Populismo e democrazia: gli scenari per il 2024

La democrazia è sotto attacco in tutto il mondo. Il 2024 sarà l’anno con più elezioni nella storia, e il nemico giurato del voto democratico non è il fondamentalismo o l’imperialismo: è il populismo.

Mauro Barberis

Il settimanale inglese The Economist ha scritto che il 2024 sarà l’anno con più elezioni nella storia: quattro miliardi di umani (su otto), in 76 paesi, sono chiamati al voto. Prima di celebrare l’evento sparando gli ultimi mortaretti – o, in Italia, sparando tout court – leggiamo però quanto dice alla rivista americana Politico la giornalista filippina Maria Ressa, premio Nobel per la Pace 2021: “entro la fine del 2024 sapremo se la democrazia sopravviverà oppure no”. In effetti, basta scorrere la lista dei paesi interessati per accorgersi che spesso si tratta di potenze regionali, come Russia o India, dove il voto serve solo a legittimare autocrati come Putin o aspiranti tali come Modi.
Il fatto è che la democrazia è attaccata in tutto il mondo, e non da oggi: è dal 2005 che s’è invertito il processo di democratizzazione, iniziato nel 1989 con il crollo del muro di Berlino.  I politologi la chiamano recessione democratica – la diminuzione delle democrazie sul pianeta – e stavolta non possiamo neppure consolarci, noi occidentali europei italiani, dicendo che riguarda gli altri. La democrazia, il regime politico diffusosi in tutto il mondo dopo la vittoria angloamericana nella seconda guerra mondiale, è infatti assediata ovunque, dall’esterno e dall’interno, in modi diversi ma che vanno tutti nella stessa direzione.
Dall’esterno, le autocrazie cinese e russa e i fondamentalismi islamici premono militarmente per estendersi, la Cina nel Pacifico, la Russia in Ucraina, l’Iran in Medioriente. Ma anche entro l’Occidente – ripudiato dalla Turchia, strumentalizzato da Israele, parodiato dall’Argentina e ridotto ormai a Stati Uniti ed Europa – la democrazia non se la passa bene. Al punto da farci chiedere se con questo termine si debba intendere solo lo stanco rito delle elezioni, che hanno dato il potere a Mussolini e Hitler, e oggi lo danno ai vari Erdogan, Netanyahu e Milei, o non piuttosto istituzioni non elettive, che però i più ignorano, come tutela dei diritti e separazione dei poteri.
L’unica cosa certa è che le sorti della democrazia in Occidente dipendono dalle due ultime fortezze rimaste: Stati Uniti e Unione europea. Qui il nemico – uso apposta questo termine bellico – non sono imperialismi, nativismi o fondamentalismi, ma il populismo: fenomeno tanto evidente da poter essere ignorato solo dai populisti. Le democrazie occidentali sono oggi divise a metà, come una mela, fra populisti sempre più impresentabili, da Trump in giù, e democratici ancor più divisi. Si pensi solo al Partito democratico americano, federazione di minoranze (femministe, gay, neri, ispanici, gli ultimi operai): basta che una si sfili per consegnare la vittoria all’avversario.
In Europa andrebbe un po’ meglio, se la possibile vittoria di Trump non ci imponesse di decidere cosa fare da grandi: diventare una potenza regionale, con un esercito comune, oppure satelliti della Russia. E non parliamo dell’Italia, dove la campagna elettorale per le Europee è iniziata un anno prima, esibendo uno dei caratteri più evidenti e rovinosi del populismo: la campagna elettorale permanente. Alle Europee il sistema elettorale proporzionale, e la resa dei conti sia a destra sia a sinistra, potrebbero portare la Meloni a entrare in una maggioranza conservatrice continentale, magari succube di Trump e di Putin. Ma molto dipenderà, anche stavolta, dai democratici-con-la puzza-sotto-il-naso: basta che si astengano, come alle ultime politiche italiane, e poi potranno prendersela solo con se stessi
CREDITI FOTO: ANSA /Andre Borges



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