La politica italiana di qui al 2023

Nei prossimi anni la politica italiana è attesa da diversi appuntamenti cruciali.

Mauro Barberis

La politica è come la guerra: una questione di tempi, di mosse giuste al momento giusto. Nei prossimi anni la politica italiana è attesa da quattro appuntamenti cruciali, i primi tre altrettanti passaggi obbligati, il quarto dipendente dai primi tre. Al lettore meno interessato alle baruffe quotidiane e più ai destini del Paese provo a fornire una road map che ricapitoli questi appuntamenti: anche perché, altrimenti, la politica italiana rischia di risultare ancor più incomprensibile di quanto non sia già oggi.

Il primo appuntamento è il semestre bianco, che scatta a giugno: da allora, il Presidente della Repubblica non potrà più sciogliere le Camere neppure se lo volesse. Covid e vaccinazioni permettendo, questo darà ai partiti, specie a quelli in campagna elettorale permanente, il tempo per dedicarsi al secondo appuntamento: le elezioni dei sindaci delle maggiori città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna). Appuntamento importante, già rinviato per il Covid, ma al quale entrambe le coalizioni che da sempre si spartiscono l’elettorato italiano, centrodestra e centrosinistra, si presentano divise.

Il centrodestra, avvantaggiato nei sondaggi ma spaccato fra destra di governo (Lega e Forza Italia) e destra d’opposizione (Fratelli d’Italia), ha sinora riproposto per Roma e Milano l’usato sicuro, Bertolaso e Albertini, ma entrambi hanno fiutato la fregatura e si sono ritirati. Nel centrosinistra, con il M5S imploso in attesa di Conte, il Pd rifiuta di votare i sindaci Cinquestelle, specie la Raggi a Roma. Le elezioni comunali, però, sono a doppio turno, come secondo chi scrive dovrebbero essere anche le politiche. Niente esclude, dunque, che i due partiti si presentino divisi al primo turno e poi facciano convergere i voti sullo stesso candidato al secondo.

L’unica certezza è che i risultati nelle città, tradizionalmente più favorevoli al centrosinistra, determineranno il clima politico in cui si svolgerà il terzo e decisivo appuntamento: l’elezione del Presidente della Repubblica a inizio 2022. Qui, tutto dipende dalla scelta di Draghi: andare al Quirinale o restare a palazzo Chigi? La prima scelta, preferita dal centrodestra e consigliata dall’interesse personale – governare l’Italia non sarà inutile, come diceva Flaiano, ma è maledettamente faticoso – aprirebbe altri scenari. La variopinta maggioranza che oggi lo sostiene probabilmente si dissolverebbe e si materializzerebbe il quarto appuntamento: le elezioni politiche anticipate.

Se Draghi scegliesse di restare a Palazzo Chigi, invece, e di lì continuare a gestire i fondi europei e la ripresa economica, la legislatura più travagliata della storia repubblicana potrebbe arrivare alla sua scadenza naturale, la primavera del 2023. Per questa scelta premono non solo tutti i parlamentari che non verrebbero mai rieletti, con il taglio dei medesimi e il limite del doppio mandato per i Cinquestelle, ma anche la Ue, timorosa che i successori di Draghi dilapidino i fondi europei, e soprattutto Pd e M5S. Questi potrebbero votare un candidato gradito anche al centro, come Marta Cartabia, o chiedere a Mattarella di farsi rieleggere e poi dare le dimissioni nel 2023, quando potrebbe subentrargli Draghi.

Sinora Mattarella si è detto indisponibile a quest’ultima soluzione, nonostante il precedente di Napolitano, soluzione che per lo stesso centrosinistra presenta un’incognita non da poco. Nel 2023, come Salvini ha già fatto capire, il centrodestra potrebbe non votare più Draghi e puntare a prendersi tutto: Presidenza della Repubblica e governo.



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