Ex Ilva, Michele Riondino: “Vendola colpevole perché debole con i più forti”

L’attore tarantino commenta la sentenza del processo “Ambiente Svenduto”: “La classe politica e imprenditoriale è responsabile di crimini contro un’intera comunità. La difesa di Nichi Vendola? Ricorda più un Berlusconi dell’ultima ora che Gramsci”.

Rita Cantalino

Il 30 maggio a Taranto è stata una giornata molto importante. Dopo sei anni e più di trecento udienze la Corte d’Assise ha emesso la sentenza di primo grado del processo Ambiente Svenduto, che ha sancito il disastro ambientale e sanitario in città, distribuendo circa 300 anni di carcere a imprenditori, politici e tecnici coinvolti nei fatti.

Abbiamo intervistato Michele Riondino, attore da sempre molto attento alle dinamiche della propria città e tra coloro che ogni anno portano avanti la manifestazione Uno Maggio, festival cittadino che è divenuto, dal 2013, palco per gran parte delle vertenze ambientali del Paese.

Michele, cosa è successo a Taranto la scorsa settimana?
La sentenza di primo grado del processo Ambiente Svenduto ha condannato una classe politica e imprenditoriale, colpevole di crimini contro la città e contro un’intera comunità. Si tratta di una sentenza che certifica ciò che la società civile ha sempre sostenuto: avevamo ragione nelle nostre battaglie, quando chiedevamo giustizia ambientale e sociale. Anche se, nonostante la condanna, anche adesso il sistema Impresa Italia continua a fare orecchie da mercante.

Ti riferisci alle reazioni dell’ex Presidente della Regione Nichi Vendola? Come commenteresti le sue uscite?
Sulla forma in cui le ha espresse preferisco non esprimermi nemmeno. La sua dichiarazione parla da sé, ricorda più un Berlusconi dell’ultima ora che Gramsci e solo per questo dovrebbe porsi delle domande. 

Lui ha definito la sentenza un “delitto contro la verità e la storia”, una vera e propria “carneficina del diritto”. Afferma che adesso racconterà la sua verità e si spiegherà.
Avrebbe dovuto farlo prima, gli è stata offerta la possibilità di farlo. Un anno (2014) abbiamo invitato lui e Maurizio Landini sul palco dell’Uno Maggio per avere un confronto con Taranto, ma lui si è rifiutato. Landini ci è venuto. Ha spiegato le sue ragioni. E’ stato fischiato, ma si è assunto con coraggio la responsabilità di venire a parlare con noi. Vendola quando poteva ha evitato di raccontare la sua verità.

Cosa pensi della sua posizione in questa vicenda? È stato davvero Vendola “l’agnello sacrificale”?
Se Vendola è stato un agnello sacrificale è perché si è messo lui nelle condizioni di esserlo. Lo stesso allarme per l’attacco alla sua libertà avrebbe dovuto esprimerlo quando ne aveva l’occasione, invece si è messo da solo nella tana dei lupi. È colpevole nei confronti dei tarantini perché è stato debole con i più forti. Ogni condanna rispecchia il peso delle responsabilità di chi la riceva: i Riva hanno avuto vent’anni, Vendola solo tre perché è sicuramente meno responsabile di loro, ma questo non lo rende innocente.
Può dirci che tutto quello che è successo è stato a sua insaputa, ma questo lo mette in una posizione peggiore. Sia che abbia partecipato con intenzione, sia che lo abbia fatto per ingenuità, l’uomo politico, il rappresentante istituzionale, è colpevole: era lui che doveva tutelarci. Adesso non può porsi come Cingolani che è a capo di un Ministero che è stato inventato apposta per buttare sabbia negli occhi ai tarantini  .

A proposito del ministro, lui afferma che non avesse idea di cosa accadesse a Taranto, di essere stato chiamato solo a fare la transizione ecologica ma che nessuno gli abbia riferito del disastro sanitario tarantino, e che comunque di questo deve rispondere un altro Ministero, quello della Sanità. Chi deve rispondere ai tarantini? Al di là dei conflitti di competenze tra i ministeri, a Taranto manca la risposta della politica in quanto tale?
Lo scaricabarile tra i ministeri è la prassi dell’azione politica dei diversi governi e ministri a Taranto. Ognuno prova a scaricare le responsabilità su chi c’era prima, e a passare il cerino nelle mani di qualcun altro. Cingolani è un ministro della Repubblica, il cui compito è garantire la transizione ecologica di questo Paese. Come si avvia la transizione in un impianto posto sotto sequestro, per le ragioni per cui l’Ilva è sequestrata?
Già dall’inizio del processo, in questi anni, dopo il primo sequestro, quella fabbrica ha ammazzato nove lavoratori…

Oltre ai cittadini e le cittadine che si sono ammalati…
Esatto, questo processo riguarda quello che è accaduto in un determinato periodo di tempo che si ferma al 2012. Cosa è successo dopo il 2012? Andrebbe indagato anche questo. Tutti dovrebbero essere indagati e giudicati colpevoli per quello che avrebbero dovuto fare e non hanno fatto in tutto questo tempo. Il fatto è che Taranto è un problema serio, non si riesce qui a far propaganda. Sono tutti implicati. Il fatto che il sindacato si sia costituito parte civile in questo processo è un abominio: loro avrebbero dovuto denunciare. Ci sono lavoratori che hanno perso il posto di lavoro per aver denunciato quello che accadeva in quella fabbrica, che sono stati attaccati e colpiti anche dal sindacato. Fim, Fiom e Uilm sono parte integrante del problema, non parte civile.

Potevano fare diversamente? Cosa avrebbero dovuto fare?
L’alternativa non era da inventare o immaginare. Dovevano fare esattamente quello che hanno fatto a Genova nel 1995. I sindacati, la politica, il governo regionale e addirittura il governo nazionale hanno fatto un Accordo di programma che ha condotto alla chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria per l’impatto che essa aveva sulla salute dei cittadini. Perché lo stesso sindacato non ha difeso la stessa battaglia in un’altra città? Perché a Genova sì e a Taranto no?

Ecco, perché?
A questa domanda però devono rispondere i sindacati, l’industria, la politica. Deve rispondere chi, nel 2012, dopo il sequestro, ha pagato una giornata di lavoro ai lavoratori perché scendessero in piazza, insieme ai sindacati, contro la magistratura, a difesa dell’azienda. E invece hanno attaccato la magistratura esattamente come fa Berlusconi, e tutto questo in barba alla giustizia sociale, in barba alla sanità pubblica e, soprattutto, ai tarantini, ai quali è richiesto soltanto di ammalarsi e morire. Le responsabilità sono innanzitutto dei Riva, ma la colpa qui è di tutti.

Tu parli della chiusura dell’area a caldo ma quella fabbrica è in condizioni particolari, prima hai menzionato i numerosi morti per l’obsolescenza e la pericolosità degli impianti, c’è anche il fatto che si tratta di un’attività in perdita, e molte altre vicende legate al funzionamento della fabbrica. Basterebbe la chiusura della sola area a caldo adesso?
No. Chi lo dice mente o non si rende conto. Lo stesso sindaco Melucci, cui va riconosciuto di essersi ravveduto e avvicinato alle nostre battaglie, è al nostro fianco fino a un certo punto. Chiudere la sola area a caldo non significa impedire a quella fabbrica di continuare a inquinare e ammazzare, e adesso è una soluzione che non basta più. Quella è una fabbrica che non è stata amata, non è stata curata. Non ci sono stati investimenti, ammodernamenti: non le hanno voluto bene, né il sindacato, né i padroni. Se qualcuno avesse investito seriamente sull’Ilva, adesso potrebbe continuare a marciare. Così non è stato: nessuno ci spende 1 solo euro dagli anni Sessanta, e il risultato è quello che vediamo ora. Va chiusa l’area a caldo, quella a freddo, le discariche interne, la falda acquifera, i parchi minerari: è tutto da smantellare.

E i piani di transizione di Cingolani?
Non ci venissero a raccontare che si può fare acciaio ecologico o utilizzare l’idrogeno verde a Taranto. Innanzitutto perché per fare l’elettrificazione devi prevedere un passaggio dal carbone al gas, ed è un insulto alla nostra intelligenza e alla ragione umana, si tratta comunque di energie fossili e inquinanti.
Se vogliono fare l’acciaio o l’idrogeno verde devono andare a farlo da un’altra parte, anche perché questo passaggio implicherebbe il fatto che la fabbrica si espanda ancora di più, e in questi sessant’anni hanno già sacrificato a sufficienza la città.

E quindi cosa bisogna fare con la fabbrica e con chi ci lavora?
Quello che bisogna fare non lo diciamo noi, lo ha appena detto anche l’Eurispes [Eurispes: “Chiudere ex Ilva Taranto, in 30 anni riconvertire e salvare occupazione”, NDR]. L’analisi da poco pubblicata rispecchia esattamente quello che diciamo come società civile da molti anni, ed è tutto redatto in un progetto che abbiamo chiamato Piano Taranto. Ma lasciamolo dire a loro, che sono più autorevoli. A noi basterebbe fare quanto proposto da quello studio: formare la forza lavoro alla riqualifica del territorio e allo smantellamento degli impianti. Questo garantirebbe a Taranto di specializzarsi in un settore realmente innovativo, quello delle bonifiche e della riqualificazione territoriale, del quale c’è molta domanda, e rispetto al quale potrebbe essere un’avanguardia. 

Oltre a garantire i posti di lavoro…
Non solo, garantirebbe maggiore occupazione di quella attuale. In questo momento ci sono circa 4000 lavoratori in cassa integrazione: non percepiscono il reddito di cittadinanza, ma la cassa sì. Perché nessuno dice che potrebbero essere impiegati diversamente?

Tra l’altro i lavoratori così specializzati potrebbero fare della città un’eccellenza e fornire un servizio specifico anche esportabile all’estero…
Esatto, significherebbe cambiare la vocazione della città, e darle maggiori prospettive. Una scelta del genere però vorrebbe dire sporcarsi le mani, significherebbe che la politica sceglie di prendere in mano l’iniziativa e dire basta.

Inoltre significherebbe garantire occupazione per un periodo nettamente superiore a quella che in questo momento è in grado di offrire la fabbrica stessa…
Sì, l’Eurispes ci parla di almeno trent’anni, mentre quella fabbrica è destinata alla chiusura molto prima. Alla fine a chiudere l’Ilva non saranno la magistratura, i cittadini o la politica. Quella fabbrica la sta già chiudendo il mercato. I politici sono solo in attesa. Chi poi alla fine si troverà in mezzo sarà l’ultimo ad avere il cerino in mano, e accuserà tutti. E diranno che il problema di Taranto sono gli ambientalisti, i cittadini, i processi e la magistratura. Perché nessuno qui vuole o ha mai voluto sporcarsi le mani.

E adesso cosa succederà? La sentenza della scorsa settimana dispone il sequestro dell’area a caldo con facoltà d’uso. Intanto però potrebbe arrivare il Consiglio di Stato…
Io non mi aspetto niente dal Consiglio di Stato, non c’è alcuna fiducia. Adesso abbiamo avuto questa sentenza, ma la fabbrica continuerà a lavorare fino al terzo grado di giudizio, come ha lavorato in questi nove anni, mentre aspettavamo appena il primo. Se per arrivare al primo grado ci è voluto tutto questo tempo, quanto ce ne vorrà ancora?

Insomma non c’è nessun ottimismo?
No, perché ogni volta che è intervenuta la magistratura, la politica si è messa di traverso. Trovano sempre un modo per riequilibrare, lo hanno fatto con l’AIA nel 2011  [Per AIA si intende Autorizzazione Integrata Ambientale, un’autorizzazione statale che avrebbe dovuto imporre all’impresa di utilizzare le più avanzate tecnologie disponibili e in generale delle prescrizioni severe per poter operare. Nel 2011 la Ministra Stefania Prestigiacomo concesse a Ilva prescrizioni ritenute particolarmente blande, al punto che quando cominciarono le indagini che hanno condotto ad Ambiente Svenduto essa venne riscritta perché fosse più stringente, in particolare per quanto riguarda l’area a caldo, NDR], con la legge anti diossina di Vendola. Quella per esempio era un’ottima legge, ma tanto trovano sempre un modo per aggirarle. [Promossa dalla Regione Puglia tra il 2008 e il 2009 in accordo con la società civile a seguito di una fase di grandi manifestazioni, la legge antidiossina sarebbe dovuta essere uno strumento di monitoraggio per verificare le emissioni inquinanti di Ilva, ma non è mai stata applicata correttamente, soprattutto negli articoli inerenti al campionamento continuo (articolo 3), indispensabili per verificare lo sforamento dei limiti di emissioni di diossina, NDR]. Adesso noi abbiamo ricevuto qualcosa di bello, con questa sentenza. So già che quindi arriverà qualcosa di brutto, quando si esprimerà il Consiglio di Stato. Perché un contrappeso lo mettono sempre.

E se invece stavolta andasse bene?
Allora in molti dovrebbero dire qualcosa, tutti quelli che fino a ora non hanno fatto niente per evitare il disastro. Noi tarantini non possiamo fare più molto altro: non possiamo denunciare, manifestare, batterci. Ci resta una sola cosa da fare, l’unica che non può essere strumentalizzata: continuare ad ammalarci e morire. La malattia e la morte sono le uniche armi che ci restano per dimostrare all’Italia cosa sta succedendo a Taranto.

Tutta questa sfiducia, che si respira anche in città, dipende dal fatto che ogni intervento decisivo è sempre arrivato dalla magistratura, e mai dalla politica?
Il nostro problema sono la politica, il sindacato, tutti quelli che avrebbero dovuto tutelarci. Sono “i controllori”. Abbiamo messo le faine a gestire il pollaio, per questo se ogni tanto sparisce un pollo nessuno se ne accorge.

 

(credit foto Michele Riondino ANSA/CESARE ABBATE)



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