Prima gli italiani? Un milione di esclusi dalle Europee!

Gli italiani nel Regno Unito rischiano di non poter votare alle elezioni europee, ma questo forse fa comodo a certi populisti visto che a essere esclusi dal voto sono quei cittadini che hanno potuto provare sulla loro pelle gli effetti della secessione dalla Ue.

Mauro Barberis

Lo sapevate che il risultato delle elezioni, al tempo dei social, è deciso dagli astenuti? L’ho capito ad Aosta qualche giorno fa, tornando da un congresso internazionale sul populismo. Gli elettorati sono ormai spaccati a metà, come una mela. In Italia, le metà di destra e quella di sinistra si avvicinano entrambe al 43%: a determinare la vittoria, dunque, sono sistema elettorale, coalizioni, e appunto astensioni. A parità di elettori, chi non riesce a mobilitare tutto il proprio elettorato, ma proprio tutto, perde. Guardate la Sardegna: alla fine le due metà della mela sono divise da millequattrocento voti. Pensate agli Usa, dove basta la defezione di una delle tante minoranze che votano democratico, come dopo Gaza gli elettori d’origine araba, per consegnare la vittoria a Trump e al retrostante Putin.
Tutto ciò rende ancor più scandaloso quanto sta avvenendo agli italiani residenti all’estero: cinquecentomila nel Regno Unito e settecentomila in Svizzera, mica bruscolini. Tutti costoro non hanno mai potuto votare per corrispondenza, come avviene invece alle politiche secondo l’orrida legge Tremaglia (2001) e successive estensioni (2016). Ora, dopo la Brexit – la secessione del Regno Unito dall’Unione Europea – non potranno più votare nei consolati italiani, come previsto dalla legge elettorale europea. Pur essendo cittadini italiani e dunque anche europei, cioè, non potranno votare per il Parlamento europeo se non tornando nel loro comune di residenza in Italia, a proprie spese.
Mettiamoci nei panni di un pizzaiolo, di uno studente o di chiunque debba trasferirsi a Londra per più di tre mesi, per ragioni di lavoro, di studio o anche solo di salute. Per esercitare un proprio diritto costituzionale non gli basterà più la carta d’identità e un salto al consolato, come in tutti i paesi della Ue. Dovrà munirsi di un passaporto: a proposito, avete idea di cosa vuol dire, oggi, ottenere un passaporto? Come minimo, prenotare online una doppia visita in Questura che, anche escludendo le manganellate, potrebbe concludersi da sei mesi a un anno dopo. Provare per credere.
Voi direte, ma con tutti i decreti pretesi di necessità e urgenza, tipo i decreti sicurezza, una volta tanto che l’urgenza c’è non basterebbe – non un cretino, ma – un semplice de-cretino per risolvere il problema? L’ho chiesto al senatore Crisanti, proprio lui, il microbiologo reso famoso dal Covid, oggi senatore del Pd eletto all’estero, il quale ha presentato, il 14 febbraio scorso, un’apposita proposta di legge. Alla domanda telefonica l’ho sentito sogghignare dall’altro capo del filo; forse, interpreto così il sogghigno, il governo ha altre priorità, meno sportive: non partecipare, ma vincere.
Allora gli ho ancora chiesto: ma con i tempi biblici delle proposte di legge parlamentari, che speranze ci sono per gli elettori italiani all’estero, da qui alle Europee, il 9 giugno? Mi ha risposto che entro quella data il governo dovrà comunque fare un provvedimento tipo election day, per accorpare le Europee con le elezioni locali italiane, e in quella sede penserà anche agli elettori italiani all’estero. Posso dire di non condividere il suo autorevole ottimismo? Se fossi un populista, almeno, non favorirei affatto l’accesso al voto di italiani che hanno potuto provare sulla loro pelle gli effetti della secessione inglese dalla Ue o, nel caso svizzero, di un’atavica diffidenza verso la medesima. Prima gli italiani? Certo, tranne quando rischi che votino contro di te.



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