“Quei giorni torneranno” di Fabio Luppino

Questo libro è un piccolo gioiello narrativo di storia del giornalismo, perché ci svela tanti segreti sottesi ad esso. Come è cambiato. Cosa l’ha minato. Ma esso è specchio della nostra società ed è su questa che dobbiamo puntare, anche grazie ai principi costituzionali.

Marilù Oliva

«Ricchi, sempre più ricchi, ma il resto del mondo ce ne chiederà conto. E, allora, il problema sono le rivoluzioni? Quanto male avete sparso a piene mani senza la scusa delle rivoluzioni? Quanta distruzione senza ricostruzione, quante vite spezzate, quanti quintali di metadone spargete per addormentare il sonno dei giusti?».
“Quei giorni torneranno” (Santelli Editore) è un libro di Fabio Luppino composto da quattro racconti da cui scaturiscono altrettante figure di donne: Giovanna, Ginevra, Giulia, Caterina. Esse sono protagoniste: donne consapevoli, coraggiose, che sanno analizzare impietosamente lo status odierno, donne che però non nascondono le loro fragilità, donne che vogliono un amore. Oltre alle loro vivide figure si ergono il giornalismo e la politica, così come i nostri tempi – e l’ultima, recente parabola storica – ce li hanno consegnati.
Tra le righe corre la nostalgia di come le cose avrebbero potuto evolversi (e chissà, come forse, un giorno, si evolveranno). Gli ambienti e le atmosfere spaziano da una redazione a quelli dei movimenti studenteschi e non solo, e si percepisce la passione dell’autore per il giornalismo, il suo sguardo attento ai tempi. Luppino infatti ha un curriculum di tutto rispetto: ha lavorato venticinque anni per L’Unità, poi per Il Secolo XIX, Il Corriere della Sera e ora è a HuffPost Italia. Forse anche questo gli ha consentito una visuale privilegiata sui fatti che hanno prosciugato, a livello di ideali e di promesse, il nostro paese. Un paese in cui prevalgono forze conservatrici, le stesse da quarant’anni, le stesse che hanno minato radicalmente la società. Com’è stato possibile tutto questo, si domanda l’autore? Cosa rimane dell’utopia marxista? E chi vi credeva fermamente, come concilia il suo stato sociale con i dettami anticapitalisti?

Il contesto giornalistico, che l’autore conosce bene, ci viene consegnato nella sua autenticità, con tanti spunti di riflessione che potrebbero essere utili a tutti:
«Prima c’era la scena e dentro la scena quei giornalisti ci sapevano stare di più e meglio di molti altri, che venivano da tradizioni antiche, ma che poco avevano rischiato, se non in alcuni momenti storici, drammatici per tutti.
L’errore fatale, quel che alcuni decenni dopo portò alla fine di una gloriosa storia, fu iniziare la ellittica discussione sul voler essere come gli altri. E quando il contenitore finisce col prevalere sul contenuto è finita davvero. E un giorno finì. Ma, allora, benché ci si fosse incamminati rovinosamente su quella strada, nessuno immaginava il dopo».
I segnali verso la disfatta erano stati annunciati, come quando ai giorni del G8 fu quasi sospesa la democrazia e allora sì che vennero alla ribalta i giornali tosti, quelli in grado di rappresentare davvero i lettori che avevano scelto una linea politica. Se l’insofferenza fu un primo segnale di dissidenza, il giornale – non nominato ma intuibile – descritto nel terzo racconto mostrò una forza d’urto capace di scuotere. Lontani dal clima accondiscendente di oggi che investe molti, i giornalisti e le giornaliste di allora vivevano il mestiere come una missione:

«Noi aspettavamo e però cercavamo. Portavamo la notizia, quella apparentemente non tale. E il rispetto ce lo dovevamo guadagnare, non solo quello dei capi. Quello della tipografia, quello dei correttori, i veri depositari della continuità stilistica e formale della parola scritta del giornale, finché ci sono stati. Noi chiedevamo e partivamo e non ci piegavamo. Loro no. Trovato un giornale ritenevano di poter fare tutto, cosi erano stati abituati. Noi consegnavamo il testo dattiloscritto e ci congedavamo, avendo cura di non dormire sugli allori, continuando a guardarci intorno e proporre la vita e il suo farsi. In attesa dell’occasione, a volte lunga attesa, non avendo altro che la passione».
Oggi, poi, è sempre più difficile intraprendere questa carriera. A tal proposito la sferzata contro lo sfruttamento è necessaria. C’è chi non riconosce il talento dei giovani e lo osteggia, chi si lancia in progetti editoriali miopi, chi costringe a una gavetta umiliante e infinita. Tutto ciò deve cambiare. E tra le pagine troverete la chiave per farlo.
Questo libro, oltre ad essere una piacevolissima compagnia per noi profani, è anche un piccolo gioiello narrativo di storia del giornalismo, perché ci svela tanti segreti sottesi ad esso. Come è cambiato. Cosa l’ha minato. Ma esso è specchio della nostra società ed è su questa che dobbiamo puntare, anche grazie ai principi costituzionali. Sull’empatia, sulla democrazia. Sull’istruzione e anche in questo caso l’autore dispiega parole sagge, descrivendo insegnanti annichiliti e destituiti, costantemente esposti a un’opinione pubblica becera e offensiva.
Se gli intenti e i princìpi sono stati sostituiti dall’egolatria, dall’autoreferenzialità, dalla corsa al successo, da un vuoto cosmico preannunciato dalle imposizioni capitalistiche, dal “nulla indistinto”… cosa rimane? Forse l’umanità e la cultura, ci fa capire Luppino, mentre sfogliamo questo prezioso libro che ci ricorda che ci aspetterebbe un futuro migliore. Ma non è a portata di mano, bisogna conquistarselo.



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