Il no dei giovani concorsisti al dl Brunetta: “Esclusa un’intera generazione”

Si sono organizzati in un gruppo Facebook e stanno tempestando di mail il ministero. Sono i giovani aspiranti funzionari pubblici che rischiano di restare fuori con le nuove modalità di preselezione previste dal decreto Brunetta: una valutazione su titoli di studio e di servizio che non promuove realmente merito e competenze.

Filippo Poltronieri

Le 500mila assunzioni previste nei prossimi cinque anni potrebbero sbarrare le porte della pubblica amministrazione a una intera generazione di giovani concorsisti. Un paradosso che prende forma tra le righe della riforma Brunetta dove, nel prevedere una semplificazione nello svolgimento delle prove di ammissione, si determina una preselezione per valutazione di titoli, di studio e di servizio. Lo denunciano gli aspiranti funzionari pubblici che si sono organizzati in un gruppo Facebook di 6mila partecipanti, Comitato NO RIFORMA CONCORSI PA, e che con maratone di tweet e centinaia di mail stanno manifestando il loro dissenso verso le scelte del ministro.

“La valutazione per titoli di servizio penalizza chi non lavora già dentro le p.a.” spiega Valentina, 27enne laureata in Giurisprudenza che aspetta da un anno lo sblocco di alcuni concorsi fermi per la pandemia. “Invece la valutazione per titoli di studio è semplice disuguaglianza” le fa eco Elena La Franca, una delle promotrici del comitato, “si fa una distinzione meramente economica, dando un maggior punteggio, in una fase preselettiva, a chi ha più titoli di studio con il risultato che un master presso un’università telematica può valere quanto una specializzazione ad Harvard” spiega Elena.

In fase di proposta il ministro aveva dichiarato di ispirarsi al modello Epso, l’agenzia europea di selezione del personale. Un riferimento che non trova però riscontro nel decreto legge emanato l’1 aprile, visto che l’ufficio con sede a Bruxelles non attua alcuna preselezione per titoli, richiedendo come requisito iniziale esclusivamente la laurea e valutando semmai in una fase successiva i titoli ulteriori. “La pubblica amministrazione non è un’azienda e non deve applicarne i criteri” dice ancora Valentina, “noi vogliamo entrare nel pubblico per lavorare bene e vogliamo avere la possibilità di accedervi, un giovane così non può avere la possibilità di arrivare alla fase selettiva”.

Le nuove regole sono inserite all’interno di un decreto di “misure urgenti per il contenimento della pandemia” ma le previsioni in materia di concorsi non sono soggette a data di scadenza e hanno effetto retroattivo. Si svolgeranno infatti con queste regole anche i concorsi indetti nel 2020 e rimandati a causa dell’emergenza sanitaria. In attesa della conversione in legge, le amministrazioni si stanno adeguando e non ci è voluto molto per vedere i primi risultati. Il bando per l’assunzione di 2800 tecnici al Sud Italia prevede una preselezione per titoli che ridurrà i candidati a tre volte i posti disponibili. Una laurea varrà al massimo 0,10 punti, una specialistica 0,50 mentre la formazione post-laurea potrà contare fino a un massimo di 3.

Il fattore economico di chi ha potuto permettersi percorsi formativi aggiuntivi, non sempre di eccellenza, rischia così di prevalere ampiamente sul fattore umano. Garantire opportunità di accesso dando centralità alle persone è l’aspetto su cui puntare per assumere presto e bene nelle pubbliche amministrazioni. Lo sostiene il vademecum che si intitola appunto Il fattore umano, un’indagine approfondita sul pubblico impiego nelle amministrazioni di tutto il paese, promossa da Forum DD, FPA e Movimenta, presentata alla Camera dei Deputati proprio nei giorni in cui il ministro Brunetta discuteva con l’esecutivo i dettagli del decreto.

“Abbiamo vissuto anni di distorsione in cui un’amministrazione tra le più vecchie e piccole d’Europa veniva descritta come elefantiaca, come un male da sanare”, spiega l’economista Fabrizio Barca, tra i promotori dell’indagine. “Bisogna garantire la diversità, esaltare le peculiarità e tutto questo lo devono fare gli enti locali promotori. Il 60% delle risorse del Recovery Plan ricadrà sui Comuni: sarà determinante come si muoveranno per trovare il personale di cui hanno bisogno per applicare il piano di resilienza”, aggiunge Barca. “L’importante è che, adesso che ci siamo resi conto di aver bisogno di rinnovamento e sblocchiamo determinate situazioni, non lo facciamo in modo straordinario, affrettato”. Selezione sì, ma con giudizio, quello che i giovani, esclusi dalle nuove prove, imputano essersi perso nella riforma proposta dal ministro per la Funzione Pubblica.



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