Psiche e giustizia: ambiguità e malintesi sui test psicoattitudinali in magistratura

Il dibattito sui test psicoattitudinali per accedere alla categoria professionale dei magistrati riemerge regolarmente ormai da qualche decennio, fra strumentalizzazione politica e confusione sul ruolo della psicologia come disciplina. Se è vero che ricoprire la carica di magistrato richieda un saldo equilibrio e un’alta statura morale, e che quindi sia giusto selezionare accuratamente chi svolge professioni con elevato impatto sociale come questa, è però indispensabile domandarsi se dei test attitudinali a risposta binaria siano lo strumento idoneo a individuare i tratti della personalità e le competenze richieste per amministrare la giustizia.

Simona Argentieri

Ci sono alcune proposte di legge che periodicamente tornano a profilarsi sulla scena mediatica; e rapidamente poi si ritirano con un nulla di fatto, dopo un modesto dibattito. Ad esempio, la mozione della castrazione chimica come pena a posteriori e modalità drastica di prevenzione della reiterazione del reato per individui responsabili di crimini sessuali; invocata da Salvini in tempi recentissimi (anzi, reinvocata, perché già l’aveva fatto nel 2019 a margine del caso degli stupratori di Casa Pound di Viterbo)[1].
Oppure, l’ipotesi — divenuta oggi di concreta funesta attualità — di sottoporre a specifici test psicoattitudinali coloro che aspirano ad entrare in magistratura. Due situazioni diversissime, accomunate da una non innocua confusione su cosa sia e cosa possa fare la psicologia come disciplina e come prassi.
Per una volta, infatti, sono stata sconsideratamente ottimista: mentre scrivevo queste righe, dopo che il Senato, nel contesto della Commissione Giustizia in ordine al decreto legislativo sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, aveva approvato il parere presentato da P. Zanettin di Forza Italia di predisporre batterie di prove psicoattitudinali per coloro che aspirano a lavorare in magistratura, il progetto è andato avanti e la norma è approdata al Consiglio dei Ministri. E poco conta — anzi, così il peggio è già successo —  che al momento si introduca ‘solo’ il principio, mentre sui contenuti si dovranno esprimere in seguito il Ministero della Giustizia e il Csm.
Molti anni fa, nel 2008, già Berlusconi, preoccupato per le toghe “mentalmente disturbate”, aveva provato a suggerire la valutazione psicologica di controllo. Non credo — per usare il linguaggio della mia disciplina — che si tratti di ‘coazione a ripetere’, o di ‘ritorno del rimosso’; ma piuttosto di un modo poco dispendioso di cercare consenso con annunci clamorosi che evocano minacce e promettono protezione.
Eppure, per quanto sconcertante, ora è diventata reale la dispettosa ‘trovata’ che si possa scongiurare, magari con un esame a quiz, mettendo le crocette nei quadratini, l’avvento di una paventata classe di giudici insani e crudeli.
Lo scopo delle mie considerazioni odierne comunque non è indagare le trame politiche implicate, peraltro abbastanza trasparenti; né schierarmi a difesa dei magistrati (si difendono benissimo da soli); ma chiedermi — proprio nel merito — come sia possibile continuare a ignorare a livello collettivo l’assurdità concettuale e fattuale di progetti così insensati di natura psicologica nell’ambito del diritto.
Senza dubbio la funzione del giudicare è di estrema importanza in una società democraticamente strutturata ed è più che auspicabile che coloro che la incarnano siano forniti, oltre che di specifica cultura, anche di doti di umanità e saggezza. Se un matematico può essere brillante e geniale pur albergando in sé note di follìa, per fare il magistrato sono necessari anche un saldo equilibrio e una statura morale.
Rimane comunque inattaccabile l’obiezione che muove la categoria ogni qual volta si riaffaccia la proposta: Perché allora non sottoporre a prove o questionari psicologici anche tanti altri mestieri dai quali dipende il benessere sociale: avvocati, medici, militari, insegnanti … certo persone di governo e magari genitori? Ad esempio, nessuno ha mai pensato di proporre una selezione di ordine psicologico per l’accesso di centinaia di studenti ogni anno ai corsi di laurea in Psicologia.
In verità, ci sono già alcune professioni — come i piloti di aereo- che sono sottoposte a test iniziali di selezione e poi a controlli periodici per garantirci la salute di coloro a cui viene affidata abitualmente la vita di tante persone. Il punto è che tali valutazioni sono affidabili se riguardano dati neurofisiologici come la vista, l’udito, la prontezza dei riflessi, i valori pressori. Non certo il coraggio o il senso di responsabilità.
È vero che il problema dei criteri di scientificità di tali strumenti non è solo italiano. Le batterie di questionari, formulate per lo più negli Stati Uniti, hanno alte ambizioni diagnostiche, al confine scivoloso tra norma e patologia. Posso citare, proprio tra i 700 quesiti a risposta multipla destinati ad aspiranti piloti domande come “Senti mai delle voci?”, “Sei convinto che tutti ce l’abbiano con te?”, “Hai mai visto la Madonna?” (non invento niente). Sulla base del semplice buon senso, vi sembra probabile che un paranoico o un delirante ammetta ingenuamente di sì?
Al di là di tali risvolti involontariamente surreali, la domanda è se siano ‘misurabili’ i tratti caratteriali, le strutture di personalità nel loro intrinseco intreccio tra livelli ideativi, cognitivi, affettivi.
Viviamo in un’epoca di grande fermento nell’ambito delle Neuroscienze; la nostra psiche va intesa oggi come un insieme strutturale e funzionale di micro e macro-sistemi interconnessi sia a livelli intellettivi ed emotivi, sia a livelli neuronali e biochimici: ‘mappe’ dinamiche coordinate ed interagenti, che possono rendere ragione di quel va e vieni dinamico tra regressione e integrazione, disorganizzazione e maturazione, processi distruttivi e riparativi. Un sistema con il quale interagiamo quotidianamente nella nostra avventura psicoterapeutica e che contraddistingue la vita umana in salute e in malattia. Preziose applicazioni tecnologiche si stanno sviluppando in funzione sostitutiva e protesica; e non meno preziosa è la collaborazione e la attiva vigilanza nel nuovo prepotente campo dell’AI. Ma per quel che riguarda le prove psicoattitudinali siamo sempre allo stesso polemico punto degli anni ’50: con questi strumenti -che siano cartacei od elettronici- si possono ottenere risultati attendibili solo su funzioni semplici come la capacità di calcolo o la reazione a uno stimolo. Tutto quel che riguarda funzioni complesse caratteriali, strutture di personalità, configurazioni affettive e cognitive sfugge. Anche il tanto conclamato QI (quoziente di intelligenza) preso da solo è un dato povero e di scarsa utilità. So bene che l’uso di test di massa — per guidare le scelte di mercato o per valutare la felicità dei figli delle coppie atipiche — sono tutt’ora vastamente applicati. Ma basterebbe un po’ di buon senso per rendersi conto del valore (bassissimo) delle risposte binarie (sì o no) tradotte poi in eleganti percentuali, a domande tipo “Hai mai avuto emozioni ostili inconsce verso tua madre?”
Per provare a fare chiarezza posso portare ad esempio, per contrasto, l’iter di selezione e formazione degli psicoanalisti, dei quali faccio parte e che meglio conosco[2].
Tutti coloro che vogliono accedere alla specifica formazione (il cosiddetto training psicoanalitico), devono infatti sottoporsi a una prima selezione di tre colloqui iniziali con analisti didatti esperti. Chi li supera viene poi avviato alla cosiddetta analisi didattica -in effetti una vera e propria terapia analitica ad alta frequenza settimanale (quattro sedute) per anni, imparando così la fatica che occorre per riconoscere le proprie fragilità e patologie nascoste.
Non ho difficoltà ad ammettere, infatti, che tutti noi che scegliamo di fare il mestiere di psichiatri, psicoanalisti, psicologi, abbiamo alla base della nostra ‘vocazione’ una qualche sofferenza, malessere, area di patologia irrisolta che a livello inconscio tentiamo di curare mettendoci dall’altra parte della scrivania o del lettino, proiettando negli altri le nostre patologie per poi soccorrerle. La differenza, non banale, è che gli psicoanalisti, come requisito basilare della formazione, prima si devono curare, facendo i pazienti, rinunciando alle difese di facciata e imparando nel vivo della loro persona conscia e inconscia. Dopo i primi due anni di analisi si affronta un nuovo ciclo di tre colloqui, per valutare l’ammissione ai corsi teorici e all’attività clinica, sotto sistematico aiuto di un didatta che svolge la funzione di supervisione dei casi. La qualità di base, secondo me essenziale, per fare questo mestiere è la capacità di tollerare e contenere l’ansia, propria e poi altrui, che non si deduce certo da una prova scritta.
Ci tengo a chiarire che non sto affatto magnificando il nostro cauto e lunghissimo percorso formativo. Tutto al contrario, intendo sottolineare che nonostante tanto impegno il nostro sistema resta comunque parzialmente fallace, arbitrario, ed inevitabilmente permane un margine di rischio; di errori negativi — lasciando fuori persone di qualità che non sono riuscite ad esprimersi — e positivi — promuovendo individui con nodi di patologia. Alcuni deficit di fondo, quali angosce depressive o fantasie persecutorie, possono essere scissi, ignoti al candidato stesso; oppure restare a lungo latenti. Tanto più che comprensibilmente ogni qual volta ci troviamo in situazioni di esame entrano in gioco i meccanismi psicologici di difesa: consci, come la dissimulazione, la seduzione, la compiacenza; e inconsci, più subdoli, come l’imitazione, l’ambiguità, il falso sé, anche più difficili da svelare.
Non mi sto neppure divertendo a denigrare la mia categoria; intendo solo sottolineare quanto sia difficile la selezione anche in un contesto relativamente piccolo, con alto impegno individuale certo più duttile e sottile di quello computerizzato.
Ovviamente, se invece si ha a che fare con grandi numeri è necessario ricorrere ad un sistema automatizzato, affidato a test psicoattitudinali e a questionari. Un metodo dispendioso, seppure agile e rapido, la cui pretesa di attendibilità e scientificità mi sembra però usurpata.
Peraltro, come sempre accade in casi consimili, c’è la mobilitazione parallela degli esaminandi (una vera piccola industria) di trucchi e astuzie per prevedere e rispondere ad hoc ciò che l’interlocutore intervistante si suppone si aspetti che il ‘buon candidato’ debba dire.
Sullo sfondo, resta poi inevasa un’altra spinosa questione di ordine etico che travalica le singole competenze: chi e secondo quali criteri stabilisce quali dovrebbero essere le qualità psichiche ‘giuste’ per svolgere al meglio una determinata professione, al di là di concetti generici come ‘onestà’, affidabilità’, imparzialità.
O magari qualcuno immagina che in un non remoto futuro la scelta possa essere affidata a un algoritmo?[3]
Sui criteri di scientificità a livello vasto di opinione vige un atteggiamento ambiguo, un misto di credulità e diffidenza; secondo il quale ciascuno può al tempo stesso dubitare scetticamente di tutto (porto ad esempio le persistenti critiche di non sufficiente affidabilità scientifica della psicoanalisi) e per contro può dare automaticamente credito ad altri dati che si presentano in forma numerica, senza darsi la pena di capire come quelle cifre sono state raccolte.
In sintesi, la domanda non nel chiedersi se sia giusto selezionare persone affidabili nello svolgimento di professioni ad elevato impatto sociale, umano, etico, professionale ed istituzionale. Se sia lecito verificare la stabilità emotiva, l’empatia e il senso di responsabilità di un futuro giudice o presidente del consiglio.
La domanda giusta invece è se sia possibile; e la mia (non solo mia) risposta è sempre NO.
I nostri sforzi di selezione, reciproco controllo e reciproca affidabilità, punto di equilibrio tra rischio e inerzia nei vari contesti sociali, devono necessariamente restare affidati alla fatica collettiva, proprio come in ogni altro ambito della vita.
CREDITI  FOTO: ANSA / FABIO FRUSTACI
[1] In quella circostanza (anche io mi ripeto) scrissi sulle pagine di Micromega queste poche righe.
La violenza sessuale è uno dei crimini più odiosi, perpetrato sempre dai forti sui deboli, che provoca nelle vittime un trauma spesso indelebile. Periodicamente, c’è qualcuno che invoca contro tale delitto il ‘rimedio’ puntivo/preventivo della castrazione chimica del violentatore. Si cancella così più di un secolo di psicoanalisi, che ci ha insegnato come la sessualità -nella norma e nella patologia- non sia solo sesso, ma una modalità di relazione con se stessi e con gli altri che coinvolge corpo e mente. Pensare che la castrazione -chirurgica o chimica- possa risolvere il problema è dunque al tempo stesso un errore scientifico ed una aberrazione giuridica. Purtroppo, la violenza sessuale non parte dai genitali, ma dalla testa; e non c’è modo di tagliarla via con un colpo di bisturi o con una iniezione di farmaci inibitori“.
A margine mi torna alla mente il caso in cui in Inghilterra, negli anni 50 del secolo scorso, tale orribile condanna fu inflitta per legge, in alternativa al carcere, a danno del grande scienziato Alan Turing, vittima della stupidità del potere che censurava le sue inclinazioni sessuali.
[2] Intendo proprio gli psicoanalisti componenti dell’Ipa, l’Associazione Internazionale di Psicoanalisi fondata nel 1910 da Freud stesso a Norimberga, alla quale aderiscono tutte le Società del mondo che si adeguano ai suoi criteri teorici, tecnici e clinici. Lo devo precisare perché attualmente il termine identitario va perdendo di specificità nell’uso colloquiale e vengono definiti e si definiscono ‘psicoanalisti’ tutti coloro che praticano la terapia di parola; compresi coloro che -come diceva Freud- pur denigrandoci scaldano la loro minestrina al nostro fuoco. Nel nostro paese ci sono attualmente oltre 300 scuole riconosciute a pari merito dal ministero dell’Istruzione, ciascuna con suoi propri criteri di selezione e insegnamento.
[3] Le mie obiezioni valgono anche per altri ambiti, ad esempio lo screening scolastico per problemi di apprendimento; o il ‘setaccio’ di ammissione alla facoltà di medicina. È vero che se i posti sono limitati qualcuno va escluso; ma ci sono altri modi. Quello dei quiz a me sembra disonesto perché finge una obbiettività che invece è illusoria. Inoltre, nella prassi della magistratura esistono già misure di monitoraggio e controllo sui giovani giudici



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