Il tempo della politica incentrata sui leader è finito

L’Italia della Seconda Repubblica da tempo non è più quella del voto per ideologia e appartenenza politica. Continuare a fossilizzarsi sul Leader impedisce di vedere che le correnti di fondo delle scelte elettorali sono mosse dai bisogni della gente comune, anche quando a votare non ci va; e che la politica vince se li interpreta.

Federica D'Alessio

L’analisi dei flussi di voto pubblicata in questi giorni dai più importanti istituti di ricerca fornisce, a chi abbia voglia di comprendere, molti indizi interessanti su come la cittadinanza italiana esprime le sue scelte e si fa rappresentare presso le massime istituzioni. Gli spostamenti massicci di voti nel giro di pochi anni da un partito all’altro all’interno della stessa coalizione, come nel caso di Fratelli d’Italia che ha sottratto alla Lega e a Forza Italia quasi tutti i nuovi voti acquisiti, fra partiti diversi, o traghettando verso l’astensione una percentuale inquietante di persone (36,1%, che diventa 53% fra le classi meno agiate) parlano di preferenze che non dipendono più, come è stato durante la Prima Repubblica, da solidi posizionamenti ideologici, culturali e sociali, ma che vengono formulate fra incertezze e smarrimento, e fra nuove forbici che divaricano la differenza di classe. Emblematico il risultato del Movimento 5 Stelle: Giuseppe Conte, dato per politicamente morto da tutti i giornali mainstream, isolato dal progressismo italiano che lo considera niente più che un parvenu, ha condotto un riscatto del suo partito inimmaginabile fino a due mesi fa, consolidando il M5S come primo partito del sud Italia e primo partito fra le persone con condizioni economiche inadeguate.

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Sono elementi che inducono a pensare, innanzitutto perché non nuovi. L’Italia della Seconda Repubblica da tempo non è più quella del voto per ideologia e appartenenza politica. E la ragione principale è il cambiamento delle condizioni socio-economiche. L’Italia post-caduta del Muro di Berlino, quella della frettolosamente proclamata vittoria del liberalismo capitalista, rapidamente si è allontanata da quel breve periodo, coincidente grosso modo con gli anni Ottanta, in cui una società borghese appianata nei suoi conflitti di classe godeva di un benessere distribuito a pioggia. Una condizione effimera e fortunata che dette a molte persone l’agio ozioso di dedicarsi al posizionamento sociale, moralista e culturale.

 

Dagli anni Novanta in poi è cominciata una predazione, una febbre capitalista che ha portato a continui e costanti colpi di mano verso le classi popolari e subalterne, e sono stati indistintamente la destra (che non era meno estrema di oggi, quando Gianfranco Fini divenne il braccio destro di Berlusconi insieme a Umberto Bossi), il centro democristiano e la sinistra ad alternarsi e collaborare in questa opera di smantellamento delle certezze e garanzie nella distribuzione del benessere, non solo economico ma in termini di dignità umana ed esercizio della piena cittadinanza. Come dimenticare che i prodromi della legge Bossi-Fini, che tuttora rende persone di serie B tanti immigrati e immigrate privandoli di tutti i diritti di cittadinanza e inducendoli alla clandestinità obbligata, si trovavano nella legge Prodi-Napolitano-Turco? E che il primo avvio dello smantellamento dei diritti sul lavoro fu il Pacchetto Treu del governo Prodi, che creò lo scivolo attraverso il quale siamo arrivati infine al Jobs Act?

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Eppure, durante gli anni Novanta e i primi anni Duemila, una larga fetta del mondo intellettuale e giornalistico ha centrato le sue attenzioni non sulle politiche diffuse, non sugli effetti di tali politiche nei confronti della società dei lavoratori e democratica, bensì sull’Uomo. Berlusconi, prima di tutto, perno della rappresentazione del potere verticale e fallocentrico, e gli avversari che lo hanno via via sfidato sul ring, sul quale peraltro 30 anni dopo, stanco ma non vinto, è ancora lì che sferra i suoi colpi. L’ossessione dei grandi giornali progressisti, dalla Repubblica di Scalfari a L’Espresso di De Benedetti, passando per personaggi come Santoro, Mentana e Travaglio, o per i lacchè da Fede a Vespa, è stata tale che i media hanno trascurato per anni di parlare della gente comune, della cittadinanza, delle persone e dei loro malesseri.

È stata in buona parte la concentrazione e fascinazione ossessiva dei media, che fosse apologetica o invece antagonistica, nei confronti dell’Uomo al comando a rendere gradualmente la società “popolo”. Se insisti a voler a tutti i costi creare la figura di un sovrano, morale e materiale, se ti droghi di verticalità del potere e trascuri la pluralità delle espressioni della società democratica, il resto non può che essere popolo. La società italiana negli anni Novanta si è traghettata fuori dal sistema mondiale a due poli Usa/Urss attraverso la cornice di pensiero del “Lui”, attorno al quale tutto e tutti giravamo. Grazie al potere mediatico di Berlusconi stesso, ma innanzitutto grazie al sostrato patriarcale del mondo intellettuale e politico italiano.

Questo antagonismo patriarcale ha reso infatti a lungo il racconto della politica una sceneggiata teatrale, incentrata sui galli nel pollaio che di volta in volta si contendevano lo scettro, e sullo sfondo la gente comune che non aveva neanche gli strumenti per accorgersi di quanto stava nel frattempo calando il benessere, la sicurezza economica e la prospettiva di futuro. Continuavano le lotte dal basso e le aggregazioni – non hanno mai smesso, dalle lotte del movimento no-global ai girotondi per la democrazia alle battaglie successive contro le privatizzazioni e il militarismo, o contro le opere ecodistruttive come il No TAV –, ma non un solo centro di potere mediatico e rappresentativo si è mai dedicato a raccontare queste espressioni del protagonismo diffuso come priorità del suo mestiere. Chi lo ha fatto, lo ha fatto per demonizzarle o per dipingerle come un’espressione di minoritarismo sociale, persino quando in piazza c’erano milioni di persone, come durante la manifestazione contro la guerra in Iraq del 15 febbraio 2003. O di semplice contrapposizione al solito Lui.

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Finché, attraverso passaggi drammatici come la crisi del 2008, non siamo arrivati al punto di non ritorno. E il soggetto “popolo”, non più società dei cittadini, è esploso nelle sue rivendicazioni. Il populismo del M5S che si è sviluppato in quegli anni è stato una forma persino blanda di espressione di un malessere sociale che, se si guarda agli indici depressivi delle condizioni di vita della gente comune in Italia, si è mantenuto forse addirittura moderato. Basti pensare allo stato dei salari: l’Italia è l’unico Paese d’Europa dove in 30 anni non soltanto non sono mai cresciuti, ma sono diminuiti.

I primi grillini sono stati innanzitutto la rabbia sociale vomitata, priva di coscienza politica, del rant “Vaffa”, delle recriminazioni nevrotiche di Di Battista e Di Maio, di una purezza da difendere dal “sistema” che ha fatto perdere al grillismo già nel 2013 l’occasione per misurarsi con la cosa pubblica nel suo concreto, dicendo no a Bersani.

Ma sarebbe ingiusto, non rispondente alla realtà dei fatti, non accorgersi delle trasformazioni avvenute da allora.
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(credit foto ANSA / CIRO FUSCO)

 



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