Quando Bauman era postmoderno

Con il titolo di “Sociologia della postmodernità” (Armando Editore) esce in libreria l’ultimo grande inedito di Zygmunt Bauman. Ne proponiamo la prefazione.

Carlo Bordoni

Zygmunt Bauman (1925-2017) è stato uno dei più importanti sociologi contemporanei ed è noto universalmente per l’idea di liquidità, attraverso la quale ha fornito un’interpretazione brillante e convincente di una realtà in rapido cambiamento, che ha perduto i valori e i punti di riferimento del passato.

La modernità liquida, raccontata nel volume omonimo del 2000, all’alba del terzo millennio, è una condizione propria della modernità stessa, verificatasi per effetto dei mutamenti sociali, culturali, economici e tecnologici dell’ultima fase del XX secolo. Quando scriveva della liquidità, rivoluzionando radicalmente lo sguardo sulla società attuale, Bauman aveva già superato i settant’anni, aveva lasciato l’insegnamento e si era ritirato a Lawnswood Gardens, alla periferia di Leeds, a scrivere un libro dopo l’altro – talvolta anche tre libri contemporaneamente – per uscire in pubblico solo in occasione di inviti a convegni e conferenze, che negli ultimi anni erano divenuti persino febbrili.

La modernità liquida si può quindi definire un’opera della maturità avanzata, una prova di “stile tardo” (Spätstil), come direbbero Adorno e Said, che risente dell’immenso patrimonio intellettuale accumulato nel tempo, a cui si sono aggiunte le esperienze di una vita lunga e segnata da avvenimenti drammatici; dall’occupazione nazista all’adesione al comunismo, dalla seconda guerra mondiale all’emigrazione dalla Polonia. Un uomo solo, come tutti gli esuli, mai perfettamente integrato nei paesi in cui ha vissuto. Amato e talvolta incompreso, giudicato un outsider del mondo accademico, perché poco propenso a svolgere ricerche sociologiche sul campo, di tipo quantitativo. Osteggiato nel suo paese per i trascorsi politici: lo ricorda Izabela Wagner nella sua monumentale biografia: prima per una questione legata all’antisemitismo, poi per il suo passato filosovietico, che gli costò, nel 2006, il rifiuto da parte dell’Università di Varsavia di rinnovargli il dottorato (una sorta di riconoscimento honoris causa), tenuto in sospeso in attesa di valutare “le informazioni precedentemente sconosciute” che rivelano come Bauman  abbia prestato servizio come “ufficiale delle autorità di sicurezza comuniste negli anni 1945-1953, nonché agente segreto per l’intelligence militare, che partecipò attivamente a eliminare la resistenza della lotta clandestina” (Wagner 2020: 381). Da qui le perplessità di alcuni studiosi polacchi, suoi ex allievi e collaboratori all’Università, e la conseguente, deplorevole e violenta contestazione che l’ha accolto a Breslavia il 22 giugno del 2013, in occasione dell’invito a tenere una conferenza su Ferdinand Lassalle, da parte dei gruppi di estrema destra. Comprensibile, quindi, la sua decisione di non tornare mai più in Polonia.

UN CONVINCIMENTO RIPUDIATO

In tutti gli scritti successivi al 2000, anno della pubblicazione di Modernità liquida, la svolta del nuovo secolo, Bauman rifiuta l’idea di postmodernità: non ne parlerà più e, nelle rare occasioni in cui vi farà cenno, ne negherà la necessità storica, citando volentieri l’affermazione di Jean-François Lyotard, secondo il quale “bisogna prima essere postmoderni per diventare moderni”.

Lo stesso Bauman spiega quali erano le perplessità che lo hanno condotto a rinunciare all’utilizzo del termine “postmodernità”:

“La cosiddetta ‘postmodernità’ non fu che il momento in cui imparammo quali promesse delle modernità erano pretese truffaldine o ingenue, quali delle sue ambizioni erano manifestazioni di una esecrabile hybris e quali intenzioni latenti si nascondevano sotto gli obiettivi dichiarati a voce alta… Il termine ‘postmodernità’ mascherava e nascondeva più di quanto rivelasse il vero senso di ciò che stava accadendo a quel tempo. La seconda ragione per cui mi sentivo a disagio era il contenuto puramente negativo suggerito dal temine. Si riferiva (erroneamente, come cercavo di mettere in luce) a ciò che le realtà del tempo non erano più, ma dava pochissime informazioni, se non nessuna, riguardo ai loro attributi definitori; evocava un inventario di cose rifiutate e lasciate indietro, invece che un catalogo ragionato delle cose che prendevano il loro posto” (Bauman-Bordoni 2015: 104-105).

Eppure Bauman, prima della svolta liquida, era pienamente e consapevolmente postmoderno. Non certo in maniera occasionale, bensì convinto assertore di quell’innovazione così radicale per lo sviluppo della cultura, al punto da dedicarle alcuni importanti studi tradotti in italiano, tra cui La decadenza degli intellettuali (1987), Le sfide dell’etica (1993), Il disagio della postmodernità (1997). Dal novero era restato fuori Intimations of postmodernity, pubblicato nel 1992 da Routledge, che ora l’editore Armando presenta al pubblico italiano, colmando giustamente una lacuna.

Il titolo originale si rifà a una nota poesia di William Wordsworth, “Intimations of Immortality” (1804), in cui il poeta romantico rivendica il potere di richiamare i ricordi dell’infanzia. Ma le assonanze romantiche non si limitano qui e si spingono invece a ricercare all’interno della postmodernità segni di un “re-incanto” del mondo, cioè del recupero di quella spiritualità di cui la modernità si era liberata nel tentativo di far prevalere la razionalità strumentale.

Negli scritti di Sociologia delle religioni, Max Weber – il principale sociologo moderno – aveva infatti espresso l’esigenza di operare un “disincanto” (Entzauberung) del mondo, evitando ogni concessione al pensiero magico, meraviglioso, trascendente, ma anche emotivo, che potesse in qualche modo inficiare gli obiettivi che l’umanità si era prefigurata.

Un’esigenza pragmatica necessaria, se si vuole dare un ordine al mondo, e soprattutto se si vuole costruire un sistema economico stabile che garantisca il progresso. Ma che rischia di perdere di vista la condizione umana, quando si risolve nell’arida pratica dei rapporti razionali, come è accaduto per molti versi nel corso del XX secolo, segnato dall’affermazione dei totalitarismi e da violenti tentativi di ritorno all’ordine. In questa presa di posizione contro i rischi di un eccessivo razionalismo si possono rintracciare i riflessi della precedente analisi sulle motivazioni della Shoa, che Bauman aveva analizzato in Modernità e Olocausto (1989), testo fondamentale per comprendere come nei campi di concentramento si fosse risolto – sulla scorta delle osservazioni dello stesso Lyotard – l’estremo anelito della modernità di raggiungere la perfezione in un mondo ordinato e razionale.

LA MATRICE SOCIALISTA DEL PROGRESSO

Che Bauman abbia scritto pagine memorabili e chiarificatrici sulla sostanza del postmoderno è dimostrato da questo volume, che imprime un indirizzo decisivo all’interpretazione di un movimento spesso valutato con troppa superficialità e sufficienza, limitandolo alle rappresentazioni fatue e spettacolari, al decorativismo, alle citazioni pop, alla cultura glamour il cui scopo è principalmente quello di stupire e ammaliare.

Invece, dalle parole di Bauman in questa Sociologia della postmodernità, emerge l’esigenza di recuperare il soggetto in tutta la sua pienezza dell’essere, compresa la spiritualità e l’emotività, assieme al desiderio di tornare a un’armonia con la natura e al piacere della felicità.

Per fare questo, la postmodernità aveva bisogno di rompere col passato, operare un taglio netto con quella che appariva “una lunga marcia verso la prigione”: prendere le distanze, con una sorta di proclamazione provocatoria di “fine della storia”. Tuttavia il volontario porsi al di qua di quel periodo di tre secoli e osservarlo come un oggetto discreto, non era sufficiente. Era necessaria un’operazione minuziosa di decostruzione (la “Destruktion” di Heidegger), compito a cui ha provveduto, tra l’altro, la filosofia di Jacques Derrida.

La postmodernità, per Bauman, è responsabile altresì della caduta del comunismo. La sua tesi rintraccia nel socialismo e nel comunismo la tendenza a realizzare un progresso razionalizzato, una crescita continua che vincesse le resistenze del capitalismo, portato invece – per sua natura – a difendere l’immobilismo e la conservazione del benessere raggiunto. Chiaramente, quando lo stesso capitalismo ha abbandonato l’industria pesante (la “metallurgia”, nel linguaggio di Bauman) in favore del consumismo, il sistema socialista si è trovato spiazzato; è restato da solo a difendere una modernità razionalizzata in cui nessuno credeva più.

PAURE PRIVATE E RESPONSABILITÀ COLLETTIVE

Quanto alle minacce postmoderne, viste a una distanza di sicurezza di quasi mezzo secolo, si può affermare che rientravano soprattutto nel clima di incertezza generato dalla perdita di valori seguita alla decostruzione del passato, dalla fine delle ideologie e delle grandi narrazioni. Più che aver privatizzato le paure, come scrive Bauman, la postmodernità ha acuito quelle stesse paure, indirizzandole sul piano della sicurezza esistenziale e della solitudine individuale. Tutto questo perché la privatizzazione delle paure era stata una caratteristica precipua della modernità fin dalle sue origini. Già nel Leviatano (1651) il filosofo Thomas Hobbes aveva indicato nella decisione di farsi popolo e di raccogliersi all’interno dello Stato, sotto l’egida di un sovrano, l’opportunità di liberarsi delle paure collettive. Da allora la modernità si è proposta di cancellare le paure sociali, ma non le paure individuali. Così le paure sociali sono state bandite e neutralizzate, in nome della razionalità strumentale e del suo spirito totalizzante, e trasferite a una più generica e liberatoria responsabilità collettiva, come ben compresero gli Illuministi e in particolare Jean-Jacques Rousseau.

Malgrado tutto, Bauman non era soddisfatto di questa chiave interpretativa, considerata troppo generica e limitata alla sola fase decostruttiva, incapace di proporre alcunché di sostitutivo. C’era bisogno di nuovi strumenti di comprensione, di cominciare a capire a che cosa potesse portare “tutto quel solido che svanisce nell’aria”, per citare Marshall Berman, la cui opera ha avuto senz’altro una notevole influenza nello sviluppo del pensiero di Bauman. Berman scrive sulla modernità in declino, cogliendo gli spunti da Marx, e prepara il terreno per una trasformazione della solidità moderna in qualcosa di instabile, cedevole, sfuggente.

Dall’intuizione di quelle potenzialità, nasce la modernità liquida, che nella sua stessa semplicità espressiva suggerisce affascinanti prospettive.

La costruzione postmoderna è abbandonata al suo destino di sterile ribellione alla storia, al pari di un qualsiasi altro attrezzo che abbia perduto la sua funzionalità, ma non inficia né cancella il contributo decisivo che lo stesso Bauman ci ha dato per comprenderne il significato nella maniera più esaustiva. Senza questo passaggio attraverso la postmodernità, infatti, non sarebbe assolutamente possibile comprendere la modernità liquida.

Riferimenti

Th.W. Adorno, “Stile tardo” (1934), in Beethoven. Filosofia della musica, Einaudi, Torino 2001.

  1. Bauman, C. Bordoni, Stato di crisi, Einaudi, Torino 2014.
  2. Bauman, La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti, Bollati Boringhieri, Torino 1982

_ , Socialismo. Utopia attiva, Castelvecchi, Roma 2018.

_ , Modernità e Olocausto, il Mulino, Bologna 1992.

_ , Le sfide dell’etica, Feltrinelli, Milano 1996.

_ , La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999.

_ , Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2000.

_ , Il disagio della postmodernità, Laterza, Roma-Bari 1999.

  1. Berman, Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria, Il Mulino, Bologna 2012.
  2. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 2002.
    J.-F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 2014.
    E.W. Said, Sullo stile tardo, il Saggiatore, Milano 2009.
  1. Wagner, Bauman. A Biography, Polity Press, Cambridge 2020
  2. Weber, Sociologia delle religioni, Utet, Torino 1976.



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