Poveri ma felici: dentro la storia che brucia

“Parlate a bassa voce”, il documentario di Esmeralda Calabria, presentato al Torino Film Festival, tratta della memoria del passato attraverso le voci dell’Albania contemporanea.

Flavio De Bernardinis

Quali tracce lascia un regime dittatoriale durato 50 anni? Il film documento di Esmeralda Calabria, dal titolo Parlate a bassa voce, presentato al Torino Film Festival, tenta di rispondere a una simile domanda, dando voce a chi ha vissuto almeno parte di quei 50 anni in Albania, guardandoli dalla prospettiva di oggi.

Davanti alla macchina da presa, così, la direttrice del Teatro di Scutari racconta un episodio esemplare, di quando c’era il «comunismo», che tuttavia comunismo non era, sottolinea lei, ma una follia totalitaria senza significato. Prima di andare in scena, da giovane, badando che nessuno la scorgesse, l’attrice era solita fare il segno della croce. Nascosto da un grappolo di riflettori, una sera, un fonico la vede. A spettacolo finito, egli si avvicina e dice: «Rita, non lo fare mai più. Perché se vedono che io ti ho vista, e non rivelo la cosa al Partito, sono spacciato».

Questa è soltanto una delle testimonianze che Esmeralda Calabria raccoglie, attraverso le voci, ancora oggi a voce bassa, di chi ha vissuto sia il regime comunista, sia il passaggio alla democrazia. Abbiamo scelto questa perché ha per tema il dato principale della questione, lo sguardo. Se mi vedono che ti ho vista, mentre tu non vedi me né loro, e io non dico che ho visto, siamo finiti. Una catena di occhi. Un panopticon. Un effetto domino. Un gioco incrociato di specchi a circuito chiuso.

Viene subito in mente un paragone, un raffronto immediato con l’oggi. Quello che nel Novecento era volontà del «Partito», adesso, nella «Democrazia» è situazione quotidiana, consueta, normale. Il panopticon della Comunicazione, a tutti i livelli, dalle camere di sorveglianza ai social media, oggi, costringe il soggetto a ingozzarsi di dati e neutralizzare lo sguardo (Cfr. anche Mario Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, 2014).

Nel suo viaggio nei labirinti della memoria dell’Albania di oggi, in parte migrata in Puglia, Esmeralda Calabria pone così la questione cardinale, quella di rivitalizzare lo sguardo. Renderlo davvero punto di vista, ossia scambio di prospettive, quindi discorso che ne organizzi il senso. Sguardo capace di incidere contro il vuoto contemporaneo di una comunicazione pura asserzione di «verità», le quali più si motivano e più appaiono indimostrabili, poiché prive di confronti dialettici che supportino oppure smontino il contenuto di realtà proposto.

Artisti, intellettuali, contadini, ex prigionieri politici, donne e uomini che hanno vissuto il regime albanese prima del 1990, e poi il transito democratico, sollecitati dallo sguardo di Esmeralda Calabria, discutono e scambiano, fra loro e con noi spettatori, il rapporto dialettico tra la Storia con la maiuscola e la propria vita con la minuscola, che si rovesciano l’una nell’altra.

Il problema dunque è la memoria: lo sguardo della memoria. Il punto di vista che instauri un racconto in grado di infondere senso al passato che ancora incombe e pesa. La narrazione che ciascun testimone offre all’obiettivo della macchina da presa fatica però a organizzarsi in racconto. Stenta a farsi sguardo. Il motivo è chiaro. C’è un punto di vista di fondo che non si riesce a sradicare. La Storia prima del 1990, quella guidata violentemente dal Partito, non è chiusa: qualcuno sostiene persino che al potere ci sono ancora quelli di ieri, indaffarati adesso a cancellare i segni del passato. Ruspe del governo, implacabili, hanno appena abbattuto il Teatro Nazionale di Tirana, dove il Partito si riuniva e celebrava anche i suoi lugubri processi.

Assieme alle parate ideologiche, anche 80 anni di storia dell’arte scenica albanese, con la sartoria e i costumi, ridotti in polvere per cancellare il passato che non deve organizzarsi in racconto, ossia acquisire comunque senso. In breve, è urgente soltanto dimenticare. E basta.

Una donna ribatte allora che cancellare il passato, al di là di ogni possibile «dittatura», significa così distruggere tutte le tracce lasciate dal lavoro del popolo albanese. Compreso il lavoro artistico. Anche se la dittatura c’era, eccome. Un altro testimone, infatti, ricorda come un suo amico avesse scontato 14 anni di prigione, perché aveva osato cantare in pubblico Questo piccolo grande amore di Claudio Baglioni. 14 anni per una canzone. Musica revisionista a cura del capitalismo borghese.

Nemmeno i testi di Dario Fo era possibile mettere in scena, interviene un altro, perché l’artista italiano era pur sempre in odore e rischio di conversione al Sistema. Come forse il Nobel avrebbe poi dimostrato.  Morte di un commesso viaggiatore era invece permesso, ma solo se incrementato da battute aggiunte inneggianti al marxismo-leninismo.

Davanti la macchina da presa, i testimoni, così, discutono tra loro e assieme a noi spettatori, guidati dagli incroci del montaggio, firmato dalla stessa Esmeralda Calabria. Un punto di vista, infine, si delinea: dagli sguardi innescati da siffatte discussioni, si capisce che i testimoni sono ancora tutti dentro la struttura sociale, politica e civile di quegli anni. Struttura entrata nella pelle delle persone con dolore e pena infinite, ma pur sempre e dopo tutto visione del mondo, che a quanto pare il transito alla Democrazia non ha adeguatamente rimpiazzato. Giocando con le parole, il passaggio dalla visione del mondo di ieri al mondo in visione di oggi, lascia aperte ferite non rimarginabili facilmente. Soprattutto interrogativi irrisolti.

Ma un filo teso si dipana nel tempo. Il patrimonio delle arti e tradizioni popolari albanesi, di altissima fattura e caratura, scorre attraverso tutti i regimi, mostrandosi in opere e manifestazioni di poesia, teatro, danza, musica, che il film lascia fluire, scontrandole poi all’improvviso con le immagini e le voci della dittatura: il confronto dialettico costruisce l’architettura di uno sguardo, re-installa il punto di vista. Che è quello della ferita ancora aperta che sanguina, a cui non è stata offerta una risposta chiara, capace di raccontare finalmente le cose come erano e soprattutto come stanno.

Rimane così un sentore di sospensione che oscilla e preme. Il passato, pur doloroso, non viene integralmente rinnegato, e incredibile a dirsi mai affiora quello stupore esplicito per l’assurdità di cui era inequivocabile segno.

Un musicista, colto e riflessivo, un artista e intellettuale, arriva a dichiarare che al tempo della dittatura gli albanesi erano poveri ma felici. Viene in mente la Vita di Galileo di Brecht: i genitori contadini di Frate Fulgenzio, come reagiranno alla notizia che dopo Galileo il cielo è vuoto? Che le calotte di cristallo non proteggono più il pianeta, e ciascuno è abbandonato a se stesso? Che le sofferenze patite sotto il peso della fatica e della povertà non hanno più senso, ovvero una direzione che in ogni modo conduca a un altrove?

Il finale, allora, è tra i più belli. La donna che invoca la maestà e dignità del popolo di Albania, il suo secolare lavoro, si affaccia alla porta di casa, per chiedersi: «E’ entrato qualcuno in giardino?». Il giardino quindi è davvero vuoto, ossia indifeso, e ciascuno ormai può metterci piede.

Il film si chiude su questo interrogativo. Chi è entrato in giardino? Il passato che si vuole soffocare? Il tempo che è necessario rivendicare? Il futuro che affonda nella pietra del dolore, o quello che affiora dalla sabbia del torpore? Soltanto una dialettica razionale di sguardi sul passato e sul presente può condurre il transito e il passaggio. Come Parole a bassa voce, questo film, cerca di fare.

È inutile aggiungere come una simile tematica, un nodo problematico siffatto, tocchi in questo momento anche gli italiani. Esmeralda Calabria così ci ricorda che gli albanesi, sul serio, stavolta siamo noi.

 

 

Foto: Cinedamstorino – il blog



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