Fino all’ultimo precario

Prosegue la lotta degli operatori di Anpal Servizi per la stabilizzazione dei 400 dipendenti e per il riconoscimento del sindacato più rappresentativo, Clap. Perché in Italia ad aiutare i disoccupati a trovare lavoro sono i precari.

Filippo Poltronieri

I fondi non mancano e chissà che questa non sia la volta buona per la stabilizzazione dei 400 precari rimasti dentro Anpal Servizi, l’agenzia per le politiche attive partecipata dal ministero del Lavoro. Operatori che setacciano il mercato del lavoro, cercando opportunità di impiego e di formazione per i disoccupati, e che continuano a vivere il paradosso di una precarietà ormai decennale. “Mi sono trovato ad affrontare una crisi industriale con il mio contratto in scadenza due mesi dopo: non è serio, non è credibile”, dice Marco Filippetti, dal 2012 collaboratore di Anpal Servizi e rappresentante delle Camere del Lavoro Autonomo e Precario (CLAP).

Mentre i contratti a tempo determinato sono stati integrati, in azienda ci sono ancora 400 collaboratori precari, per i quali è stato previsto un concorso da sostenere nel pieno svolgimento delle proprie mansioni lavorative. L’ennesima vacancy – alcuni operatori, negli ultimi anni, hanno superato anche cinque selezioni – si è risolta, alla prima prova scritta, con l’esclusione di dieci operatori che lavorano da anni in azienda, “persone che l’hanno rappresentata in tutte le sedi e che vengono escluse dopo anni di servizio”, spiega Filippetti. Il PNRR prevede ingenti investimenti anche per le politiche attive, con la Missione 5 che immetterà un fondo di 4,4 miliardi, tramite il programma GOL (garanzia occupabilità dei lavoratori). A questo si aggiungono le linee di finanziamento del bilancio europeo 2020 – 2027, la messa a regime del finanziamento per la riforma dei centri per l’impiego, con un’iniezione di oltre 600 milioni di euro, e i fondi di REACT EU. Un quadro eccezionale di finanziamenti che dovrà rilanciare e riorganizzare le politiche del lavoro, passando per un aumento di organico che avvicini l’Italia agli standard degli altri Paesi europei.

“Per l’intero comparto servono scelte drastiche in economia”; aggiunge Maurizia Russo Spena, operatrice Anpal delle Clap. “Abbiamo 245mila posti in meno rispetto al febbraio 2020, il tasso di disoccupazione è superiore al 10%, quello dei giovani al 30%. Ci sarà un fabbisogno di occupati nei prossimi anni, ma il 70% sarà dovuto al turnover. Quel che resta non sempre è domanda qualificata”, spiega. L’assenza di “buona” domanda di lavoro è una delle ragioni per cui, secondo gli attivisti delle CLAP, il meccanismo messo in piedi dal reddito di cittadinanza è stato fallimentare nella ricollocazione e nell’inserimento lavorativo delle fasce marginali della popolazione. “L’iniziativa è stata ottima sotto il punto di vista della lotta alla povertà”, spiega Filippetti, “siamo favorevoli a misure di reddito universale che siano però sganciate dalle politiche attive del lavoro. Questo doppio binario è stato il punto debole di tutta la macchina, a due anni dalla sua messa in moto”.

In prima linea nella battaglia per le stabilizzazioni, le CLAP non si vedono riconoscere come sindacato da Anpal Servizi, non hanno rappresentanza sindacale, nonostante la crescita esponenziale degli iscritti che le ha rese il sindacato di fatto più rappresentativo in azienda. “I vertici di Anpal Servizi non riconoscono CLAP come soggetto sindacale, asserendo che non ne hanno il diritto perché non hanno firmato un contratto collettivo aziendale o nazionale, ignorando che l’articolo 19 dello statuto dei lavoratori è stato profondamente cambiato da una sentenza della Corte Costituzionale del 2013”, spiega l’avvocato Alessandro Brunetti. Un’altra delle ragioni addotte dall’azienda è che il sindacato avrebbe un maggior numero di iscritti tra i collaboratori continuativi e precari piuttosto che tra i dipendenti a tempo indeterminato. In pratica Anpal Servizi, non riconosce rappresentanza alla fascia più debole dei suoi dipendenti. Niente male per un’agenzia pubblica che dovrebbe tutelare i deboli e gli esclusi dal mercato del lavoro.



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