Quattro centesimi a riga. Morire di giornalismo

«Ma che vuol dire “stare in prima linea”? Che facciamo bene il nostro mestiere, non abbiamo paura di raccontare, che facciamo domande ai potenti? E per questo saremmo degli eroi? Non siamo eroi, siamo solo gente che ci crede ancora». Pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Lucio Luca pubblicato per Zolfo Editore.

Lucio Luca

Tommasì, sei pronto gioia mia. L’hai capito perché siamo qui, vero? Fai 18 anni, è il momento. Lo sai bene, te l’ho spiegato tante volte: l’avevo promesso a tuo padre che, qualunque cosa fosse successa, ti avrei aperto le porte della nostra casa. E io uomo d’onore sono, le promesse le mantengo.

Tuo padre, Tommasì, non te lo immagini nemmeno come sarebbe felice tuo padre. Tutta la vita se l’era sognata questa festa. Che orgoglio, un figlio nell’onorata società, una carriera davanti. Mi pare quasi di sentirlo, papà tuo: “E chi lo ferma più figghiolo mio, nessuno si può mettere contro di lui, nessuno. E se qualcuno si arrischia, schiaccialo come un cane, Tommasì, schiaccialo come un cane,  gioia del mio cuore. Fagli sputare il sangue, quanto è vero Gesù Cristo”.

Buon compleanno Tommasì, tra poco pure tu farai parte della famiglia. Mandaglielo un bacio a quel sant’uomo di tuo padre, pensalo sempre, da qualche parte veglia su di te. E su tutta la nostra famiglia. Lo hanno fatto sparire, quegli infami, forse l’hanno sciolto nell’acido oppure se lo sono mangiati i maiali. Ma noi sempre qui nel cuore ce lo portiamo papà tuo, Tommasì.

Ciccio, avanti, ora portami il santino. Le cose per bene vanno fatte, la tradizione prima di tutto. La nostra tradizione. Che è sacra.

Certo, adesso siamo in Germania e la Calabria sembra tanto lontana, ma noi la nostra terra l’abbiamo dentro, sentiamo il suo odore, il calore delle sue viscere, non viviamo senza di lei. Picciò, ricordatevi sempre queste parole: il mondo si divide in ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà. Questione di tempo, prima o poi tutto ci prenderemo. Tutto”.

È mezzanotte passata a Duisburg, fa ancora caldo perché persino lassù a Ferragosto ci sono giornate in cui non si respira. Quei sei uomini, alcuni più anziani, altri appena adolescenti, hanno scelto di mangiare e bere da Bruno, il ristorante italiano più famoso della città. Parlano di calcio e donne, non si pensa agli affari in una notte come questa. Quando il locale si svuota, però, nella saletta riservata agli ospiti d’onore entra un cameriere con l’immaginetta di San Michele Arcangelo poggiata su un vassoio. Si inchina, è il rituale. Poi si dirige verso il boss e gliela consegna.

E’ il battesimo di Tommasì, il suo ingresso in società. Lo chiamano “contrasto onorato” o rito di rimpiazzo, di taglio della coda. Di solito si fa l’ultimo sabato del mese, tra le cinque e le sei del pomeriggio. Ma qui, in Germania, può andar bene anche una notte d’estate, dopo una cena che sembra non finire mai, a stomaco pieno e dopo aver bevuto vino di prima scelta, quello messo da parte per i clienti più importanti. A cui è impossibile dire di no.

“Calice d’argento, ostia consacrata, parole d’omertà è formata la società” dice il capobastone. “Prima della famiglia, dei genitori, dei fratelli, delle sorelle viene l’interesse e l’onore della società, essa da questo momento è la vostra famiglia e se commetterete infamità, sarete punito con la morte. Come voi sarete fedele alla società, così la società sarà fedele con voi e vi assisterà nel bisogno. Questo giuramento può essere infranto solo con la morte: siete disposto a questo?”.

Adesso Tommasì deve essere punciuto. Il suo sangue si deve mescolare con quello degli altri uomini d’onore seduti al suo tavolo. In carcere, per evitare guai con le guardie, ci si accontenta di berne direttamente un paio di gocce del proprio ma qui, in una notte di festa, il rito si fa completo, senza chiacchiere. Poi, a turno, tutti si alzano e baciano il ragazzo. Che da questo momento non è più un piscialetto come gli altri. Da oggi è uno della famiglia, uno che andrà in giro a sparare e a trafficare droga, studierà da boss e magari, un giorno, guiderà una sua ‘ndrina comportandosi da padrone nella sua terra.

“Giuro fedeltà alla nostra Società in nome di Osso, Mastrosso e Carcagnosso”, sussurra Tommasì. Adesso sì, adesso è fatta.

Chissà quante volte l’ho letta questa storia. Sì, quella della strage di Duisburg, certo. I sei mafiosi che escono dal ristorante, euforici per la bella festa e i tanti litri di vino bevuti, falciati da un commando di sicari arrivati direttamente da San Luca. Me le ricordo bene le immagini in televisione, i corpi massacrati dentro le macchine, noi che qui in Calabria ci rimettiamo subito al lavoro perché è vero che il 15 agosto i quotidiani sono chiusi, ma come fai a restare a casa dopo una cosa del genere? Fu una donna, una tedesca, a passare per caso verso le due e mezza e ad accorgersi che nelle auto parcheggiate davanti al ristorante c’erano i corpi delle vittime. Singolare che nessuno, dal locale, si fosse accorto di nulla. Può capitare anche in Germania di non sentire settanta-ottanta colpi di pistola nel cuore della notte. Può capitare.

Non ci volle molto a capire che la strage era legata alla faida di San Luca tra due gruppi rivali, i Nirta-Strangio da una parte e i Pelle-Vottari-Romeo, dall’altra. Noi, che di ‘ndrangheta ci dobbiamo occupare mattina, pomeriggio e sera, e pure a notte fonda se serve, lo avevamo intuito immediatamente: Tommasì e gli altri morti di Duisburg erano la risposta, rumorosa ed eclatante, all’omicidio della moglie del boss rivale, donna Maria, uccisa in un agguato il giorno di Natale dell’anno prima.

Natale, Ferragosto, com’è quella cosa? La mafia uccide solo d’estate? E allora la ‘ndrangheta ammazza solo per le feste comandate.

***

Quando mi sono sposato, nel giardino dei miei ho piantato un melograno. E’ cresciuto bene, fra poco sarà stagione di raccolta. Che poi non è che a me il melograno piaccia così tanto. E’ dolce, troppo dolce, ma dicono porti fortuna. Non a me, probabilmente, anche se alla fine ho una famiglia bellissima, una figlia che è la Stella del mattino e un lavoro che mi opprime ma almeno mi dà da vivere.

Dovrei scappare via, fare come Chiara che ha mollato tutto e si è trasferita a Roma, provarci almeno. Qui prima o poi finisce tutto, lo so bene. Ma io questo mestiere l’ho scelto perché volevo raccontare Cosenza, la Calabria, una terra maledetta che ingoia tutto ma ti incatena come nessun’altra.

Mi ricordo quel film, com’era? Ah sì, “Cronisti d’assalto”. C’è il direttore che chiama il suo redattore e lo cazzìa a sangue perché si era rifiutato di scrivere una notizia che non lo convinceva. “Hai perso l’occasione di lavorare in un giornale conosciuto in tutto il mondo” urla come un pazzo il capo al telefono. “Me ne fotto del mondo – risponde lui – io vivo in questa merda di città…”.

Potevo andarmene in Canada. E’ bello il Canada, cazzo quanto è bello. Ho pure i parenti laggiù, mi piacciono i laghi, la campagna, l’aria è pulita. Non come qui a Cosenza che fanno le strade sopra alle discariche abusive e quando lo scrivi l’editore ti licenzia.

Ok, dai, basta. C’è un giornale da fare, pure se è domenica. Farò notte, come sempre. Mia moglie non mi aspetterà sveglia, domani sarà incazzata perché la trascuro, non l’aiuto con la bambina e tutte quelle menate da donne. Sì, ha ragione, ma chi fa il mio lavoro in un piccolo giornale di provincia si condanna a questa vita. Io non sono come i colleghi del Nord, quelli che guadagnano un sacco di soldi e rompono le palle con i diritti sindacali, gli integrativi, i premi di produzione. Qui, se va bene, a fine mese l’editore ci paga due spiccioli, e io che sono un articolo 1 nemmeno dovrei lamentarmi. Pensa a Eugenio, si sbatte come un forsennato e non arriva a 500 euro al mese. E i collaboratori? Quattro centesimi a riga, non ci si crede, quattro centesimi a riga. Nemmeno in Burundi una roba del genere. Che poi i precari sono quelli che scrivono di più e si prendono pure querele e minacce. In Calabria, si sa, una testa di capretto o qualche proiettile in busta, prima o poi, arrivano a tutti.

 



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