Populismi e sovranismi oggi: non più appannaggio della sola destra?

I social hanno bypassato una serie di intermediari comunicativi, dando la percezione che si possa esercitare la propria cittadinanza in modo diretto, ma la nostra è una Repubblica rappresentativa e la democrazia un sistema di valori, non solo un metodo di votazione.

Teresa Simeone

I casi di Brasilia e di Capitol Hill sono esempi concreti, non immaginati, di quanto possano essere penetranti e incisivi i nuovi populismi e i nuovi sovranismi, termine, quest’ultimo, di conio contemporaneo e sicuramente meno urticante del termine “nazionalismi” (della cui scelleratezza abbiamo già vissuto nell’età dell’imperialismo gli esiti), cui spesso viene associato, secondo gli esperti non sempre propriamente.

Il populismo è stato sdoganato, negli ultimi anni, da movimentisti come Grillo e Casaleggio, e, sia pure con modalità e intenti differenti, da esponenti politici di rilievo come Silvio Berlusconi e Giuseppe Conte: quest’ultimo ne ha fatto il cavallo di battaglia per accreditarsi come rappresentante di quel popolo sempre portatore di valori positivi, contrapposto a una classe di professionisti espressione solo di interessi di parte. Popolo contro élites: opposizione antica ma sempre attuale, soprattutto per il M5S che sull’antipolitica ha costruito gran parte del suo consenso e nei partiti individuato il male da eliminare per una partecipazione senza intermediazione, una democrazia diretta che rimane il suo obiettivo politico. Giuseppe Conte, coraggiosamente, rivendicò il proprio sovranismo e populismo davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite: correva l’anno 2018 ed era al governo insieme alla Lega.

Il secondo termine, pur diverso, è spesso accompagnato al primo e solitamente reso con sovranità perché, anche in questo caso, più neutro e socialmente accettabile. In Italia è giustificato dall’articolo 1 che ogni sovranista declama, evitando accuratamente l’articolo 11 della stessa Costituzione che, nel ripudiare la guerra, consente all’Italia limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni e promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Aprendo, quindi, il nostro Paese al contesto più ampio di quello ristretto ai confini nazionali.

In riferimento al populismo la questione è complessa perché, richiamato dal movimento russo, nato nel XIX secolo per dare voce alle masse contadine, servi della gleba e contestare lo zarismo autocratico, è rilanciato successivamente in forme diverse, come in America latina dal peronismo al chavismo e, in generale, da coloro che guardano con simpatia a ogni politica che abbia al centro il popolo, mentre è criticato da chi l’associa alla demagogia e dunque al rischio, legato all’azione carismatica di un leader, di blandirlo, il popolo, per poterlo meglio controllare. In verità, il termine è ambiguo, difficile da ridurre a un solo concetto; forse aiuterebbe una distinzione tra contenuto e metodo. Certamente movimenti, correnti o formazioni di stampo socialista non possono non dare priorità alle istanze popolari, è questo è connesso alla loro natura politica, ma un conto è parlare con il popolo e difenderne i diritti, un altro vellicarne le pulsioni più istintuali a scopo propagandistico. È quest’ultima intenzione che si contesta ai moderni populisti: farne strumento per i propri fini. Nonostante siano sempre di più gli intellettuali che sostengono un populismo di sinistra[1], rimane il fatto che, far prevalere il “come” approcciarsi al popolo sul “cosa” effettivamente poter realizzare per lui, generi forti perplessità. Allo stesso modo, parlare di sovranità nazionale e conciliarne la prassi con i valori di apertura verso altri popoli e di solidarietà verso altri individui – migranti, apolidi, non solo cittadini – diventa oggettivamente complicato.

Gli esempi statunitense e brasiliano evocano immagini tristi di dove possa portare una posizione populista e sovranista, benché molti simpatizzanti, secondo il costume di banalizzare per rimuovere o ridicolizzare per sminuirne la portata eversiva, si affannino a parlare di golpe infantile, farsesco, impossibile da prendere sul serio. L’indifferenza con cui anche frange della polizia o dell’esercito hanno assistito a quanto avveniva ai danni della democrazia brasiliana o con cui molti commentatori di destra ridussero a mera goliardia i fatti di Capitol Hill ne sono un segnale preoccupante, aggravato dall’effetto emulativo che potrebbero innescare. Che il modello democratico sia sotto attacco in tanti paesi è un fatto che non va sottovalutato e che impone attenzione e vigilanza. Da parte di tutti. Si sostiene che gli anticorpi funzionino ma è un giudizio che si può dare solo a posteriori, per i casi accaduti e, comunque, non definitivo. D’altronde, si sa che la rabbia sociale, l’antipolitica e i progetti eversivi crescono e si autoalimentano in periodi di disagio economico, quando l’evocazione di un/una leader forte, capace di prendere la guida del paese, appare come l’unica risposta efficace. Ecco, allora, che subentra il populista a farsi interprete di istanze di “giustizia” e ad affabulare le masse proprio laddove, invece, ci vorrebbe maggiore non minore politica. Soprattutto, lucidità.

Gli scandali che riguardano figure di potere e addirittura organizzazioni internazionali, come quelli che hanno interessato l’UE, non aiutano certamente a diffondere un clima di fiducia, né a creare il senso di appartenenza come cittadini europei: tuttavia, va ricordato, insieme ai comportamenti individuali di corruzione, anche quelli di chi lavora correttamente e, in ogni caso, che, per quanto il sistema liberale e democratico sia fallibile, è pur sempre preferibile a sistemi illiberali e autoritari. Non dimentichiamo che il disorientamento, storicamente, ha spesso preceduto, legittimato e agevolato la svolta antidemocratica. Di fronte all’antipolitica destabilizzante, si dovrebbe, piuttosto, da parte dei nostri rappresentanti, reagire con spirito civico, onorando l’articolo 54 e ricordando le responsabilità di certe posizioni, invece di soffiare sterilmente sulle scintille.

Per quanto riguarda quello che Jacques Derrida definiva il “principio-fantasma della sovranità” è ancora più inquietante, perché prevede programmi limitati a una platea di popolo chiusa in confini nazionali, quando ormai si vive in una dimensione multiculturale, multipolare e globalizzata, dove ci sono reti e relazioni impossibili da circoscrivere e in cui un’informazione è in grado di arrivare ovunque in poche frazioni di secondo. In un mondo in cui tutti fossero sovranisti, sarebbe pressoché impossibile parlare di concertazione di una qualsiasi azione comune. Il concetto di sovranità dei sovranisti, nel porre la questione identitaria come appartenenza a una Nazione, finisce inevitabilmente per dividere, indebolisce i progetti di unione fra Stati, esaspera le conflittualità, alza barriere, rischiando di avviare processi che poi diventa difficile fermare. Mina, altresì, la solidità di organizzazioni sovranazionali, vedi quella europea che, non a caso, cerca di conservare compattezza resistendo a paesi come l’Ungheria o la Polonia e a formazioni come Vox spagnolo, Front National e, fino a qualche mese fa, FdI di Giorgia Meloni e Lega salviniana. Questi ultimi partiti, dal 25 settembre 2022, evitano di ricorrere smaccatamente, come facevano prima dai banchi dell’opposizione, alle continue rivendicazioni sovraniste e sono diventati molto più cauti nei confronti dell’UE: potere del potere!

Naturalmente chi rivendica una posizione sovranista e populista lo fa in nome della volontà generale e appellandosi al fatto che la sovranità è il principio su cui si sono formati gli Stati moderni: il problema, però, è proprio nel limite, nella capacità di resistere a storture demagogiche. Il leader populista, una volta eletto, può conservare lucidità e intelligenza politica per evitare di seguire gli umori della massa che, dopo essere stata così sollecitata, non è disposta ad aspettare che i tempi maturino gli effetti di certe scelte? È possibile pianificare misure anche impopolari ma necessarie al futuro delle generazioni, come impongono le nuove sensibilità ambientaliste che, sappiamo, confliggono con le esigenze liberiste e imprenditoriali per i costi che richiedono, o politiche di investimento a lungo raggio che tutelino gli “ancora non nati”, come direbbe Jonas, o che riducano il debito pubblico, considerato che adesso a votare sono i presenti, non gli “ancora inesistenti”? Chi si dichiara orgogliosamente populista è inevitabilmente schiacciato sul presente perché il popolo che deve soddisfare è quello che si trova di fronte e nelle cabine elettorali oggi, non domani. La necessità di rispondere a richieste immediate, per il populista che si interfaccia con gli elettori che ha davanti, inevitabilmente lo appiattisce su un presentismo politico che gli impedisce progetti lungimiranti, gli restringe l’orizzonte e lo costringe a operare in maniera estemporanea.

Non si vuole negare che i populisti e i sovranisti odierni non si pongano il problema del disagio del popolo: alle frustrazioni sociali ed economiche danno, però, risposte semplificate. Nel rapportarsi al popolo come a un tutto omogeneo e indistinto, ne fanno un blocco monolitico che ne comprime le singolarità e uniforma i bisogni, mortificandone la ricchezza; inoltre, appellandosi al senso di appartenenza e segnalando quasi sempre un nemico, interno o esterno, utilizzato come distrattore, su cui concentrare la rabbia sociale, sia l’élite per i primi, siano i migranti o l’UE per i secondi, ne umilia le intelligenze e le sensibilità. Tale operazione non è né neutra né indolore politicamente perché contiene il rischio di scardinare il sistema parlamentare e la democrazia liberale nonché il rapporto con entità internazionali con le quali, piaccia o non piaccia, siamo inevitabilmente ed irrimediabilmente interconnessi. I social e la rete Internet hanno bypassato una serie di intermediari, comunicativi, come giornali e televisioni, e politici, come i partiti, dando la percezione che si possa esercitare la propria cittadinanza in modo diretto, ma la nostra è una Repubblica rappresentativa e la democrazia un sistema di valori, non solo un metodo di votazione.

La situazione è molto più complessa di quanto non appaia quando si arringa da un palco. Come sta succedendo in Italia al governo Meloni, un conto è cavalcare la protesta dall’opposizione, in cui le posizioni populiste e sovraniste riescono a coagulare consenso senza dover agire, un altro mantenere le promesse dai banchi del governo, quando ai programmi devono seguire i fatti e le decisioni politiche e ci si deve confrontare non con la situazione ideale, ma con la “verità effettuale”.

 

[1] Per un approfondimento, vedi Chantal Mouffe, Per un populismo di sinistra, Tempi nuovi; Ernesto Laclau, La ragione populista, Laterza; Carlo Formenti, La variante populista, Comunità concrete.

 

 

Foto: The Everett Collection



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