Quando la precarietà regna sovrana

Massimo Congiu

Dal mondo del lavoro non arrivano buone notizie. Secondo dati resi noti dalla CGIL, nel mese di dicembre scorso l’occupazione è rimasta ferma e il dato complessivo è risultato essere al di sotto dei 23 milioni di occupati. In pratica i numeri dell’ultimo mese del 2021 hanno confermato una tendenza che ha caratterizzato tutto l’anno scorso sul piano del lavoro: quella che vede la crescita occupazionale assumere valori molto più bassi dell’incremento del PIL. Un esempio concreto: nell’ultimo trimestre, secondo quanto riportato da un articolo di Fulvio Fammoni uscito su Collettiva lo scorso primo febbraio, la crescita del PIL è stata dello 0,6%, mentre quella dell’occupazione si è fermata allo 0,3%. Una differenza chiara.

Questo significa che in Italia se si parla di crescita non ci si può riferire al lavoro e l’occupazione precaria resta, purtroppo, un problema costante che finora nessun governo si è veramente impegnato ad affrontare in modo concreto. L’unica crescita nel mondo del lavoro è caso mai quella dell’impiego a termine, com’è avvenuto nel 2021, e non ci sono buone notizie neppure sul fronte dei salari che camminano ad un ritmo inferiore a quello dell’inflazione. Insomma, da noi non si investe in questo ambito, come se il lavoro fosse solo qualcosa da sfruttare e non una risorsa indispensabile in termini di crescita non solo economica ma anche se non soprattutto civile.

La qualità del lavoro è infatti un buon metro per misurare il grado di civiltà di un paese ed è anche lo specchio delle disuguaglianze esistenti all’interno della società. Esempio: il tasso di occupazione femminile continua ad essere molto basso malgrado si rilevi una crescita numerica, ed è comunque inferiore di 17 punti percentuali rispetto a quello maschile. Inoltre, come sappiamo, ci sono chiare disparità salariali e di possibilità di carriera fra i due sessi.

L’andamento della situazione ci fa capire quindi che l’aumento dell’occupazione si stabilizza su valori insufficienti e che la precarietà regna sovrana nel mondo del lavoro. Scrive Fammoni nell’articolo già menzionato, che essa è “la scelta quasi assoluta delle imprese” la cui assunzione di responsabilità nei confronti dei lavoratori, in molti, troppi casi, non va oltre l’impiego a termine. Così è chiaro che anche il nostro mondo imprenditoriale è specchio di un sistema cui si deve lo stress sociale al quale assistiamo in diversi settori. Le imprese lamentano di essere strozzate da un regime fiscale eccessivamente oneroso ma il tutto sa un po’ di cane che si morde la coda e la prima vittima di questo stato di cose è il senso di responsabilità con tutto quello che ne consegue a carico del lavoro, della scuola e di altri ambiti di importanza fondamentale per la crescita di un paese.

Il precariato lo vediamo un po’ dappertutto, si riproduce con grande facilità e blocca ogni prospettiva, quindi la politica degli investimenti pubblici va rivista per invertire questa tendenza e dare respiro al lavoro con lungimiranza e con progetti che non si fermino al breve termine. E poi, evidentemente, occorre cambiare la cultura del lavoro e restituire al lavoro centralità. Tutto questo, in un paese, come il nostro, che ha una lunga e importante storia sindacale.

Che di lavoro, poi, si viva, non si muoia, come invece accade a troppi e come è successo di recente al giovane Lorenzo Parelli, citato dal presidente Mattarella nel discorso davanti alle Camere unite. 18 anni, non c’è da aggiungere altro.

Lungimiranza, si diceva, ma anche dignità, giustizia, equità. Smettere di pretendere queste cose è gettare la spugna. Non dobbiamo farlo.



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