Il valore dei podcast

Il potere del podcast risiede nella capacità di instaurare una relazione di fiducia e una propensione all’ascolto che forse stavamo perdendo.

Giada Pari

Sul tema | Lorenzo Cazzulani – Il podcast e Paul Valéry. Una “intossicazione da fretta”

Quando nei primi anni Duemila frequentavo l’Università a Milano mi spostavo quotidianamente con i mezzi pubblici. Metropolitana e tram in primis. Erano gli anni in cui iniziavano a circolare i quotidiani gratuiti con orde di miei coetanei che per racimolare qualche soldo sostavano all’entrata delle metro e distribuivano centinaia di copie ogni mattina. Ho visto poco alla volta quattro fogli sostituire i libri con cui si passava il tempo tra una fermata e l’altra. Sono stata testimone di esperimenti di microletture, racconti metropolitani con tempi di lettura che variavano dagli uno ai due minuti. La società letteraria in quegli anni inorridiva di fronte al fatto che sempre meno giovani erano in grado di leggere e analizzare le notizie del giorno, perché sempre più abituati alla sintesi di un’infografica. Forse non ne eravamo pienamente coscienti, ma sotto i nostri occhi tutto stava raddoppiando la sua velocità e noi vivevamo di obiettivi a breve-medio termine.

La riforma scolastica aveva da poco inserito il sistema dei crediti, aveva stravolto l’esame di maturità sia nei modi che nelle valutazioni e da poco era subentrato il traguardo della laurea breve. Proust, Dostoevskij e Tolstoj erano diventati orpelli piccolo borghesi. Iniziavamo a parlare con il laconismo di Carver. È qui che trova il suo humus un fenomeno che da lì a vent’anni anni sarebbe esploso con prepotenza: il podcast.

I diciottenni del 2000 sono oggi i primi utenti di questo nuovo media, sia nella fruizione che nella creazione di contenuti. Sono quella generazione che ha bisogno di una voce e di una identità perché cresciuta a cavallo tra due mondi, quando da una parte non c’erano più battaglie forti da sostenere nelle piazze e dall’altra quelle stesse piazze, svuotate del loro significato, venivano trasferite su un social network.

Mentre negli USA il mercato del podcast è all’apice della sua fioritura con modelli di business replicabili e dai quali attingere, in Italia ogni anno, da diverso tempo a questa parte, sentiamo dire “questo è l’anno del podcast!”. Dove si colloca la verità? Semplicemente nei dati, come dovrebbe essere. In seguito al lockdown nel 2020 si è registrata un’impennata di nuovi podcaster, decine e decine di nuovi contenuti ogni giorno che sono andati ad occupare nicchie ancora vuote o a rimpinguare bacini già navigati. Secondo i dati di Nielsen si è passati da 12 milioni di ascoltatori nel 2019 ai 13,9 milioni del 2020, con un aumento dell’ascolto medio che è passato dai ventitré minuti ai venticinque. La potenza dell’audio è indubbiamente fortissima e sempre di più si sta diffondendo l’idea che nel prossimo futuro verrà ridisegnato il nostro modo di produrre e fruire di contenuti. Sono convinta che la voce sia un mezzo molto più potente del video per due motivi principali: il primo perché rende l’ascoltatore parte attiva e non passiva, stimolando la sua immaginazione. Il secondo è perché offre verità.

La voce è ancora percepita come vera, perché non ha filtri. Il successo di Cloubhouse ne è la testimonianza e si deve proprio a questo, alla capacità di mettere tutti gli utenti sullo stesso livello, senza l’inganno di un’immagine, modificata spesso fino alla perdita dei connotati originari. A conferma di quanto detto viene in supporto uno studio realizzato qualche anno fa da Richard Wiseman della University of Hertfordshire, “The Megalab truth test”.

Lo studio ha analizzato in quale ambito mediatico il pubblico possa con maggiore facilità riconoscere una menzogna. È stato intervistato un famoso commentatore politico britannico (Sir Robin Day) per ben due volte circa i suoi film preferiti. Nella prima intervista gli è stato chiesto di rispondere sempre con la verità, nell’altra di mentire ripetutamente. Le sue risposte sono state divulgate attraverso tre differenti canali: trascritte sul Daily Telegraph, diffuse via radio sulla BBC Radio1 e mostrate in televisione sempre dalla BBC.

Al pubblico è stato chiesto per ognuno di questi media in quale delle due interviste Sir Robin Day stesse mentendo. Il risultato ha dimostrato che chi ha ascoltato l’intervista alla radio ha colto quasi tutti i momenti in cui l’intervistato stava dicendo bugie, con una buona percentuale in più rispetto a chi invece aveva seguito l’intervista in televisione.

Gli ascoltatori della radio hanno individuato le bugie nel 73.4% dei casi, i lettori del quotidiano nel 64.2% contro il 51.8% dei telespettatori. La voce non ha fronzoli a cui aggrapparsi, mettendoci quindi in relazione diretta con la nostra emotività. Il potere del podcast risiede proprio in questa capacità di instaurare con chi c’è dall’altra parte una relazione di fiducia e una propensione all’ascolto che forse stavamo perdendo. La sua diffusione sempre più capillare mi fa credere e sperare in una rinnovata voglia e capacità di ascolto, cifra indispensabile per capire il nostro mondo e viverlo al meglio delle nostre possibilità.



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