Quel deficit di civismo tutto italiano alla base di fasciorazzismo e mafia

Il civismo è un “opportunismo di comunità”: consiste nella capacità degli individui e delle classi di una comunità di mettere il bene comune prima di quello individuale e di classe. Nella consapevolezza che, così facendo, maggiore sarebbe il beneficio generale, quindi anche il beneficio particolare che naturalmente ogni individuo e ogni classe perseguono. Il deficit di civismo è un vulnus che affligge storicamente il nostro Paese.

Daniele Barni

Se si fa passare lo sguardo attraverso le contingenze storiche, si riesce a vedere con chiarezza, al di là, che l’origine di fascismo, mafia e razzismo è la stessa: ovvero quella debolezza di civismo che da sempre mina la costruzione nazionale italiana. Il civismo consiste nella capacità degli individui e delle classi di una comunità, soprattutto degli individui e delle classi dominanti, di mettere il bene comune prima di quello individuale e di classe. Nella consapevolezza, direi quasi nell’intelligenza, che, così facendo, maggiore sarebbe il beneficio generale, quindi, in aggiunta, anche il beneficio particolare che naturalmente ogni individuo e ogni classe perseguono. Il bene comune, a sua volta, consiste in quei possedimenti, strutture e servizi di proprietà e allestimento pubblici, ispirati ai diritti fondamentali della persona, che la comunità, attraverso le istituzioni dello Stato, mette a disposizione dei cittadini secondo regole e leggi: come l’ambiente, il territorio e le loro ricchezze; come gli ospedali, le scuole, le strade e ogni infrastruttura; come la tutela dell’incolumità, del benessere, delle aspirazioni di ognuno, ecc… Al bene comune ogni cittadino contribuisce materialmente con le tasse, in proporzione alle proprie facoltà, ma soprattutto può contribuirvi con il comportamento, cioè con il rispetto, con la dedizione, con la solidarietà.

Il civismo, a scanso di equivoci, non è purtroppo un concetto morale positivo, bensì un concetto politico, persino opportunistico, ma di fondamentale utilità: esso potrebbe essere definito, infatti, come “opportunismo di comunità”, nel senso di capacità utilitaristica di rendersi conto che i beni e i benefici diretti dall’individuo e dalla classe alla comunità ritornano sempre all’individuo e alla classe medesimi enormemente moltiplicati. In altre parole, il civismo non è ispirato nel cittadino dal bene, o addirittura dal Bene, e dalla bontà, ma dall’egoistico impulso alla conservazione, che però la ragione riesce, o dovrebbe riuscire, a dirigere verso fini benefici per l’intera comunità. Ciò potrebbe dispiacere, perché, al contrario, farebbe piacere a tutti poter considerare la specie umana istintivamente buona e animata da buoni propositi. Tuttavia, senza scomodare Niccolò Machiavelli o Thomas Hobbes sull’indole malvagia e violenta degli uomini, basta buttare anche solo un attimo gli occhi sulla realtà per accontentarsi degli espedienti e dei calcoli, ovvero dei ragionamenti, con cui in qualche modo si riesce a rendere un po’ più vivibile il consorzio umano.

Tornando al concetto di civismo, gli individui e le classi dovrebbero capire, per fare un esempio, che ogni centesimo di tasse pagato alla comunità si moltiplica per i milioni dei paganti e ritorna all’individuo e alla classe in beni e benefici parimenti moltiplicati, grazie al fatto che questi non saranno poi usati da tutti contemporaneamente: non tutti, infatti, si siederanno sotto a una risonanza magnetica contemporaneamente, dunque il centesimo di tasse pagato alla sanità dal paziente che adopera quella data risonanza in quel dato momento per una visita costosissima gli ritorna indietro enormemente moltiplicato. Al contrario, l’evasore deruba la comunità due volte: innanzitutto, non contribuendo al suo mantenimento e, poi, approfittando di servizi pagati dagli altri. Egli non sa, però, di rubare, in fin dei conti, anche a se stesso, poiché non potrà che avvalersi di servizi spesso scadenti e persino nocivi. Per fare un altro esempio, gli individui e le classi dovrebbero capire che la difesa e la cura rivolti al territorio e all’ambiente, per natura di tutti, ritornano indietro ai singoli sotto forma di ricchezza e benessere enormemente moltiplicati. Soltanto l’abusivismo edilizio, per citare uno fra i tanti sfregi contro il paesaggio, provoca danni incalcolabili: esso fa esplodere i costi di urbanizzazione, distogliendo risorse da altri ambiti in cui sarebbero necessarie; fa esplodere i costi delle comunicazioni, delle auto private, dei mezzi pubblici, della rete o del telefono, perché la superfetazione disarmonica delle città costringe a linee di comunicazione più lunghe, a maggiore permanenza negli spostamenti, a invasioni indiscriminate di tralicci e cablaggi; fa esplodere i costi umani e materiali relativi alla salute, a causa della vita che le persone devono condurre in luoghi e secondo stili malsani. Inoltre, priva gli occhi della bellezza, cioè di una delle più potenti generatrici di felicità.

Parrebbe tuttavia che il concetto di civismo le teste degli italiani non siano in grado, non solo di non capirlo, ma nemmeno di concepirlo.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, tale debolezza di civismo fece sì che tanti reduci, soprattutto di estrazione piccolo-borghese, costituissero le squadracce fasciste che abbatterono lo Stato liberale; fece sì che la borghesia agraria e industriale, di fronte a essi, o si voltasse dall’altra parte o, addirittura, porgesse la mano; fece sì che ufficiali dell’esercito e delle forze dell’ordine, prefetti e funzionari di ogni tipo e livello ne tollerassero o ne assecondassero i tentativi eversivi. Fu ancora tale debolezza di civismo a trattenere la mano del re Vittorio Emanuele III dal firmare, alla vigilia della Marcia su Roma, gli atti dello stato d’assedio a lui sottoposti dal presidente del consiglio Luigi Facta. Tutti agirono seguendo la bussola dell’egoismo personale o di classe: il re si preoccupò solo di difendere la dinastia; gli ufficiali dell’esercito e delle forze dell’ordine, i prefetti e i funzionari di ogni tipo e livello l’ordine costituito, cioè se stessi; la borghesia agraria e industriale il portafoglio; i reduci della piccola borghesia, infine, si preoccuparono soltanto di tracciare la scorciatoia per la propria ascesa sociale. Nessuno agì seguendo la bussola del bene della comunità. La paura di una rivoluzione socialista, dopo gli avvenimenti del 1917 in Russia e dopo il Biennio Rosso in Italia tra il 1919 e il 1920, fu una delle tante scuse che composero la scala di ipocrisie attraverso cui i fascisti salirono fino al potere: come, per estrarne altre dal mucchio, la “vittoria mutilata”, il “ci vorrebbe il bastone e l’olio di ricino”, il “bla bla bla di quelli in parlamento” e le tante parole d’ordine, motti, idee povere di ragionamento che nascosero soltanto volontà di potere personali e di classe.

Allo stesso modo, in posti di criminalità organizzata i capimafia e i loro sodali e complici nemmeno immaginano, per la stessa debolezza di civismo, che i loro guadagni, insieme al loro potere, hanno la medesima utilità di borracce piene di soldi, e non di acqua, per chi si trovi in mezzo al deserto. Che, al contrario, pochi euro di stipendio in posti dove lo Stato e i suoi servizi funzionino e dove ci sia la solidarietà fra i cittadini facciano la felicità più dei trilioni di trilioni. E sì che certe periferie d’Italia, dove i mafiosi vivono e forzano ognuno a vivere, sono ridotte a deserti, di diritti e di benessere. Ciò che stupisce di più, tuttavia, è il fatto che in quelle stesse periferie ragioni o si acconci a ragionare come i mafiosi, e solo con danno e senza il minimo vantaggio, anche chi mafioso non è: ne sono testimonianza le elezioni politiche e amministrative che si sono susseguite dal dopoguerra a oggi, in cui quasi sempre, o troppo spesso, i candidati che avrebbero potuto garantire il vero cambiamento sono risultati perdenti. Basti riflettere, per citare l’esempio la sola Sicilia, sulle vicende più recenti di Claudio Fava o di Rita Borsellino, sconfitti nelle elezioni regionali contro candidati in odore di compromissione.

Così, soltanto la solita debolezza di civismo impedisce a tanti di capire che l’ospitalità e l’incontro con donne e uomini spinti a migrare dal bisogno e dal desiderio di una nuova vita arricchiscono, non solo la cultura, ma anche il genoma, rafforzando e facendo progredire l’umanità. Il razzismo dunque, se non altro, è dannoso. Senza dimenticare, inoltre, che le migrazioni sono connaturate alla specie umana e sono, come tali, impossibili da fermare. Nessuno, poi, discute il fatto che il fenomeno migratorio porti con sé dei problemi di convivenza o che esso vada regolamentato: certo è, però, che la paura e l’odio verso lo straniero, come ogni paura e ogni odio, non aiutano il giusto ragionamento e le giuste soluzioni. Infatti, nessuno discute neppure il dato, ad esempio, che le carceri del Belpaese siano affollate, in percentuale rispetto alla popolazione, soprattutto da stranieri; e che questi quindi delinquano, sempre in percentuale rispetto alla popolazione, più gli italiani (a dicembre 2021, secondo il Ministero della Giustizia, i detenuti stranieri nelle prigioni italiane erano il 31,5%; mentre secondo l’ISTAT le persone straniere residenti in Italia, a gennaio 2021, erano l’8,7%): ma ciò non è dovuto a cause antropologiche, bensì sociali, in quanto la popolazione straniera è anche quella di gran lunga più povera e disagiata. Perciò, soltanto il civismo e la giustizia, prima di tutto sociale, aiutano il giusto ragionamento e le giuste soluzioni, prime fra tutte l’istruzione e l’integrazione. Roma fu grande perché fin dagli inizi seppe accogliere e integrare i peregrini, gli stranieri lontani ed esotici, i barbari, gli stranieri tali per usi e costumi, e persino gli hostes, gli stranieri in quanto nemici. La Grecia, invece, ostinata nel suo isolazionismo culturale e nella sua avversione nei confronti dei bárbaroi, gli stranieri da combattere, e in fondo anche nei confronti degli xénoi, gli stranieri da ospitare, deperì senza scampo. Inoltre, temo che i problemi di convivenza in Italia, terra di millenario rimescolamento di donne e di uomini, oggi siano dovuti più che altro al non rispetto delle regole civiche, riguardo a cui si distinguono per primi proprio gli italiani.

La destra italiana, purtroppo, è portatrice di questa triforme debolezza di civismo, che nel nostro paese ha prodotto fascismo, mafia e razzismo. Fratelli d’Italia, il partito egemone nella coalizione, resta ambiguo nei confronti del fascismo storico e ospita in sé personalità e gruppi neofascisti. Il capo di Forza Italia, solo apparentemente meno potente di un tempo, è stato condannato per frode fiscale e, secondo sentenza, ha trattenuto rapporti finanziari con Cosa Nostra. E pare che tanti militanti della Lega trovino nella xenofobia, verso i “meridionali” del paese e del mondo, una delle più importanti ragioni identitarie.

Ma perché in Italia esiste questa mancanza di civismo, nei fatti così irriducibile? Non è facile rispondere. Tracce di essa, ad esempio, si trovano già alla fine della repubblica e all’inizio dell’impero a Roma: il Commentariolum petitionis (Manualetto per la candidatura alle elezioni), dedicato a Marco Tullio Cicerone dal fratello Quinto, appare come un campionario delle peggiori abitudini italiche di ieri e di oggi; e lo storico Tacito, nella Germania, avvertiva inutilmente i suoi concittadini della corruzione dei loro costumi a paragone di quelli dei Germani, prefigurando la catastrofe in cui pian piano sarebbe scivolato l’Impero d’Occidente. Tracce di essa, poi, si ritrovano lungo tutta la storia italiana. Nell’Alto Medioevo, ad esempio, l’ultima invasione barbarica che tracimò al di qua delle Alpi e dilagò quasi per l’intera Penisola fu quella dei Longobardi: caratteristica del loro dominio fu la debolezza del potere centrale del re, costantemente corroso e corrotto dal particolarismo dei suoi duchi. Tale particolarismo dei poteri periferici resistette anche nei secoli successivi alla conquista della Langobardia da parte dei Franchi, durante il Sacro Romano Impero prima, e, dopo, durante il Sacro Romano Impero Germanico: allora, ai duchi longobardi si sostituirono o si aggiunsero conti e marchesi franchi e, poi, tedeschi, che però ne conservarono le tendenze centrifughe. È vero che in quest’epoca tutta l’Europa era afflitta dalle tendenze centrifughe della feudalità: ma in Francia, ben presto, si addensò intorno al monarca il senso dello Stato; mentre attorno all’imperatore elettivo e ai suoi principi elettori, in una Germania tanto particolaristica quanto e più dell’Italia, si addensò, se non il senso dello Stato, almeno quello della nazione, insieme a quello di civismo. Nello Stivale, invece, le velleità del Regnum Italicum affondarono nella tomba con Arduino d’Ivrea, ultimo suo campione, appena dopo l’Anno Mille. Nel Basso Medioevo, poi, i comuni del Centro-Nord, il cui particolarismo aveva travolto quello feudale, furono in aggiunta tempestati al loro interno dalla faziosità delle famiglie e delle consorterie nobiliari, la cui graduatoria di valori teneva al primo posto l’individuo, seguito dalla famiglia, dalla fazione e, di gran lunga ultima, dalla comunità. Al Sud, invece, i Normanni fondarono uno stato solido, accentrato, ma non si sa perché, poi, lo sbocco ne sarebbero state le baronie egoistiche e meschine del Regno delle Due Sicilie. Nel Rinascimento, i signori dei nostri staterelli, sdraiati sulla loro ricchezza e sul loro potere marci come polli litigiosi sullo strame, furono ben presto riuniti sotto alla propria unghia dal gallo di Francia, prima di dover essere ceduti alla Spagna e, alla fine, all’aquila d’Austria. Ai medesimi polli non rimase che fare penitenza fra le braccia ossute della Chiesa della Controriforma. All’Italia, invece, sarebbero occorsi tre secoli prima di tornare libera e indipendente. Infine, tracce della stessa mancanza di civismo si ebbero, appunto, durante la dominazione straniera, tra Cinquecento, Seicento e Settecento, quando il familismo fu l’unica ancora di appiglio, in mezzo alle burrasche, di ogni italiano. Il Risorgimento, insieme alla Resistenza, al contrario, furono e rimangono due fari nella storia d’Italia: ma, come i lampi di tutti i fari, giungono a intermittenza e possono essere smarriti nel turbine.

Dunque, qual è la causa di questa mancanza di civismo? Forse, ma il mio è solo un azzardo per ipotesi, la spiegazione potrebbe trovarsi nel fatto che in Italia il potere sia sempre stato concepito come un equilibrio di potentati; come una specie di mensa a cui tutti potessero trovare posto e servirsi, sgomitando secondo forza e aggressività; e non come una tavola rotonda di uguali in cui, al contempo, primeggiasse un’autorità condivisa e riconosciuta, re o costituzione che fosse. In Italia si è sempre cercato un perno che garantisse di volta in volta l’equilibrio dei potentati, senza che questi, così, fossero costretti ad accettare una vera autorità: anzi, in modo tale che proprio così potessero di volta in volta contrattare con la violenza o con l’astuzia il proprio tornaconto. Perno che, all’occorrenza, è stato sempre abbattuto e sostituito con altri più adatti alle contingenze. I potentati del Novecento, ad esempio, ovvero la Chiesa, la Confindustria, la Monarchia, l’Esercito, gli apparati più o meno segreti di polizia, le clientele dei partiti, le mafie, le piccole e medie borghesie agrarie e industriali, hanno scelto come loro perno prima il notabilato liberale, poi Mussolini, poi la Democrazia Cristiana, poi Berlusconi, poi ogni sorta di governatorame cosiddetto tecnico: ora annaspano nella destra peggiore in cerca di nuovi approdi.

Tutto potrebbe essere risolto, come ho scritto all’inizio, con un semplice ragionamento, attraverso cui distinguere la misera ricchezza individuale o di classe dal benessere, ben più felice, di comunità. Ma parrebbe, appunto, che le teste degli italiani questo semplice ragionamento non siano in grado, non solo di non capirlo, ma nemmeno di concepirlo.

(credit foto Pixabay)



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