Quale transizione ecologica in un mondo basato sulle fossili?

L’impossibilità di rinunciare in tempi brevi ai combustibili fossili evidenzia quanto sia puerile e illusoria l’idea di una transizione sociale indolore alla sostenibilità.

Nicolò Bellanca e Luca Pardi

Noi umani siamo quasi otto miliardi e viviamo in una civiltà industriale. Un paio di miliardi in società sviluppate, altri quattro in società in rapido sviluppo, il resto decisamente indietro, ma tutti dipendenti da prodotti industriali. Una società industriale ha bisogno di energia sotto varie forme: calore ad alta temperatura, combustibili per alimentare le macchine dedite al trasporto, all’agricoltura, all’estrazione di materiali dalla crosta terrestre, e potenza elettrica per una varietà di usi. Tra l’80 e il 90% di questa energia viene oggi fornita dai combustibili fossili. Soltanto l’energia elettrica viene prodotta, prevalentemente nei paesi sviluppati, anche attraverso le nuove tecnologie rinnovabili: fotovoltaico ed eolico, geotermia, idroelettrico e la fissione nucleare. In aggiunta a tutto questo, in percentuale variabile a seconda delle fonti, ma comunque intorno al 10%, c’è la biomassa tradizionale, cioè legno e residui di coltivazioni, usati prevalentemente dalle famiglie a basso reddito in Africa, America Latina, India e Sud Est Asiatico.

Nella narrativa corrente l’imperativo della decarbonizzazione dell’economia è generalmente associato alla necessità di ridurre le emissioni di gas serra, per mettere sotto controllo il cambiamento climatico prima che il processo diventi irreversibile e ingovernabile. Ma abbiamo anche un altro problema: i combustibili fossili non sono risorse rinnovabili, cioè vanno incontro al fenomeno dell’esaurimento. Per meglio intendere questo punto, consideriamo il cosiddetto Picco del Petrolio. Esso segnala che una risorsa non rinnovabile non termina di colpo come la benzina nel serbatoio di un’autovettura. La sua produzione cresce nel tempo, raggiunge un massimo (il Picco) e poi inizia un declino più o meno rapido a seconda di fattori geofisici, tecnici ed economici. Nel caso del petrolio questa dinamica è stata osservata centinaia di volte nei campi petroliferi di tutto il mondo. Attualmente la maggioranza dei paesi che sono o sono stati produttori di petrolio, sono in declino produttivo, ossia hanno superato il picco regionale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la categoria di petrolio più facilmente raggiungibile ed estraibile, definita “convenzionale”, ha raggiunto il picco nel 2008. A rigore, dovremmo dire che la produzione di petrolio convenzionale ha raggiunto un plateau: la sua produzione ha smesso di crescere e ogni tentativo di rivitalizzarla è costato migliaia di miliardi di dollari[1]. In questa stasi produttiva la crescita della domanda è stata coperta da tipi di petrolio diversi: quello proveniente dalle sabbie bituminose, gli oli pesanti, quello estratto in mari profondi (deep water) e quello ottenuto da rocce compatte, le quali, per estrarne gli idrocarburi, vengono fratturate finemente, con la nota tecnica della fratturazione idraulica (fracking), dopo che i giacimenti sono stati raggiunti grazie alle tecniche di trivellazione direzionale, più complesse e costose di quelle tradizionali. Nessuna di queste nuove fonti petrolifere ha dimostrato di essere particolarmente conveniente: si contano ormai a centinaia le aziende del settore che sono fallite e stanno fallendo, e perfino le grandi aziende della tradizione petrolifera iniziano ad avere conti traballanti. Di fatto, a partire dalla fine del primo decennio di questo secolo, la spesa in capitale delle aziende petrolifere è aumentata con un tasso pari a dieci volte quello del ventennio precedente[2].

Le fonti petrolifere non convenzionali erano ben note da tempo, ma non furono sfruttate perché, finché vi era abbastanza petrolio convenzionale, non erano convenienti[3]. Richard Miller, geologo già in forza alla BP (British Petroleum), la mette in modo più pittoresco: «Siamo come topi di laboratorio in gabbia che, avendo mangiato tutti i semi, scoprono che possono mangiare anche il cartone delle scatole. Certo, si può, ma poi?»[4]. Spesso si obietta che il prezzo del barile di petrolio è basso. In effetti però il prezzo del barile, corretto per l’inflazione, è tra le tre e le quattro volte maggiore di quello minimo alla fine del secolo XX (20 $/b nel 1998), con punte fino a cinque volte tanto ed oltre (il 9 giugno 2021, ad esempio, i principali benchmark indicano 70 $/b)[5]. Più correttamente, potremmo affermare che il prezzo del petrolio è abbastanza alto da creare problemi all’economia dei paesi avanzati, ma non abbastanza da rendere sempre profittevole lo sfruttamento delle nuove categorie di petrolio che hanno coperto l’aumento della domanda dopo il picco del convenzionale[6]. Si tratta di una situazione instabile, destinata a peggiorare dal momento in cui sarà chiaro che il picco globale di tutte le categorie di petrolio è stato superato.

Sono state pubblicate diverse stime del costo di estrazione delle diverse categorie di petrolio, in cui si va da un minimo di 10-20 $ al barile per il petrolio saudita, fino agli oltre 150 $ al barile per il petrolio estratto dalle sabbie bituminose del Canada[7]. A questo si deve aggiungere che alcuni paesi produttori hanno necessità fiscali stringenti, dovute al fatto che praticamente la loro principale fonte di reddito è il commercio petrolifero: man mano che il consumo interno e la spesa pubblica aumentano, per mantenere l’equilibrio fiscale, il prezzo del barile tende ad aumentare. La stabilità politico-istituzionale di diversi paesi produttori ed esportatori è stata minata proprio dal picco regionale del petrolio, come nel caso dell’Egitto, dello Yemen, della Nigeria e del Messico.

Perché ci dilunghiamo sul petrolio? Perché esso è stato ed è la spina dorsale energetica della società industriale globalizzata. Togliendo il petrolio, non si ha più tutto il resto, incluse le altre fonti energetiche: fossili, cioè gas e carbone, le rinnovabili e il nucleare. Il carbone viene estratto da vari tipi di giacimenti con mezzi meccanici alimentati a gasolio; il gas viene trasportato tramite gasdotti la cui costruzione e manutenzione dipende sempre dall’esistenza di macchine alimentate con prodotti petroliferi; l’estrazione e la lavorazione di uranio, rame, alluminio, terre rare, ferro – tutti materiali da cui dipendono le fonti alternative di energia – è legata pesantemente alla disponibilità di combustibili liquidi. Il trasporto marittimo e quello aereo, l’agricoltura, la pesca, la raccolta delle risorse forestali, dipendono dalla disponibilità di prodotti petroliferi (prevalentemente il gasolio), ma per l’agricoltura ciò vale anche per i fertilizzanti e i fitofarmaci. Anche il settore industriale è pesantemente dipendente dalle fossili per tutte le applicazioni che richiedono alte temperature: cemento, acciaio, vetro, ceramiche ad esempio. Pensate che sia possibile sostituire una fornace alimentata a carbon-cocke con una fornace elettrica? Sì, è possibile, ma ad un costo non indifferente e non per tutte le applicazioni. La realtà, purtroppo, è che le alternative alle fonti fossili forniscono una reale alternativa solo per alcune applicazioni, spesso marginali, ma il nocciolo della produzione della nostra civiltà industriale, a partire dalla produzione di cibo, è fossile. Molto difficile da decarbonizzare.

Non sorprende che il linguaggio politico si sia arricchito di pleonasmi atti a mascherare l’impossibilità di rinunciare in tempi brevi, come richiesto dagli accordi internazionali sul clima, ai combustibili fossili. Abbiamo sollevato questi problemi in un libro pubblicato alla fine del 2020[8]. Il titolo del libro, O la capra o i cavoli, vuole indicare che, se vogliamo salvare l’ambiente, non possiamo salvare questa società industriale basata sulla crescita continua dei consumi; e se invece vogliamo tenere in piedi questa società, l’ambiente è condannato (e noi con esso). L’idea di una transizione sociale indolore (o con scossoni sopportabili) alla sostenibilità/rinnovabilità, ci appare puerile e illusoria. Una tesi simile alla nostra è sostenuta anche nel recentissimo volume di Alice J. Friedemann, che fornisce un compendio degli oltre venti anni di dibattito sulla questione energetica[9]. Questo dibattito si è svolto in quel milieu culturale di tecnici e scienziati che, cercando di non abdicare alla propria funzione sociale di ricerca, pur avendo spesso lavorato in imprese private, hanno cercato di capire, senza vendersi anima e corpo alla logica di mercato, il groviglio di implicazioni insite nel nesso fra energia, economia e società[10].

Friedemann insiste molto sul tema energetico e mostra tutti i limiti delle fonti rinnovabili in uno schema di radicale decarbonizzazione dell’economia. Esse hanno infatti i difetti principali di essere intermittenti e distribuite su grandi estensioni di territorio. Necessitano quindi di sistemi di stoccaggio a breve (ore), medio (giorni-settimane) e lungo periodo (stagionali), nonché di un non facile governo del territorio, che in ciascun paese dovrebbe destinare aree alla produzione energetica, le quali non dovrebbero interferire con la, o sovrapporsi alla, produzione agricola e alle aree destinate alla protezione della biodiversità. Gli stoccaggi di lungo periodo o stagionali sono praticamente inesistenti. Le proposte al riguardo appaiono di validità limitata e adatte solo localmente (ad esempio, uno stoccaggio idroelettrico si può proporre solo dove ci sono rilievi consistenti). Tutti questi sistemi implicano inoltre la creazione di nuove infrastrutture, che riducono l’efficienza delle fonti. La cosiddetta grid parity (il raggiungimento del prezzo del KWh rinnovabile rispetto a quello fossile) non è tutto. Se, ad esempio, si vuole continuare a produrre acciaio e cemento, occorre altresì una parità di potere calorico, che è attualmente possibile a condizioni molto limitate: una fornace ad arco elettrico, in grado di sostituire le fornaci tradizionali per la fusione dei metalli, consuma una quantità di energia pari ad una città di centomila abitanti[11].

L’unica fonte chimicamente stabile, stoccabile con facilità come le fossili e in grado di fornire temperature elevate è la biomassa, ovvero certi tipi di legno adatti alla combustione e il carbone di legna. Ma questa risorsa dipende da un processo estremamente inefficiente, la fotosintesi, che fissa nella massa vegetale qualche percento dell’energia solare che intercetta. Si aggiunga che la biomassa ha il grande difetto di mettere in competizione la produzione di energia con quella di cibo, in un mondo dove già i terreni fertili esistenti sono sotto pressione per l’ipersfruttamento a cui sono stati sottoposti, grazie all’agricoltura industriale alimentata con gli idrocarburi, e dove non vi è altro modo di estendere i suoli arabili se non distruggendo le foreste. L’insistenza di Friedemann contro la biomassa – nelle sue diverse forme utilizzabili come energia: legna, carbonella, alcool (da fermentazione dei cereali) e biodiesel (estrazione ed esterificazione di oli) – è perciò condivisibile e si concretizza nell’ultimo capitolo del libro in cui l’autrice chiede al lettore: «Vuoi mangiare, bere, o guidare l’automobile?».

Anche il nostro O la capra o i cavoli pone questo tipo di dilemma. Dobbiamo abbandonare le fonti fossili per due motivi: perché fra non molto ci lasceranno loro e perché dobbiamo uscire da un paradigma produttivo che sta letteralmente distruggendo la biosfera, cioè la nostra stessa base vitale. Non disponiamo di soluzioni semplici, di ricette già scritte, tutto è ancora estremamente confuso e reso più complesso dal fatto che le istituzioni internazionali si trovano a mediare tra interessi nazionali contrapposti e tra interessi privati sovranazionali difficili da identificare e imbrigliare all’interno della legislazione degli stati, e in grado invece di influenzare direttamente le scelte politiche dei governi. Parlare di transizione ecologica in questo contesto può essere tranquillizzante, ma sembra più uno degli ingredienti di quel calderone anestetizzante del sistema dell’informazione-intrattenimento- spettacolo[12], che un serio indirizzo di politica ecologica.

NOTE

[1] Steven Kopits, “Global Oil Market Forecasting: Main Approaches and Key Drivers”, 2014, disponibile all’indirizzo https://www.energypolicy.columbia.edu/events-calendar/global-oil-market-forecasting-main-approaches-key-drivers.

[2] Si vada ancora il contributo di Kopits, indicato nella nota precedente.

[3] Roger Bentley, Introduction to Peak Oil, Springer, Berlin, 2016.

[4] Nafeez Ahmed, “Former BP geologist: peak oil is here and it will break economies”, The Guardian, 23 December 2013. Disponibile all’indirizzo https://www.theguardian.com/environment/earth-insight/2013/dec/23/british-petroleum-geologist-peak-oil-break-economy-recession.

[5] Si veda OilPrice.com, all’indirizzo https://oilprice.com/oil-price-charts .

[6] Gail Tverberg, “Scientific Models and Myths: What Is the Difference?”, 2019, all’indirizzo https://ourfiniteworld.com/2019/12/17/scientific-models-and-myths-what-is-the-difference/ .

[7] Richard G. Miller e Steven R. Sorrell, “The future of oil supply”, Philosophical Transactions of the Royal Society, 372, 2006; Bentley, op.cit.

[8] Nicolò Bellanca e Luca Pardi, O la capra o i cavoli. La biosfera, l’economia e il futuro da inventare, Firenze University Press, Firenze, 2020. Il libro è open access all’indirizzo https://media.fupress.com/files/pdf/24/4387/15347

[9] Alice J. Friedemann, Life after Fossil Fuels: a Reality Check on Alternative Energy, Springer, Berlin, 2021.

[10] Luca Pardi, Il paese degli elefanti: miti e realtà sulle riserve italiane di idrocarburi, Lu::Ce edizioni, Massa, 2014; Jacopo Simonetta e Luca Pardi, Picco per capre: capire, cercando di cavarsela, la triplice crisi : economica, energetica ed ecologica, Lu::Ce edizioni, Massa, 2017; Ugo Bardi, “Peak oil, 20 years later: Failed prediction or useful insight?”, Energy Research & Social Science, 48, 2019, pp. 257-261.

[11] Si veda Friedemann, op.cit.

[12] James Howard Kunstler, The long emergency: surviving the end of oil, climate change, and other converging catastrophes of the twenty-first century, Grove Press, New York, 2006.



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