Polonia, tutti gli scogli che insidiano il governo

Alle tensioni prodotte dal carovita e dal parziale fallimento delle riforme economiche, la destra al governo risponde dipingendo un Paese assediato da Bruxelles e da Mosca.

Daniele Stasi

Nelle ultime settimane, diversi osservatori hanno pronosticato un rapido declino della maggioranza di governo polacca, attraversata da tensioni interne e alle prese con alcune questioni che potrebbero minare la compattezza della coalizione di destra fino ad appena un mese fa stabilmente in testa nei sondaggi rispetto al maggiore concorrente: il partito di Piattaforma Civica di Donald Tusk, l’ex Presidente del Consiglio Europeo tornato stabilmente sulla scena politica nazionale. Al braccio di ferro con l’Europa – cui il partito di maggioranza Diritto e Giustizia parrebbe disposto in parte a porre fine sciogliendo l’Izba Dyscyplinarna (l’organismo di controllo sull’attività dei magistrati voluto dal governo) ritenuta dalle istituzioni europee illegittima in uno stato di diritto democratico e che ha fino ad ora impedito il trasferimento dei fondi straordinari europei allo Stato polacco – si sono aggiunti nell’ordine: la questione dei migranti al confine bielorusso; la faccenda  “Pegasus”: un’operazione di intelligence nei confronti di uomini politici e magistrati invisi al governo in carica eseguita senza preventiva autorizzazione della magistratura; la crescita repentina del numero di decessi a causa della pandemia; il massiccio aumento dell’inflazione e il mezzo fiasco del Polski Ład, il progetto di riforme economiche e fiscali che avrebbe dovuto livellare le diseguaglianze sociali e dare nuova spinta alla crescita complessiva del Paese.

La narrazione dei media nazionali, sotto il pieno controllo di Diritto e Giustizia, ha raffigurato la presenza dei migranti al confine orientale quale autentica minaccia, sventata soltanto dall’intervento dei valorosi soldati polacchi stanziati in massa alla frontiera con la Bielorussia. Nelle ultime settimane, numerose sono state le interviste di esponenti dello stato maggiore dell’esercito impegnati a “difendere la nazione” da un attacco imminente e nel solco di una “guerra ibrida” contro i polacchi la cui regia sarebbe a Mosca.

Il governo altresì ha deciso di stanziare alcuni fondi per la costruzione di un muro al confine orientale per fermare i sinistri invasori, più che altro disperate famiglie costrette a sostare al gelo invernale nei boschi tra la Polonia e la Bielorussia e soccorse unicamente dalle associazioni non governative. Si tratta, come è evidente, di una trovata propagandistica. Il muro, di circa 50 km, è del tutto insufficiente a sbarrare la frontiera orientale polacca, molto più estesa, e non può costituire la soluzione di un problema che investe, prima che la politica, la coscienza dei polacchi come degli europei rispetto all’ennesimo dramma che si sta consumando sul limitare della “fortezza Europa”. Molti settori dell’opinione pubblica polacca appaiono schierati con le scelte del governo e le critiche dell’opposizione sembrano concentrarsi esclusivamente sui lavori di realizzazione del muro “che ci si augura siano dati in appalto ad aziende polacche”.

Un’altra vicenda, emersa nelle scorse settimane, mostra clamorosamente la distanza tra la pesante eredita comunista della Polonia e le sue ambizioni di democrazia matura e di “potenza regionale”. Nella primavera del 2017 i servizi segreti polacchi avrebbero acquistato da un’azienda israeliana un potente dispositivo di controllo degli smartphone, definito “Pegasus”, in grado di attingere i dati della posta elettronica, delle utenze, dei messaggi WhatsApp oltre alle conversazioni effettuate dai telefoni cellulari. Il sistema, utilizzato dai servizi segreti israeliani nella lotta internazionale alla criminalità e al terrorismo, sarebbe stato impiegato in Polonia per spiare la vita di alcuni cittadini polacchi, tra cui un senatore di Piattaforma Civica e un magistrato. La vicenda rientrerebbe nella lunga lista di manovre, intentate da personaggi vicini al governo, contro l’opposizione in spregio alle regole dello stato di diritto e secondo la peggiore tradizione veterocomunista che mira a colpire con strumenti di polizia gli avversari politici e le personalità scomode. Jaroslaw Kaczynski, il capo della destra nazional-populista in Polonia, ha derubricato tale faccenda a semplice “iniziativa atta a contrastante la corruzione”, ammettendo tuttavia indirettamente di essere da tempo a conoscenza di “Pegasus” e dell’attività di spionaggio nei confronti di politici e magistrati.

La determinazione delle politiche di sicurezza governative non sembra riguardare la questione della pandemia. La percentuale di decessi a causa del covid in Polonia è, rispetto alla popolazione, la più alta d’Europa a fronte di un numero di vaccinati tra i più bassi del Vecchio Continente. Nelle file dei no vax molti sono i sostenitori dell’attuale governo e dell’estrema destra quanto numerose sono state, nelle ultime settimane, le manifestazioni, soprattutto nella parte orientale del Paese, contro le misure anti pandemia. In molte regioni le restrizioni anti-Covid hanno un’applicazione tutt’altro che rigorosa. In occasione delle scorse festività sono state organizzate nelle grandi città celebrazioni di massa in cui, nonostante i più di 700 decessi al giorno a causa del virus nell’ultimo mese, il covid sembrava più che altro un triste ricordo. La variante omicron, intanto, sta per diffondersi in Polonia a fronte di strutture sanitarie quasi allo stremo.

Non sono tuttavia i muri farlocchi al confine orientale, le attività di spionaggio illegittime oppure i numeri della pandemia a preoccupare il governo in carica. Alcuni mesi or sono, il Presidente del Consiglio dei Ministri Morawiecki aveva annunciato in pompa magna la messa a punto del pacchetto di riforme economiche definito “Polski Ład”(Ordine polacco) che, congiuntamente agli aiuti straordinari previsti, ma per ora rimasti a Bruxelles e Francoforte, dall’Unione Europea, avrebbe dovuto sostenere l’economia nazionale, eliminare i lacci di tipo burocratico e i diversi privilegi a favore delle classi avvantaggiate che costituirebbero l’ostacolo maggiore sulla strada dei sogni di potenza regionale della Polonia. Le misure previste dal governo per il momento non solo non hanno portato nessun beneficio per i polacchi ma, in molti casi, si sono rivelate un fiasco. Accanto all’incongruenza di alcune norme, gli insegnanti e i pensionati si sono visti ridurre inopinatamente i loro stipendi e le loro pensioni di alcune centinaia di zloty. Sul Polski Ład il governo ha ammesso l’errore, promettendo di porvi rimedio nelle prossime settimane. L’inflazione intanto galoppa – per il 2022 è prevista al 7% – ed erode i salari dei ceti meno abbienti, segnatamente della cosiddetta “Polska B” (la parte orientale del Paese) che costituisce lo zoccolo duro dell’elettorato nazionalista, clericale e di sentimenti manifestatamente autoritari. In un sondaggio di pochi giorni fa alla domanda se in ordine all’affaire pegasus era necessario istituire una commissione parlamentare d’inchiesta, più della metà degli intervistati si è dichiarato indifferente o contrario.

Nel gennaio del 2020, malgrado lo scontro con l’UE, il partito di Diritto e Giustizia nei sondaggi era dato al 44%, staccando ampiamente la destra liberale di Coalizione Civica, a circa il 30%, e le altre forze di opposizione, in prevalenza di destra. Nell’ultimo biennio invece la sinistra unita rimane stabilmente su percentuali al di sotto del 10%. La destra al governo risponde alle tensioni prodotte dal carovita e dal parziale fallimento delle riforme economiche ingaggiando l’artiglieria pensante della propaganda dei media nazionali, in cui si dipinge una Polonia assediata da Bruxelles, da una parte, e, dall’altra, da Mosca. Una retorica che sembra far breccia nell’elettorato più svantaggiato economicamente e dal punto di vista delle risorse culturali.

Morawiecki, nel suo intervento al sejm il 13 gennaio scorso, ha dichiarato che i deputati dell’opposizione sono “dalla parte delle élite di Bruxelles (…) Noi invece pensiamo solo alla Polonia (…). Per noi le questioni delle piccole città di provincia polacche sono più importanti dei giudici dei tribunali di Lussemburgo (…)”. Nei numerosi organi di stampa che appoggiano l’esecutivo, l’Unione Europea diviene il “nuovo Reich” con capitale Berlino e la Polonia l’oggetto “delle gelosie dei Paesi occidentali”. Secondo la curiosa logica di alcuni intellettuali conservatori, in alcuni Paesi dell’UE, come la Francia e la Germania, non si rispettano le regole della democrazia e la libertà di opinione di un importante Stato membro la cui crescita sul lato politico ed economico può mettere a repentaglio gli equilibri costruiti artificiosamente dalle burocrazie di Bruxelles. Quanto il modello polacco di “democrazia autoritaria” sia in contrasto con la lettera e lo spirito degli accordi internazionali cui la Polonia ha aderito per entrare a far parte dell’UE nel 2004, e sia, in questo senso, maggiormente assimilabile a esperienze a oriente dell’Europa, non è un pensiero che turba i sogni di un’élite governativa che potrebbe subire, ciò nonostante, un duro colpo alle prossime elezioni.

La vecchia Repubblica Popolare comunista conobbe essenzialmente tre crisi di sistema che costituirono, unitamente al crollo dell’URSS, il preludio della sua caduta: nel 1956, nel 1970 e nel 1981. Ognuna di esse nacque sulla scorta dell’aumento dei prezzi e, in generale, dal peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Lo Stato paternalista e distributore di risorse crollò in grande misura non per questioni attinenti ai principi della democrazia o alle libertà personali, bensì sotto il peso dei movimenti dal basso e legati a rivendicazioni di tipo materiale. I nazional-populisti hanno costruito il loro largo successo elettorale degli ultimi anni sulle generose politiche ridistributive e sulla difesa dei ceti svantaggiati dalla modernizzazione neoliberale dal 1991 al 2015, rispolverando ricette economiche stataliste, definite solidali, accompagnate da una torsione autoritaria del sistema politico. Se le risorse europee tardassero ad arrivare e la pandemia dovesse prendere la piega che ha avuto nella parte occidentale d’Europa, l’attuale governo si troverebbe di fronte a un film già visto: una crisi di sistema il cui esito, verosimilmente, potrebbe essere incompatibile con la democrazia liberale e analogo, malgrado i proclami tesi a vellicare i sentimenti antirussi nella popolazione, alla demokratura di Putin.

 

(credit foto EPA/RADEK PIETRUSZKA POLAND OUT)



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