Poor Things, vince l’ode all’autodeterminazione femminile (e il suo lato sinistro)

Alla Mostra del Cinema di Venezia 80 vince prevedibilmente Poor Things di Yorgos Lanthimos, un'ode all'autodeterminazione delle donne che non manca tuttavia di mostrare il lato sinistro dell'empowerment, forse l'aspetto più interessante della pellicola.

Federica D'Alessio

Non è stato difficile quest’anno azzeccare il pronostico della Mostra del Cinema di Venezia: fin dal giorno della proiezione, era chiaro che Povere creature, Poor Things! di Yorgos Lanthimos, tratto da un romanzo dello scrittore scozzese Alasdar Gray (in Italia lo pubblica Safarà Editore nella traduzione di Enrico Terrinoni), puntava dritto al Leone d’Oro. In Italia arriverà a gennaio, appena in tempo per gli Oscar, ai quali pure il film del regista greco – una produzione britannica – si candida con la concreta speranza di vincerne più di uno. In primo luogo quello come miglior attrice protagonista, per l’attrice statunitense Emma Stone.

“Poor Things!” è un film sontuoso, che non si risparmia in nulla, né in minutaggio (quasi due ore e mezza), né in maestria degli attori – l’insuperabile Willem Dafoe e Mark Ruffalo, oltre alla già citata Emma Stone e a molti altri impeccabili attori secondari – né in ricchezza scenografica, della fotografia e dei costumi. Un film la cui protagonista femminile riempie la scena e lo schermo, donandosi con grande generosità. La sua ricerca della libertà sessuale occupa un posto di rilievo – per quanto non rappresenti,  a parere di chi scrive, nient’affatto il cuore della storia, come è stato invece in alcuni casi ritenuto – e ha significato per Stone spogliarsi e far agire e interagire il suo corpo nudo e ardente molto di più di quanto la cinematografia americana, col suo puritanesimo tuttora pienamente agente (il film è stato vietato ai minori di 17 anni negli USA), le avrebbe mai consentito. Per la centralità che la formazione ed esperienza sessuale assumono nella trama, affidarsi al regista era indispensabile, e Stone ci riesce evidentemente appieno, sebbene la cifra più precisa della sua bravura d’interprete la diano le prime scene, quelle in cui Bella – una bambina in corpo di donna, o se preferite una donna in mente di bambina –, si muove nella magione del suo creatore con la postura di una bambina di due anni, ma in un corpo da adulta. La capacità di Stone di diventare, in quelle scene, precisamente ciò che è nella storia, ossia una bambina che si muove dentro un corpo di donna è fenomenale. Le sue non sono le movenze meccaniche di una bambola bensì quelle goffe ma interamente umane di una creatura che sta imparando a misurare il suo equilibrio nello spazio e come il suo corpo la tiene in equilibrio.

 

Bella è una “povera creatura” al quadrato; il padrino e ri-creatore Godwin (Dafoe) tempo addietro aveva estratto il cadavere di una donna incinta dal Tamigi, rendendosi conto che conduceva ancora elettricità. Decide di sperimentare dunque la creazione in aula della vita, inserendo il cervello del feto nel cranio della madre. L’esperimento riesce e Bella, donna con una fisionomia e fisiologia di donna, cresce da bambina, a velocità accelerata, affermando la sua volontà, la sua curiosità, i suoi bisogni e desideri. Il film mette in scena dunque il romanzo di formazione della sua personalità, che – proprio come nel film di Matteo Garrone “Io, capitano”, che pure racconta una storia completamente diversa – comincia nel momento in cui sente il bisogno di lasciare il nido e la sua origine per vivere un’avventura. Nel corso di quell’avventura, prenderà coscienza di sé, diventerà un’adulta, ma soprattutto – qui si svela l’intenzione poetica dell’autore/regista, che ha dichiarato esplicitamente di aver voluto fare un film femminista – vivrà il suo percorso di empowerment, di acquisizione di potere. Solo che il potere ha sempre un lato sinistro, e anche nel caso di Bella sarà così. Acquisire coscienza, potere, piena capacità di azione significherà per lei, come significa per ogni essere umano, ripercorrere le orme che l’hanno vista nascere e crescere, tornando all’origine, alla casa del suo padre-creatore Godwin, assumendone il ruolo.

 

E qui viene la parte più interessante della vicenda, quella che emerge oltre le intenzioni dell’autore, quanto meno oltre le sue intenzioni dichiarate, e forse più consapevolmente invece nel libro da cui l’opera è tratta. La storia di Bella Dexter è la storia di una persona che cresce in un ambiente in cui la nascita è data da un atto di potere tecnologico-scientifico. Una nascita disumanizzata; la madre – figura completamente priva di qualsiasi rilievo nel film – è un contenitore inerte, un corpo morto. La nascita di Bella è resa possibile dalla potenza della scienza, e lo scienziato Godwin – essere deforme perché così reso dal padre, che a sua volta applicava la sperimentazione scientifica spietata nei confronti del figlio – vede in Bella una creatura della scienza, alla quale si affeziona più di quanto vorrebbe, ma che non può educare nell’amore, perché a sua volta non ne ha mai ricevuto. Tantomeno può educarla nella libertà, lui che, corpo deforme in mente di genio, è stato consacrato a una missione più alta fin da prima di essere cosciente. Lui e Bella sono entrambi strumenti di un dio che li prevarica, quello della conoscenza e della creazione scientifica. “Godwin”, una vittoria del dio sull’umanità. La differenza è che la libertà è una spinta naturale di ciascun essere umano e non solo umano. L’amore, invece, come a parlare, lo impari se qualcuno te lo insegna. E lo impari come te lo insegnano.

C’è, in questo senso, un passaggio fondamentale della formazione della nostra protagonista, ed è il passaggio in cui un avventore conosciuto sulla nave le mostra tutta la bruttura del mondo, la miseria dei poveri, con cruda intenzione; per insegnarle che la vita è miseria in sé e per sé, che amore e meraviglia sono solo simulacri, che non c’è scopo alcuno nel vivere. Nel corso del suo viaggio di crescita Bella farà sue alcune di quelle lezioni. Conoscerà la crudeltà ma non conoscerà mai l’amore, se non in forme profondamente distorte, per questo diventerà cinica e crudele a propria volta. La sua ricerca di emancipazione passa per l’empowerment, passa sicuramente per l’affermazione della libertà. Ma non passa per i sentimenti.

Una differenza radicale con l’altro grande romanzo di formazione presentato alla Mostra, il viaggio di Seydou Sarr nel film di Matteo Garrone, “Io, capitano”. Il viaggio attraverso la crudeltà umana di Seydou ottiene infatti un effetto diverso: Seydou non assiste e basta da turista alla miseria e alla violenza, la vive sulla sua pelle. Ma a differenza di Bella, Seydou ha conosciuto l’amore. Seydou è un figlio curato, allevato, amato e questa sua origine, che riconosce in ogni persona che incontra, lo spinge ad assumersi responsabilità e a diventare uomo attraverso le responsabilità. Bella è una figlia strappata dalle viscere stesse di sua madre, donna-cadavere resa nient’altro che un contenitore. È una creatura della potenza, non dell’amore, e la sua crescita segue il percorso di appropriazione della potenza. Diventa adulta e donna di società diventando potente, acquisendo il potere di uccidere e di sottomettere. Seydou è figlio di grande amore materno e collettivo, e sebbene proprio come per Bella la sua ansia di scoperta lo porti a esplorare altrove, tradendo la sua famiglia, nel corso del suo viaggio sarà in grado di riconoscere e quindi dare e ricevere cura e protezione. Bella, invece, non è capace.

Mentre della sessualità si parla di continuo, attraverso tassonomie di tipo zoologista che classificano le identità individuali, come “eterosessualità”, “omosessualità”, “transessualità”, dell’amore, la dimensione interindividuale per eccellenza, non si parla quasi più (e sono stati anche molto pochi i film a Venezia 80 che hanno voluto raccontare storie d’amore). Anche l’opera di Lanthimos ci parla di scienza ed esperimento, ci parla di affezioni, ma non dell’amore. Bella non lo può custodire nel bagaglio con cui parte per il suo viaggio, Seydou invece sì. Sono entrambi giovanissimi, ed entrambi diventano adulti nel corso della storia. Ma in modo molto diverso. Lui rimanendo figlio, nel nome della madre. Lei nel nome dell’autocreazione scientifica, figlia della tecnologia, corpo morto rielettrificato. Ma anche figlia del suo padre-creatore, cinghia di trasmissione della violenza che lui stesso aveva subìto e che replica (più volte, nel corso della storia).

Nella sua sontuosità e maestosità, nei suoi richiami a tutta la storia del cinema a cominciare da George Méliès fino a risalire ancora prima al melodramma vittoriano, il film di Yorgos Lanthimos getta – e al momento di scrivere non abbiamo ancora capito quanto questo messaggio sia intenzionale o meno da parte dell’autore, che in realtà sembra possedere lo stesso cinismo dei suoi personaggi – in questo senso una luce sinistra sul percorso del suo personaggio. E ci dice, sotto le apparenze, che i romanzi di formazione nella vita e nell’arte si concludono sempre tornando al punto di partenza. Ovvero replicando e riproponendo, da adulti, ciò che dei sentimenti abbiamo appreso da bambini. Non solo: dice delle cose, molto probabilmente anche in questo caso inintenzionali, alle donne e alle femministe. Dà l’occasione per riflettere su un elemento: l’empowerment – parola esotica, che andrebbe infatti tradotta per capire bene cosa significa: acquisire potere, cioè diventare potenti – e la libertà, il percorso di emancipazione delle donne, se tranciano di netto la coscienza della nostra origine femminile e se ci spingono a considerarci come creature individualmente autodeterminate, cioè figlie di noi stesse e basta, tranciano di netto anche la sentimentalità dalla nostra coscienza. Ci danno la libertà ma ci privano dell’amore. Autodeterminazione è una parola con un valore politico importante ma se declinata in chiave puramente individuale acquista un lato sinistro e inquietante. Il desiderio come energia della curiosità è l’inizio di ogni avventura, a qualsiasi età della vita e per ogni persona. Ma senza cercare un’origine amorosa che vada di generazione in generazione, di creatura in creatura, di nascita in nascita e di crescita in crescita, alla quale poter sempre ritornare, anche noi donne ci rendiamo cose, things, e ci infiliamo nella cinghia di trasmissione della crudeltà e del nichilismo.



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