Processo ex Ilva, 300 anni di carcere. Condannati i Riva e Nichi Vendola

La sentenza di primo grado del processo “Ambiente Svenduto” – 47 condanne tra società, politici, imprenditori e tecnici a più livelli – non ha deluso i cittadini e le cittadine di Taranto, le reti di attivisti e i comitati ambientalisti.

Rita Cantalino

(La manifestazione all’esterno dell’aula durante la lettura della sentenza al processo chiamato Ambiente Svenduto sull’inquinamento ambientale prodotto dallo stabilimento siderurgico a Taranto, 31 maggio 2021. FOTO RENATO INGENITO/ANSA)

Questa mattina a Taranto, dopo undici giorni di camera di consiglio, c’è stata la lettura della sentenza di primo grado del processo Ambiente Svenduto. I giudici della Corte d’Assise Stefania d’Errico e Fulvia Misserini hanno sostanzialmente confermato le richieste dei pubblici ministeri Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano, coordinati dal Procuratore facente funzione Maurizio Carbone, comminando diverse condanne a 47 imputati tra società, politici, imprenditori e tecnici a più livelli. I reati sono diversi: associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, avvelenamento di sostanze alimentari, corruzioni in atti giudiziari, omicidio colposo e altre imputazioni.

La lettura della sentenza, programmata inizialmente per sabato scorso ma poi slittata a oggi, ha richiesto quasi due ore. Attesa che non ha deluso i cittadini e le cittadine di Taranto, le reti di attivisti e i comitati ambientalisti: circa 300 anni di carcere e il sequestro dell’area a caldo della fabbrica gli esiti delle disposizioni dei giudici.

Le pene paiono esemplari: 22 anni per Fabio Riva, 20 per suo fratello Nicola. 21 anni e mezzo la pena per Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni istituzionali per l’impresa e, secondo l’accusa, “longa manus” di patron Riva verso le istituzioni territoriali e regionali. 21 anni sono stati comminati analogamente a Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento nel periodo oggetto delle indagini (1993-2013). La Corte d’Assise di Taranto ha poi condannato i fiduciari dell’acciaieria a 18 anni, mentre di tre anni e sei mesi è la condanna per concussione aggravata in concorso per l’allora Presidente della Regione Nichi Vendola, che si è difeso attaccando la sentenza, definita “carneficina del diritto e della verità”. L’accusa per l’ex presidente era di aver fatto pressione per ammorbidire le pressioni di Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (ARPA) Puglia nei confronti del siderurgico. A Giorgio Assennato, ex direttore dell’Arpa, è toccata una condanna a due anni per favoreggiamento.

Tre anni anche per l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido, per aver fatto pressione sui dirigenti provinciali affinché fosse concesso ai titolari dello stabilimento l’utilizzo della discarica interna all’area della fabbrica (l’Ilva occupa una superficie di oltre 15 milioni di metri quadrati, più del doppio dell’area cittadina di Taranto). Tre anni anche per l’ex assessore all’ambiente della provincia Michele Conserva. Lorenzo Liberti, consulente della procura, ha ricevuto una condanna a 15 anni; 4 sono gli anni a cui è stato condannato Adolfo Buffo, direttore della fabbrica al tempo dei fatti, adesso direttore generale di Acciaierie d’Italia, l’azienda composta da Am InvestCo Italy e Invitalia: per lui l’accusa aveva richiesto una condanna a 17 anni, come per Bruno Ferrante, prefetto e presidente di Ilva succeduto a Nicola Riva come garanzia istituzionale volta a evitare la chiusura dell’impianto, Ferrante è stato però assolto. Condannati a 17 anni a testa Ivan Dimaggio, capo area cockerie, Salvatore De Felice, capo area altoforno e Salvatore D’Alò, capo area acciaieria 1 e 2 e capo area Crf. Per Marco Andelmi, capo area parchi, e Angelo Cavallo, capo area agglomerato, i 17 anni richiesti dall’accusa sono divenuti, in fase di condanna, 11 anni e sei mesi. Francesco Perli, avvocato della famiglia Riva, è stato condannato a 5 anni e 6 mesi.

A Ilva viene inoltre comminata una sanzione di 4 milioni di euro più la confisca dell’area a caldo degli stabilimenti (parchi minerali, agglomerato, cokerie, altiforni e acciaierie) ma è presto per parlare di stop alla fabbrica: in questo momento resta la facoltà d’uso da parte di Acciaierie d’Italia e l’eventuale confisca sarebbe operativa solo a partire da una condanna in Cassazione.

Questo perché, a partire dal 2012, l’Ilva è considerata un impianto strategico per l’economia nazionale: il 26 luglio di quell’anno la GIP Patrizia Todisco fece sequestrare le aree ritenute più inquinanti. I sigilli scattarono a seguito delle indagini dei carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Lecce che mostravano come le polveri di ferro e carbone, lasciate a cielo aperto nei parchi dove venivano stoccate prima di divenire acciaio, si liberavano verso la città, in particolare sul quartiere Tamburi. Da allora sono stati dodici i decreti definiti “Salva Ilva” volti a rendere l’acciaieria e la sua produzione una priorità, anche sul diritto alla salute dei tarantini e delle tarantine. I giudici hanno infine disposto la confisca di 2 miliardi e 100 milioni a Ilva spa, Riva fire spa (oggi si chiama Partecipazioni industriali spa) e Riva forni elettrici: la confisca è per illeciti amministrativi e la cifra richiesta rappresenta l’equivalente del profitto illecito delle tre società.

Gli imputati erano già stati rinviati a giudizio nel 2015 ma il processo era stato annullato e si era dovuti ricominciare da capo, nel 2016. Da allora sono passati 5 anni e circa 300 udienze per arrivare alle condanne di questa mattina. La città ha tuttavia ben poco da festeggiare: “Non dimentichiamo – commenta Virginia Rondinelli del comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti di Taranto – che Taranto ha perso nove operai sul posto di lavoro nel siderurgico dalla data del sequestro, e quindi dall’avvio del processo, e ha perso migliaia di cittadini per patologie legate all’inquinamento industriale”. Nonostante questo oggi si giunge a un traguardo importante, “non un punto d’arrivo ma un punto di riflessione e presa di coscienza” che mostra quanto la comunità tarantina vive “un’urgenza che la macchina burocratica ignora”. Il percorso sarà ancora molto lungo, e gli impianti nel frattempo continueranno a funzionare, ma la giornata di oggi “è una tappa che può essere storica se la giustizia continuerà a fare il suo corso e magari in tempi più umani”.



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