Primo, salvare le donne afghane, ma poi trattare con Cina e Russia sul clima

Mauro Barberis

L’estate afghana che stiamo vivendo a reti unificate è solo l’ultimo atto, per ora, di un processo iniziato trent’anni fa. Finiva il Novecento, le democrazie liberali e il capitalismo parevano trionfanti, quando i politici occidentali, senza troppe differenze fra destra e sinistra, si accorsero di un fenomeno curioso. Le elezioni non si vincevano più investendo in scuola, sanità e pensioni, bensì puntando sulla sicurezza, interna e internazionale. Il nuovo millennio iniziò poi con l’Undici settembre, con tutto il corteo di invasioni e guerre più o meno “umanitarie” che ne seguì. Ma non c’è bisogno d’immaginarsi complotti: la realtà è molto più banale.

Vi è mai capitato di trovarvi in un supermercato dove un altoparlante si mette a ripetere come un disco rotto: «È in corso un’emergenza. Siete pregati di mantenere la calma e di dirigervi ordinatamente verso le uscite di sicurezza». Che fate? Prima pensate di scappare, poi i commessi vi fanno segno che s’è rotto davvero il disco dell’impianto di sicurezza, infine, mentre riempite il carrello di frutta e surgelati, capite due cose: ci si abitua a tutto, anche all’emergenza permanente, ma non è un bel vivere, specie per i commessi dei supermercati.

La sicurezza funziona un po’ così, come ha mostrato George Lakoff in Non pensare all’elefante (2006). Allarmi la gente, ne ottieni i voti, ma poi non riesci più a rassicurarla: ti chiederà sempre maggiore sicurezza, contro terroristi, delinquenti, migranti o qualsiasi altro capro espiatorio abbia la sfortuna di capitare a tiro. Di fatto, le tante emergenze del nuovo millennio – terroristica, finanziaria, migratoria, sanitaria, ecologica – hanno prodotto solo maggiore insicurezza e crescita dei poteri dei governi, specie se populisti. Ci hanno guadagnato solo i governanti, l’industria degli armamenti e, incidentalmente, le donne afgane.

Stanno qui le colpe, o i meriti, di Joe Biden: che resta il politico statunitense più navigato in politica internazionale, benché suoni strano dirlo oggi, dopo il disastro di Kabul. Stanno nell’aver capito sin dal 2009, da vicepresidente di Obama, che gli americani non ne possono più di avventure “umanitarie”, e che le vere emergenze – sanitarie, sociali, ecologiche – sono altre. I duemila miliardi buttati in Afghanistan, con l’unico risultato di rafforzare i fondamentalisti, andavano spesi, semmai, per combattere il riscaldamento globale. Fenomeno minimizzato per vent’anni come «cambiamento climatico» da Dick Cheney, vicepresidente di Bush Jr. e massimo rappresentante dell’industria petrolifera, la più inquinante di tutte.

Il sesto rapporto IPCC diffuso online la settimana scorsa non lascia scelta: è il clima la prima emergenza planetaria, benché, a furia di sentir gridare “al lupo”, molti non ci crederanno più. Le grandi potenze mondiali – USA, Cina, Russia, più naturalmente l’Europa – devono mettere una toppa sulla catastrofe afghana per poi impegnarsi seriamente sul fronte climatico: e devono farlo insieme, altrimenti l’impegno non servirà a niente. Anche per questo fanno bene i vari Johnson e Draghi a organizzare riunioni straordinarie del G8 e del G20, per affrontare, tutti insieme, l’emergenza umanitaria e migratoria prima, quella climatica in prospettiva.

Nel frattempo, però, noi occidentali dovremmo prendere atto una volta per tutte di quanto era già chiaro sin dal 2001 ai No Global di allora, ma anche ai liberal come me, che l’ho scritto in un libro su libertà e sicurezza nel 2017. L’epoca delle guerre “umanitarie” e dei gendarmi del mondo è finita a Kabul, con i disperati aggrappati agli aerei in fase di decollo. Detto nel duro linguaggio della Realpolitik, oggi la priorità è sì salvare le donne afgane, per le quali è balenato il miraggio della libertà (occidentale). Subito dopo, però, la priorità diventerà un’altra: salvare il pianeta.



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