Le derive ideologiche e geopolitiche all’origine della guerra in Ucraina

Il “mito imperiale” e l’idea della “Grande Russia” che Putin ha propagandato nella mistificazione della sua guerra hanno origine in una precisa e articolata elaborazione ideologica.

Maurizio Delli Santi

La notizia delle “scuse” che sarebbero state rese direttamente da Putin al premier israeliano Bennet è di per sé indicativa dell’enormità delle aberranti dichiarazioni antisemite rese dal Ministro degli Esteri Lavrov. È bene rifarsi al sito ufficiale del Ministero russo per avere conferma del loro contenuto. Alla osservazione dell’intervistatore su quale tipo di “nazificazione” possa parlarsi in Ucraina se il suo Presidente è ebreo, la trascrizione ufficiale della risposta dal capo della diplomazia russa è la seguente: «Non significa assolutamente nulla. Potrei sbagliarmi, ma Hitler aveva anche sangue ebraico. Il saggio popolo ebraico dice che i più ardenti antisemiti sono di solito ebrei. ‘La famiglia non è priva di un maniaco’, come diciamo noi».

Sul punto, al di là della inderogabile condanna, le analisi meritano però un approccio diretto a “contestualizzare” – beninteso, non con finalità giustificative, ma solo interpretative – la sconfortante vicenda, perché occorre interrogarsi come mai la figura istituzionale più alta della Federazione Russa subito dopo Putin, ovvero il capo della diplomazia, sia arrivata a questo. Lo scenario dell’analisi allora deve aprirsi necessariamente anche a una prospettiva più ampia di quella della sola politica internazionale, e spostarsi sul fronte di un’altra chiave interpretativa.

Quanto sta accadendo in Russia comincia a essere oggetto di analisi anche della “psicologia sociale”, la disciplina che ha elaborato pure una teoria sulla “sindrome paranoide collettiva” per tracciare un tratto distintivo di diversi periodi storici, in cui sono prevalsi istinti distruttivi, specie in regimi totalitari. È stato il caso del nazismo che, non dimentichiamolo, è l’ideologia che ha portato alla seconda guerra mondiale e al dramma dell’Olocausto.

Questo contesto di analisi sta ora cercando di interpretare le ragioni e le dinamiche che avrebbero portato almeno il 57% dei russi a sostenere apertamente tutte le varie tesi del “complotto contro la Russia” e delle “colpe dell’Occidente”, anche per le morti e le distruzioni in Ucraina. E in questa ottica si comincia a valutare con più compiutezza la gravità dell’incidenza dell’elemento ideologico, che in varie componenti è stato diffuso tra la popolazione russa per ricercarne il consenso.

La valutazione di fondo da cui partire è dunque che tale elemento ideologico non si rinviene soltanto in una elaborazione del “pensiero” di Putin, frutto di un pot-pourri storico-culturale personalissimo e confezionato dal nuovo despota. Il “mito imperiale” e l’idea della “Grande Russia”, che Putin ha propagandato nella mistificazione della sua guerra, hanno origine in una precisa ed articolata elaborazione ideologica, che ha avuto una sua evoluzione nel tempo e si identifica essenzialmente in una “concezione geopolitica”, cui si è voluto dare il nome di “neo-eurasiatismo” o “neo-euroasismo”.

Per gli studiosi che hanno una più rigorosa impostazione storico-giuridica, la “geopolitica” è una materia delicata e non del tutto condivisibile, perché condizionata da un certo determinismo storico-geografico che, unito a teorie come quelle dello “spazio vitale” o delle “faglie di frizione”, ha finito per giustificare guerre e mire egemoniche. E queste conseguenze si rinvengono proprio nell’eurasismo.

Le origini della teoria si riconducono al rivoluzionario Konstantin Leont’ev, che nell’opera Vizantism i slavjanstvo (1875) sostenne l’idea che la civiltà russa è modellata sulla cultura bizantina, dove prevalgono come elementi fondativi l’autocrazia e il cristianesimo ortodosso. La cultura russa per Leont’ev condanna dunque il razionalismo e il liberalismo occidentali, e pertanto per l’Europa, in particolare per la Russia, il futuro è unirsi ai popoli dell’Asia, il continente dei bisogni spirituali dell’uomo. Più recentemente il filosofo Aleksandr Dugin ha riproposto un “neo-eurasiatismo nel 1991, fondando il “Partito Eurasiatico” al crollo dell’Unione Sovietica. Propose quindi una “quarta via politica”, sostenendo il fallimento delle grandi ideologie storiche: il liberalismo, il comunismo e il fascismo. La nuova elaborazione propugna l’idea di riportare la Russia alla re-integrazione politica dei paesi postsovietici, nel quadro di una unione ideale tra Europa e Asia in funzione anti-americana.

Nell’ambito della dottrina di Dugin si è poi sviluppato un altro filone ideologico, che ha elaborato più specificamente il mainstream del “complotto dell’Occidente” contro la Russia. Ben più di quanto possa ragionevolmente ipotizzarsi, negli ambienti accademici ufficiali della Federazione Russa, e conseguentemente anche nell’educazione scolastica, si è proposto un vero e proprio processo di rivisitazione della Storia, cui vanno ricondotte le tesi antisemite non solo di Lavrov. La corrente di pensiero che ha sviluppato in maniera diffusa tale processo è la c.d. “Nuova Cronologia”, di cui ha parlato Elena Kostioukovitch in un saggio diventato un best seller. Le tesi sono quelle definite “pseudostoriche”, ma possiamo indicarle tranquillamente deliranti, del rivoluzionario Nikolaj Aleksandrovič Morozov (1854 – 1946), poi riprese da Anatolij Timofeevič Fomenko, un matematico e fisico russo nato nel 1945. Secondo costoro la storia dell’umanità – inclusa quella sulle origini di Cristo, le cui vicende sarebbero avvenute in Turchia! – in realtà, non sarebbe che una colossale falsificazione, concepita nel sedicesimo secolo dai cronisti europei, a cominciare da Giuseppe Giusto Scaligero. Secondo Fomenko, la storia che conosciamo è quindi il risultato artefatto da «libri falsi, prodotti da conoscitori della calligrafia antica, con l’utilizzo di pergamene invecchiate e di inchiostri diluiti per farli sembrare pallidi, con l’apposizione di sigilli contraffatti». Il progetto sarebbe ordito quindi dall’Occidente e dai Romanov, la «dinastia di veri impostori e falsari di stirpe tedesca», per cancellare «il glorioso passato» dei russi, per inculcare loro un complesso di inferiorità che li avrebbe segnati sino a oggi.

Ma c’è anche un corollario, che solo alcuni hanno evidenziato. Per la rinascita della Russkiy Mir c’è “il Piano”, l’idea fondamentale di porre fine all’umiliazione del «grande popolo russo», che per la profezia di Filoteo (1533 circa) sarà compiuto da un “eletto”, un nuovo Messia, il “Raccoglitore di tutte le terre russe”. Il 15 febbraio scorso Putin pronunciò una frase nel corso di una conferenza stampa: «Tutto procederà secondo il Piano». Alle domande dei giornalisti a quale piano si riferisse, ribadì enigmaticamente: «Il Piano, noi sappiamo qual è». Su queste teorie deliranti in altri tempi ci sarebbe da sorridere, ma, purtroppo, i fatti dell’Ucraina inducono ad altri mesti pensieri.

Come contrastare tale preoccupante deriva, di cui le vittime principali sono la popolazione ucraina e gli stessi cittadini russi? È la sfida della battaglia delle idee che, anche se lentamente e con non poche difficoltà, le democrazie debbono sostenere. Certamente il pericolo di queste ideologie è stato colto, come lo dimostra l’adozione delle ultime sanzioni che, non a caso, hanno colpito in maniera mirata il “chierichetto di Putin”, il patriarca Kirill che – secondo molti osservatori, anche per vili interessi economici personali – ha rinnegato la ricerca della pace, sacrificando l’ecumenismo e l’unità delle chiese cristiano-ortodosse pur di legittimare la guerra all’Ucraina.

 

(credit foto EPA/MIKHAIL METZEL / KREMLIN POOL / SPUTNIK / POOL MANDATORY CREDIT)



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