Premio Nobel per la letteratura? Mi autocandido!

In questo simpatico divertissement lo scrittore e poeta Roberto Piumini, più volte candidato all'Andersen, si propone anche per il Premio Nobel.

Roberto Piumini

Mi candido qui al Premio Nobel o, al ribasso, a figurare nel catalogo di cui Andrea Maffei parla nel manifesto della Mappa letteraria del nuovo mondo.
Approfittando dello choc, prodotto secondo appeal strategy, e sperando che qualcuno, divertito dall’improntitudine, continui a leggere, affermo che se il Nobel si assegna a chi nella carriera si sia particolarmente distinto (o se il catalogo di MicroMega comprende chi è venuto a portare la spada, pur menandola da Brancaleone) la mia autocandidatura merita più di sogghigni o alzate di sopracciglio. Perché tutto non sembri, infine, un esercizio narcisista, collegherò la mia esperienza alla temperie culturale, persino antropologica, in cui viviamo.
Veniamo ai fatti.
Il primo fatto è la quantità degli scritti.
Quantità non è qualità, ma gli oltre cinquecento libri che, sempre in termini quantitativi, vanno dalle poche pagine del cartonato per l’infanzia al poderoso volume della traduzione di Paradise Lost, e la novantina di editori presso cui li ho pubblicati, costituiscono non solo la prova di un’inquietudine espressiva che non è qui da indagare, ma un’ampia presenza nel mercato editoriale e della fruizione letteraria. Un futuro archeologo potrà accumulare facilmente, intero o a cocci, il vasellame delle mie parole.
Il secondo fatto è la qualità.
Sorvolando l’affezionata reazione dei miei lettori, riferisco che l’opinione critica sui miei scritti è generalmente lusinghiera. Si è affermato, proprio riguardo alla loro quantità, che non scendono mai sotto un lodevole livello estetico e linguistico. Se la scrittura non è solo vantaggio espressivo (e terapeutico) dell’autore, ma anche dei lettori, la mia produzione ha contribuito ad almeno due esperienze in un vasto pubblico: immaginazione e linguaggio, con tutto l’utile che queste funzioni si portano dietro, in tempi in cui la parola di senso, il suo valore testimoniale ed espressivo, è in grave disuso.
Il terzo fatto è la varietà.
Qui è necessario l’elenco: filastrocche, poesie, poemi, fiabe, racconti brevi e lunghi, romanzi, testi teatrali in prosa e versi, testi di canzoni e di opere musicali, riduzioni, traduzioni di prosa e poesia, testi in prosa e poesia su materiali di memoria ed esperienza di persone (di cui parlerò più avanti) opere pittoriche, sculture, fotografie, luoghi, articoli giornalistici, testi per televisione, radio, cinema: persino un giovanile saggio sulla Situazione Pubblicitaria e uno senile su Poesia e Teatro.
Merito della varietà, oltre a fornire materiali, interessi e letture diverse, è stato quello di allargare il campo della parola espressiva, mostrando in atto la tenuità dei confini tra le forme letterarie, la possibilità, varietà e ricchezza dei giochi della parola. Si sa come ciò sia vantaggioso, in particolare per bambini e ragazzi. A proposito di mescolanze, in molti miei scritti di prosa sono, per esempio, inserite parti in poesia. Il romanzo Caratteristiche del bosco sacro, pubblicato da Einaudi, suscitò timori nell’editore, per l’inconsueto accostamento.
Quarto fatto: aver scritto “per bambini, ragazzi e adulti”.
Le centinaia di titoli ricordati comprendono una quarantina di libri pubblicati “per adulti” (“per bambini”, “per adulti”: anche di queste equivoche attribuzioni non si fa qui discussione) anch’essi di varie scritture: racconti, romanzi, parodia letteraria, canzonieri, poemi, testi di canzoni, opere musicali, testi su disegni, opere pittoriche, fotografie.
Oltre a un fattivo attraversamento dei confini, ben marcati nella comune considerazione, tra letteratura per infanzia e letteratura tout court, i miei scritti hanno due modi, in cui quell’attraversamento è realizzato con particolare efficacia: il primo riguarda testi editi sia per ragazzi che per adulti, come Lo Stralisco, pubblicato da Einaudi Ragazzi e negli Struzzi Einaudi. Il secondo modo riguarda parecchi racconti pubblicati per adulti, che sono lo sviluppo narrativo e linguistico di racconti precedentemente pubblicati per ragazzi. Può così accadere che lettori di storie per ragazzi, le ritrovino, da grandi, riscritte e arricchite. Esperienza interessante dal lato per così dire affettivo (ri-incontrare una storia cresciuta insieme al lettore) e ri-immaginare, nella permanenza della voce narrante.

Quinto fatto, ancora interno alla produzione libresca, è la poesia narrativa.
Ho pubblicato molti libri di poesia narrativa. Se per i piccoli la proposta non è rara, in filastrocca o ballata, la poesia narrativa proposta ai ragazzi si ferma alla mitologia (quando non sia anche questa ridotta in prosa) o al 500 cavalleresco. Per gli adulti, mentre l’imperialismo lirico e le scomuniche accademiche hanno prodotto legioni di stranografi e cibernauti della metafora, la poesia narrativa è una rarità.
Come per i bambini, ho scritto anche per adulti poesie e poemi nei quali gli elementi linguistici poetici e quelli di narrazione non sono attigui, ma agiscono in armonia. Nella poesia narrativa, dove la condensazione metaforica è minore, la polisemia, il ritmo, la qualità sonora, raccontano, agiscono la storia, come gli altri elementi del discorso narrativo.
Richiederebbe forse lo statuto di un altro fatto, la mia prevalente scelta della forma chiusa, non solo “per i piccoli” ma anche nei canzonieri e nei poemi “per adulti”. Cito la premessa alla mia traduzione dei Sonnets, qui riferita al sonetto elisabettiano, ma estendibile alla forma chiusa in generale: “La norma del sonetto è prototipo di quella costrizione amorosa che, in arte, è la forma: struttura che invece di impedire, o limitare, produce più invenzione, costringe a una maggiore e più originale libertà”.
Il sesto fatto sono le mie scritture in situazione con gruppi di bambini, ragazzi o adulti.
Si tratta di quasi cinquanta esperienze, parallele alla mia carriera d’autore di libri, che non hanno avuto, tranne una, la pubblicazione del testo. Qui il valore è stato l’attività di scambio, la proposta e risposta, in una durata di incontri, interessata lettura, elaborazioni locali.
Molto in sintesi: su “materiali di memoria” (esperienze, disegni, fotografie, personaggi, luoghi, vicende) forniti dal gruppo, ho scritto testi, quasi sempre in poesia per maggior libertà linguistica, che i gruppi hanno poi letto, cercando e trovando i riferimenti ai loro materiali, e discutendo la loro “trasformazione” nel mio testo.
Oltre all’aspetto della ricerca di temi e materiali di memoria, l’apprendimento su come funziona la poesia (questa era la parte più ricca dell’esperienza) non avveniva su contenuti lontani o astratti, ma su un vissuto. Per questa ragione i testi hanno quasi sempre avuto elaborazioni locali teatrali, oltre a costituire un pezzo di letteratura (non regressiva, come spesso accade) di ispirazione locale.
Non sfuggirà che questa esperienza dà una spallata al modo autonomo della scrittura nostrana, con cambio, marxisticamente, di modo di produzione.
Chiamo queste operazioni Le Capre Caterine, titolo del poema-risposta nella prima esperienza, realizzata con cinque classi di scuola media di Omegna, e coordinata da Ersilia Zamponi, sapiente insegnante, autrice di libri sui giochi di parole e sulla lettura di poesia.
Considero questi lavori almeno altrettanto importanti di tutta la mia scrittura libresca: scrittura del resto (secondo diffusa opinione) già spiccatamente orale, destinata alla pronuncia condivisa più che alla solitaria lettura.
L’intero della mia attività d’autore di libri e scambi come quello descritto, ha dunque a che fare con la parola utile: non solo come esperienza individuale, ma come parola che si pronuncia in lettura, a voce, in musica, in coro, in teatro.
Parola socialmente utile, con usata espressione.
Il settimo fatto comprende allora, cumulativamente, diversi e sparsi atti di parola: la registrazione di miei testi di poesia e prosa, le scritture per televisione e radio, le sceneggiature per film, la scrittura di testi per teatro e per musica: jazz, corale, contemporanea. A molti ho partecipato come voce annessa, autore-conduttore, attore.
Sono l’autore della mia generazione che più ha scritto, e testimoniato, con corpo e voce, la sua scrittura.
Tornando alla mia autocandidatura, noto che potrebbe aver successo anche solo per quest’ultima parte della mia attività.
Non si è visto un Premio Nobel assegnato, più che alla drammaturgia, alla pratica teatrale di quel sublime giullare?

A questo link la puntata di Mappa del nuovo mondo che introduce il testo di Piumini.



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