uno degli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ma i 5,6 miliardi di euro stanziati dal Governo rischiano di non tradursi in sviluppo occupazionale.

Maurizio Franco

Garanzia di occupabilità dei lavoratori. Gol è una delle sigle con cui il Governo intende riformare le politiche attive del mercato del lavoro. Missione 5, componente 1 del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr): la bibbia della transizione economica post-pandemica prevede, oltre a Gol, “il varo di un Piano per le nuove competenze, il potenziamento dei centri per l’impiego e il rafforzamento del sistema duale”. Circa 5,6 miliardi di euro sono stati stanziati (su un totale di 6,66 miliardi di euro) lungo cinque anni, dal 2021 al 2025, per realizzare l’infrastruttura in grado di incubare il prototipo del lavoratore del domani. I fondi sono subordinati al raggiungimento di determinati obiettivi, dei milestone e dei target fissati in agenda: una vera e propria road map, tra Regioni (depositarie, per Costituzione, dell’attuazione delle politiche attive per il lavoro) e Governo, finalizzata alla profilazione, formazione e riqualificazione di “almeno” 3 milioni di persone. Il fine ultimo è rendere milioni di disoccupati più versatili, adatti alle dinamiche del mercato, e spendibili per il grande balzo tecnologico a cui il Pnrr ambisce.

“Nonostante il rilevante investimento, con cui si cerca di allineare l’Italia al resto dell’Europa, il punto da cui partire è che le politiche attive del lavoro non creano di per sé posti di lavoro, ma dovrebbero migliorare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Il tasso di posti vacanti in Italia è ancora troppo basso, secondo l’Istat nel terzo trimestre del 2021 era pari all’1,8% nel complesso delle attività economiche, segnalando una grave carenza di domanda di lavoro. Non possiamo escludere che in una fase di transizione del sistema produttivo ci sia un possibile squilibrio tra la domanda e l’offerta di competenze, dove il Programma GOL provvederà ad intervenire. Ma il maggiore rischio è che questa discussione occulti il vero mismatch, ovvero quello tra la domanda e l’offerta di lavoro. Visti anche gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro sono quindi necessarie politiche industriali, e più in generale, politiche di creazione dell’occupazione”, dichiara Cristian Sica, rappresentante sindacale in Anpal servizi, società in house del Ministero del Lavoro – il braccio operativo di Anpal –, per le Camere del lavoro autonomo e precario (Clap). “Questa questione rimane aperta. Si presuppone che l’intervento economico del Pnrr si traduca deterministicamente in sviluppo occupazionale. La verità è che le incertezze sono elevatissime”.

Il Governo stima incrementi occupazionali per i soggetti più vulnerabili, come donne e giovani, dello 0,7 per cento nel 2021, del 2,2 per cento nel 2022, fino ad arrivare al biennio 2024-2026 con un aumento del 3,2 per cento. “Previsioni che non prendono in considerazione la qualità dell’occupazione. Si continua a parlare di ripresa economica ma la stagnazione dei salari è evidente e l’abuso dei contratti a termine si sta cronicizzando, diventando la regola. Dietro questa presunta ripresa, c’è un grave aumento della fragilità del mercato italiano, dove la componente femminile e i giovani sono quelli che pagano il prezzo più alto”, commenta Sica.

I centri per l’impiego sono il canale di accesso preferenziale (ma non l’unico, visto che tra gli obiettivi del programma spicca la cooperazione tra i servizi pubblici e le agenzie per il lavoro) per dispiegare il potenziale dell’occupabilità 2.0. L’ultimo rapporto di monitoraggio dei servizi per l’impiego, redatto dall’Anpal, in riferimento al 2020, restituisce però un quadro di generalizzata difficoltà “in tutte le aree funzionali”, a eccezione delle procedure amministrative. Congestione organizzativa e carenza di organico. “Per contro – si legge nel rapporto – le aree più critiche in termini di adeguatezza di competenze del personale in forza presso i Cpi sono quelle dell’Orientamento specialistico e dell’Accompagnamento al lavoro, così come quella della Creazione d’impresa dove si osservano giudizi critici in tutte le aree geografiche”. Una rete di 551 centri per l’impiego e 7.772 dipendenti. Ogni addetto prende mediamente in carico 247,6 persone. Un macigno che pesa inevitabilmente sulla qualità dei servizi offerti. Stando alle stime elaborate dall’Istat, durante l’audizione del 17 novembre 2021 in Commissione XI “lavoro pubblico e privato” della Camera, soltanto il 18,7 per cento delle persone in cerca di lavoro si è rivolto a un Cpi nel 2020. Mentre il 77,5 per cento si è affidato a canali di natura informale, come amici, conoscenti e parenti. La media europea di disoccupati che fanno riferimento ai servizi pubblici di intermediazione, come riporta il testo dell’audizione, è del 42,5 per cento. Con picchi del 63,6 per cento in Germania e del 52,9 per cento in Francia.

“Il rafforzamento del comparto pubblico deve essere il pilastro delle politiche del Governo: aumentare i centri e stabilizzare il personale per dare risposte significative ai disoccupati. Inoltre, il potenziamento è necessario per migliorare la qualità dei servizi, rendendo esigibili i diritti per i disoccupati, evitando la solitudine e l’isolamento che questa condizione crea”, dice Marco Filippetti, membro del coordinamento nazionale Clap Anpal servizi. A giugno 2019 sono state annunciate 11.535 assunzioni per implementare il servizio pubblico. Con un esborso economico, definito strutturale, scaglionato su diversi anni, che nel 2021 ha visto “uno stanziamento aggiuntivo nel limite di 304 milioni di euro”. Secondo un approfondimento di Tecnostruttura, associazione che coordina alcuni progetti tra le Regioni, “il potenziamento della base professionale dei servizi risponde a un’istanza profondamente avvertita dalle Regioni, finalizzata a dotare il sistema dei Cpi di nuovo personale assunto in pianta stabile, numericamente più consistente e professionalmente qualificato, superando così le persistenti forme di precarietà e discontinuità lavorativa che caratterizzavano questo comparto e consolidando una modalità di sostegno strutturale del sistema attraverso finanziamenti nazionali fissi”.

I dati riportati dal Ministero del Lavoro del 30 settembre 2021 per la rilevazione periodica sul potenziamento dei Cpi, dicono che sono state effettuate 1.458 assunzioni. A dicembre ne erano previste 2.333. “Un dato destinato a crescere nel primo semestre 2022” è quanto riporta lo studio di Tecnostruttura: il ritardo accumulato è da addebitare alla pandemia, che ha generato “un rallentamento nell’espletamento delle procedure concorsuali”, e alla “mancata copertura dei costi fissi di gestione connessi al personale”: utenze, manutenzione degli stabili e dotazioni.
A oggi, alcune regioni non hanno ancora pubblicato i bandi per i concorsi. “Il fattore umano è fondamentale nei centri per l’impiego. Il processo di digitalizzazione, necessario per l’integrazione delle banche dati, non può però compensare l’esperienza e il contatto diretto degli operatori con le fragilità di coloro che sono alla ricerca di un lavoro”, dice Filippetti.

E il reddito di cittadinanza?

I centri per l’impiego hanno avuto un ruolo predominante per quanto riguarda il Reddito di cittadinanza. Centinaia di migliaia di persone hanno imboccato la strettoia del collocamento pubblico per accedere al dispositivo che avrebbe abolito la povertà. Nella legge di Bilancio 2022, la misura ha subito alcune trasformazioni. La revoca del sostegno avviene dopo il secondo rifiuto di un’offerta di lavoro (nel vecchio impianto, al terzo rifiuto scattava lo stop) da parte del beneficiario. Un’offerta di lavoro spalmata su tutto il territorio nazionale. “La crisi ha aumentato le disuguaglianze, rendendo ancor più necessaria una revisione del welfare in chiave universalistica, attraverso un coraggioso ripensamento del ruolo del Reddito di Cittadinanza, erroneamente pensato come una misura di attivazione al lavoro. Una funzione redistributiva, che non dovrebbe essere immaginata in primo luogo come una politica attiva del lavoro”, afferma il sindacalista. “Invece di allargare i parametri di accesso, superando nettamente i vincoli di condizionalità, si è scelto al contrario di inasprirli, accrescendo un approccio punitivo nei confronti dei beneficiari, obbligando i percettori ad accettare qualunque offerta di lavoro per non perdere il sussidio, visto che al secondo rifiuto il reddito sarà revocato”.
Inoltre, le modifiche al Rdc prevedono colloqui periodici in presenza: un’assenza ingiustificata determina la fine del supporto economico. “Assistiamo a un meccanismo di criminalizzazione della povertà e della disoccupazione, dove a valere sono le responsabilità individuali piuttosto che la carenza strutturale di lavoro di qualità e i sistemi di funzionamento del welfare”, rimarca il sindacalista.

E che fine hanno fatto i navigator, il personale inglobato nel 2019 dentro Anpal servizi per assistere i percettori del Reddito dentro i centri per l’impiego? L’ingaggio è stato prorogato di quattro mesi e fino al 30 aprile 2022 saranno nelle maglie della società in house del Ministero. Poi chissà. Il rapporto di monitoraggio di Anpal, certifica che i 2400 professionisti sono stati operativi nell’82,8 per cento dei cpi. “Si osserva come le nuove risorse siano destinate a rafforzare l’operatività praticamente di tutte le aree funzionali. Quelle dell’accoglienza (56,7%), dell’accompagnamento al lavoro (52,9%), dell’incontro domanda offerta (52%) e del rinvio alla formazione (47,8%) sono risultate le più frequenti”. Operatori che hanno ricoperto un ruolo di raccordo e supporto. “Come Clap pretendiamo la continuità occupazionale per i collaboratori di Anpal Servizi e i navigator. Hanno ricoperto un ruolo importante all’interno dei centri per l’impiego. E sarebbe una contraddizione disperdere tali professionalità, che peraltro sono state formate per oltre due anni”, rivendica Sica.

Le Clap

Su piani di assunzione a tempo indeterminato, le Clap sanno il fatto loro. La loro battaglia in Anpal servizi ha portato alla stabilizzazione di 550 lavoratori, tra dipendenti con contratti a termine e collaboratori. Una vertenza lunga tre anni, il cui slogan ha rappresentato il paradosso “tutto italiano” del mercato del lavoro: precari che ricollocano disoccupati è stato il leitmotiv dei picchetti e degli scioperi, delle azioni e delle manifestazioni che hanno caratterizzato le cronache di quei giorni. Clap, dicono gli attivisti, è un sindacato indipendente che fornisce strumenti per l’autorganizzazione dei lavoratori. Un sindacato costituito anche da tutti quei precari, intermittenti, a partita Iva e autonomi, “che hanno perso le speranze e non si sentono rappresentati dalle organizzazioni sindacali tradizionali”. Un sindacato che ha creato un legame intimo con la galassia dei precari dell’informazione e che nella comunicazione ha intravisto uno strumento di conflitto, per stringere alleanze sociali con diversi soggetti. “Il nostro intento è costruire nuove forme di sindacalismo. Non siamo una burocrazia di servizio. Ma uno strumento collettivo”, dice Filippetti. “Per questo motivo diventa necessario affrontare in termini nuovi ed espansivi le regole di rappresentanza nei luoghi di lavoro, garantendo il pluralismo e la democrazia sindacale”, gli fa eco Sica.

Il conflitto, a punto, e la negoziazione tra le parti. Il 16 dicembre, le Clap hanno sottoscritto il contratto vigente in Anpal servizi, conquistando la rappresentanza sindacale. Un cambio di passo nelle relazioni industriali all’interno dell’azienda. “Ciò grazie alle lavoratrici e ai lavoratori che, con testardaggine, tenacia e generosità, hanno deciso di mettersi in gioco fino in fondo, di resistere nella lotta anche quando la strada era in salita, impervia, ai più sconosciuta”, scrivono gli attivisti in un comunicato. Oltre al dialogo con il commissario straordinario, Raffaele Tangorra, che ha impresso un’accelerazione nelle procedure di stabilizzazioni, riconoscendo il sindacato come un legittimo interlocutore, dopo i rapporti burrascosi con il vecchio presidente Domenica Parisi.
Adesso le Clap spingono per la replicabilità del modello sindacale che hanno plasmato nelle società in house degli altri ministeri, “per lottare contro la precarietà in tutto il comparto del pubblico impiego”. E, in una delle diramazioni del dicastero del lavoro, hanno aperto una breccia.

 

(credit foto ANSA / Filippo Attili – Palazzo Chigi)



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