“No alla guerra!” è ipocrisia. “No alla guerra di Putin!” è pacifismo

L’Ucraina di oggi non è la Spagna repubblicana del ’36. A Kiev ci sono anche nazionalisti di destra, assai poco coerenti in tema di democrazia. Ma per la sinistra usare questo argomento per non sostenere la causa della libertà e indipendenza ucraina, significherebbe un passo ulteriore nell’harakiri.

Paolo Flores d'Arcais

A Berlino ieri, domenica 27 febbraio, sono sfilati in mezzo milione, per dire no all’invasione dell’Ucraina da parte dei tank di Putin. Il giorno prima a Milano era alcune decine di migliaia, a Roma alcune migliaia, e tanti, molto più del previsto, in tante altre città. Un segno incoraggiante. Che lo sarà ancora di più se verranno meno alcune sbavature francamente inaccettabili. A Berlino, come a Milano, a Roma e ovunque, si mescolavano bandiere arcobaleno e vessilli giallo-blu della Repubblica ucraina. Perché la pace, oggi, si difende sostenendo in tutti i modi democraticamente possibili (tutti!) i soldati e i civili che a Kiev e nelle altre città si oppongono con eroismo (vogliamo ridare il senso a parole tante volte logorate per inflazione retorica?) ai carri armati della sopraffazione zarista.

A Roma il segretario della Cgil ha condannato l’invasione. Ma nel corso del discorso ha sostenuto anche che bisogna capire Putin. “Capire Putin” può avere due sensi ben diversi: rendersi conto della lucida follia con cui un tiranno vuole ridisegnare confini e zone di influenza della Russia secondo la tradizione autocratica zarista fatta propria da Stalin. In questo senso è ovvio e necessario “capire Putin”, e dunque fermare subito, fino a che si è in tempo, la sua demenza geopolitica, facendo del rovesciamento del suo regime, e del sostegno alle forze democratiche che lo combattono (in questo momento il conto è di quasi cinquemila arrestati per le manifestazioni che in Russia chiedono il ritiro dall’Ucraina, e galera, con Putin, significa spesso tortura) un obiettivo strategico irrinunciabile.

Ma “capire Putin” può voler dire anche capirne le ragioni. Che non ci sono. Dal contesto temo che Landini abbia voluto proprio intendere che bisognava capire anche le ragioni di Putin. No. No caro Maurizio, no. Dalla parte di Putin non ci sono ragioni. Nessuna. A meno di non prendere per ragioni i pretesti, ma la favola del lupo e dell’agnello la dovremmo conoscere tutti. Putin vuole realizzare il nuovo impero russo: non solo annettere tutti i territori dove vi siano settori della popolazione russofoni, ma imporre in tutta la corona dei Paesi limitrofi governi che almeno in politica estera si pieghino ai suoi diktat. È arrivato a minacciare Finlandia e Svezia, ci rendiamo conto?

L’avanzata putiniana trova una resistenza inaspettata. L’Europa, sebbene con ritardo, comincia a prendere qualche misura efficace. Dovrebbe fare molto di più, e molto più rapidamente, perché se in politica i tempi contano moltissimo, in una guerra sono cruciali e spesso decisivi. La decisione di fornire armi alla resistenza ucraina è comunque da salutare come una svolta positiva importante. Il putiniano Salvini ha detto che non si devono mandare agli ucraini “armi letali”, non in suo nome, almeno.

Ma le armi sono letali per definizione, sono fatte per uccidere. Perfino le cerbottane sono armi letali, se con la punta intinta nel veleno. Un’arma non letale semplicemente non è un’arma (può esserlo in senso figurato, ma è altra cosa). Sarebbe perciò una dimostrazione di serietà se sull’invio di armi alla resistenza ucraina Draghi mettesse la fiducia.

La decisione dell’Europa è importante anche perché stabilisce il principio che si possono prendere decisioni militari prescindendo dalla Nato, che si muove solo secondo le volontà americane. Che si stanno dimostrando contraddittorie e pavide. Biden ha, con ritardo, congelato i beni americani di Putin (quelli noti, almeno, cioè noccioline), ma non i miliardi e miliardi e miliardi degli oligarchi. Perché “business è business” e gli Usa di oggi hanno solo i profitti per bandiera, a oblio di Jefferson e dell’eguale diritto al perseguimento della felicità? Eppure congelare le smisurate ricchezze degli oligarchi potrebbe spingerne una parte a entrare in rotta di collisione con Putin, perché l’oligarca ragiona in termini di mondializzazione, non di resurrezione dell’impero zarista-staliniano.

Per non parlare degli hacker. Un “evviva!” per Anonymous, ma i servizi segreti dei Paesi occidentali hacker non ne hanno? Possibile che su questo piano non abbiano scatenato la contro-guerra con tutta la potenza delle intelligenze digitali presenti nei diversi Paesi? Contro-guerra, perché anche i sassi lo sanno: Putin i suoi hacker li sta usando contro le democrazie da anni, influenzando perfino scadenze elettorali non da poco.

Se l’Europa può prendere iniziative in ambito militare a prescindere dalla Nato, sarebbe bene che altre ne venissero preparate e realizzate. Ma in questo modo si alimenta l’escalation, dirà qualche anima pia. Fin qui Putin ha proceduto nell’escalation con gli stivali delle sette leghe proprio perché NON sono state prese con immediatezza tutte le misure che potevano indebolirlo (anche l’espulsione dallo “Swift” è selettiva, e non colpisce le banche russe strategiche, quelle che si occupano di energia: un’“arma” finanziaria che piacerà a Salvini, niente affatto letale, piuttosto all’acqua di rose).

Sia chiaro, l’Ucraina di oggi non è la Spagna repubblicana del ’36. A Kiev ci sono anche nazionalisti di destra, assai poco coerenti in tema di democrazia. Ma di queste destre ce ne sono purtroppo anche in Italia, in Francia, in Spagna, e negli Stati Uniti, se si continua a traccheggiare, torneranno alla presidenza tra meno di tre anni col putiniano Trump. Ma a sinistra (esiste solo nella società civile, ormai) usare questo argomento per non sostenere senza mezzi termini e senza gesuitiche riserve mentali la causa della libertà e indipendenza ucraina, significherebbe un passo ulteriore nell’harakiri.

Credit foto: Berlino, 26 febbraio 2022. ANSA EPA/CLEMENS BILAN



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Questo articolo è stato pubblicato venerdì 22 aprile sul quotidiano spagnolo El Pais e sul quotidiano polacco Gazeta Wyborcza.