Dov’era l’Europa quando Putin…?

Le responsabilità dell’UE sono chiare, partono da lontano, e dimostrano tutta la subalternità dei leader europei nei confronti del potere del leader russo.

Mario Barbati

Dov’era l’Europa quando nel regime di Putin Anna Politkovskaja, Natalia Estemirova, Aleksandr Litvinenko venivano uccisi, avvelenati, perseguitati come tanti altri giornalisti, attivisti, politici, dissidenti? Dov’era l’Europa quando Putin invase in modo spietato la Cecenia, la Georgia, quando nel 2014 annesse illegalmente la Crimea e quando un volo passeggeri malese partito da Amsterdam fu abbattuto nei cieli del Donbass facendo 298 vittime civili?

Era a Minsk nel 2015 con Hollande e Angela Merkel che avviarono un’intesa in cui la Russia non fu nemmeno citata come parte in guerra e un protocollo che non verrà mai attuato pienamente. Era a Strasburgo al Consiglio d’Europa quando nel 2019 le pressioni di Francia e Germania fecero rientrare la Russia che era stata espulsa per l’annessione della Crimea. Era a Parigi, quando nello stesso anno il presidente Macron annunciò la “politica di reset” nei confronti della Russia. Era a favorire il progetto del gasdotto Nord Stream 2 che dal Baltico sarebbe dovuto arrivare in Germania (ora bloccato). Era tra gli ex politici tedeschi legati a Gazprom e al potere economico di Putin. Era nei rapporti sempre più intensificati dai governi di Berlusconi. Era nel denaro russo che affluiva in tutte le capitali europee.

Se l’Unione europea fosse stata più attenta ai suoi valori e meno compromissoria avrebbe potuto non dico fermare ma almeno mettere in guardia un criminale come Putin. Come? Per esempio, vincolando gli affari e gli interessi commerciali al riconoscimento dei diritti: sarebbe stato chiedere troppo? Nel mondo il cui l’ordine non sarà più dettato solo dagli Usa, ma diviso per macro aree, l’Europa non è vasta come la Russia, non avrà mai la potenza economica e militare della Cina e degli Stati Uniti. Tanto vale ritagliarsi uno spicchio di mondo che cura e difende la democrazia, i diritti delle persone, lo stile di vita, la libertà d’espressione (ammesso che ne sia capace).

Appare stucchevole la diatriba di queste ore tra pacifisti e interventisti, oltre che forse inutile e poco rispettosa di chi le bombe le sta ricevendo in testa. Inutile perché le armi in Ucraina ci sono già da otto anni, portate dagli americani con relativi addestratori, quelle inviate eventualmente serviranno per una guerra prolungata. Poco rispettosa perché nessuno in giro vuole e può giustificare l’intervento di Putin, chi allude al contrario lo fa solo per posizioni strumentali. Il pacifismo meriterebbe grande rispetto anziché venire irriso: praticare almeno un decimo del suo pensiero ci avrebbe reso un mondo migliore, senza armi e senza pericolo d’estinzione. L’interventismo semplicemente non esiste perché Nato e Usa non hanno nessuna intenzione di intervenire in favore dell’Ucraina, scatenando potenzialmente un conflitto mondiale. Ne consegue che i dubbi di chi non se la sente di voltare le spalle agli ucraini che non vogliono arrendersi sono tra le poche opzioni possibili al momento.

Non me la sentirei di negare agli aggrediti la possibilità di difendersi o indurli alla resa contro la loro volontà. Abbiamo negli occhi le folle pacifiche dei civili che a Kherson come in altre città si stanno ribellando alle truppe russe. Gli attacchi deliberati sui civili, i bombardamenti a grappolo su Mykolaiv, le fosse comuni scavate a Mariupol con i morti nei sacchi di plastica. Anche gli ucraini di cultura russa e maggiormente legati alla madre Russia, dopo l’attacco di Putin lo hanno rinnegato. Più volte mi sono chiesto cosa avrei fatto se fossi stato vivo tra il settembre del 1943 e il 1945: la risposta è sempre stata che avrei scritto, distribuito, diffuso la stampa clandestina e contribuito alla lotta antifascista come meglio potevo. I contesti sono diversi (l’ha detto anche l’Anpi, lo so), ma questa è la storia e il destino degli ucraini e solo loro dovrebbero deciderlo.

Sarebbe più dignitoso dirci (noi occidentali) e dirvi, cari ucraini, che la Russia adesso ci fa paura, mentre prima era comoda per il business, invece Afghanistan, Iraq, Palestina, Yemen, Balcani, Siria sono terre di nessuno e di conquista che non fanno paura. E probabilmente la strategia di Putin era proprio questa: farci paura. Avrebbe potuto limitarsi al Donbass, mandare un messaggio alla Nato; invece, si è fatto prendere la mano come tutti i veri criminali, sapendo che l’Occidente non sarebbe intervenuto militarmente. I tipi come Putin sono ferini, non li fermi con i negoziati o la diplomazia, ma solo facendogli capire che il loro potere può essere messo in discussione. Fino ad allora non sarà disposto a cedere su nessun punto, l’utilizzo dei missili ipersonici, una nuova tecnologia che sembrerebbe devastante, è un altro avvertimento all’Occidente. In passato ha sempre negato di essere coinvolto con la guerra nel Donbass, come nega in queste ore persino la parola ‘guerra’ o ‘invasione’. La sua tattica è di accusare gli altri di crimini che egli stesso ha compiuto o sta per compiere.

Chi ha approfondito la parabola del mandante del Cremlino sa che è un uomo senza scrupoli. È diventato presidente della Russia in seguito a dei misteriosissimi attentati che facevano saltare per aria i palazzi di Mosca, attentati su cui non si è mai saputa la verità anche perché chiunque abbia provato ad indagare è stato fatto fuori. Ha creato un sistema che ha istituzionalizzato la corruzione, eliminando chiunque provasse a contrastarlo o a rendersi autonomo. Qualunque ragione possa avere la Russia nei rapporti con l’Occidente, l’invasione di uno stato sovrano le cancella tutte e le prime vittime sono proprio i russi che non si riconoscono nella guerra (come il pallavolista Ivan Zaytsev, e come lui tanti altri) e soprattutto i soldati che muoiono al fronte, le vittime russe. “Gli leggo in volto che ha un animo” disse di Putin George W. Bush, un altro guerrafondaio matricolato, altra sciagura mandata in terra.

Nelle prossime ore Biden sarà a Bruxelles al vertice straordinario della Nato con i leader europei: bisogna spingere a tutti i costi per un “cessate il fuoco”, per poi discutere tutto il resto. E magari fare male al regime di Putin con delle sanzioni vere, non come quelle messe in campo finora. La scorsa settimana la Federazione Russa ha pagato cedole del debito pubblico in dollari: le chiamano “licenze generali”, sono le eccezioni che gli Stati sanzionatori, a cominciare dagli Usa, autorizzano per le operazioni particolarmente delicate. Senza quel genere di licenze, il debito russo sarebbe andato in default. Oppure si potrebbe pensare d’interrompere i flussi di gas russo esportati in Germania e Italia, stare al freddo ma non finanziare più la guerra di Putin. L’Italia è dipendente per il 40 per cento e le accuse infamanti di un funzionario degli Esteri russo al ministro della Difesa Guerini (paragonando gli aiuti chiesti per un’emergenza sanitaria come la pandemia a una guerra d’invasione nemmeno dichiarata) sono però un segnale di debolezza e di timore che l’Italia possa abbandonare gli idrocarburi russi. Se vogliamo fermarlo, un po’ di male dobbiamo farcelo anche noi.

Del resto, la guerra farà comunque sentire i suoi effetti in Italia: l’inflazione sale con un incremento previsto del 6% e il pil difficilmente sarà superiore al 3%. Il governo ha stanziato 4,5 miliardi per il caro energia: sempre pochini ma finalmente, con ritardo, tassa una parte dei profitti dei produttori. Come con la pandemia, anche con la guerra la crisi sarà pagata dai meno abbienti con i rincari fuori controllo. Tant’è che, in vista del Consiglio europeo di giovedì, il governo sta pensando di chiedere un adeguamento dei fondi europei del Next Generation Eu. “Forse dovremmo rivedere alcune valutazioni sui costi di alcune opere”, ha detto il ministro Franco.

Il premier ormai da giorni ha preso atto dell’impossibilità di incidere nella partita diplomatica sulla guerra. Così ha pensato bene di incontrare a Roma Sanchez, Costa e in collegamento Mitsotakis per parlare dell’obiettivo di mettere un tetto al prezzo del gas a livello europeo. Non avendo il protagonismo diplomatico di Francia e Germania, almeno proviamo a fare gioco di squadra con i paesi del Mediterraneo: Spagna, Portogallo, quel che resta della Grecia. Sempre meglio che fare solo lo scendiletto degli americani.

Guerra in Ucraina. Tutte le analisi e le opinioni sulla crisi

 



MicroMega non è più in edicola: la puoi acquistare nelle librerie e su SHOP.MICROMEGA.NET, anche in versione digitale, con la possibilità di scegliere tra vantaggiosi pacchetti di abbonamento.

Altri articoli di Mario Barbati

Tracolla la Lega di Salvini ma è il Pd il grande sconfitto. E un M5S rivitalizzato trova forse la sua fisionomia politica.

Travolti da un’insolita campagna elettorale in estate, proviamo a riderci su tra candidature giurassiche e promesse irrealizzabili. Quinta puntata.

Travolti da un’insolita campagna elettorale in estate, proviamo a riderci su, ma nemmeno tanto, tra candidature giurassiche e promesse irrealizzabili.

Altri articoli di Mondo

Uno scontro pericoloso perché potrebbe portare a una spaccatura all’interno della Nato. E che si gioca anche sulla pelle dei migranti.

Non si fermano le proteste contro il regime iraniano dopo la morte di Mahsa Amini. Manifestazioni in diverse città.

Con 200 miliardi di finanziamenti e aiuti contro il caro-energia e il no al tetto sul prezzo del gas, Berlino sfida gli altri paesi dell’Ue.