Quella stretta amicizia fra Orbán e Putin

L’Ungheria non si è unita alla condanna pressoché unanime del dirottamento in Bielorussia. Il motivo è da ricercare nella vicinanza del primo ministro Orbán a Lukashenko e soprattutto a Putin.

Massimo Congiu

È risaputo che il recente dirottamento dell’aereo Ryanair in Bielorussia con l’arresto dell’attivista Roman Protasevič e della sua compagna, la russa Sofia Sapega, è stato definito “atto terroristico” dall’Ue e dagli USA. Il coro è stato pressoché unanime, ma non ha visto la partecipazione del primo ministro ungherese Viktor Orbán di cui è nota la vicinanza a Lukashenko e soprattutto a Putin.

In sostanza, nell’occasione, il leader danubiano non ha commentato l’accaduto ma non ha neanche posto ostacoli alla decisione europea di affrontare l’argomento nel summit del 24 maggio scorso. Di fatto Orbán ha approfittato del vertice per criticare la politica europea sui cambiamenti climatici il cui costo, a suo avviso, non deve essere pagato dalle famiglie ungheresi. Nient’altro, però, a parte questo. Non un riferimento all’episodio del velivolo costretto ad atterrare a Minsk.

L’Ue si è accordata su una serie di sanzioni nei confronti della Bielorussia, cosa evidentemente non proprio gradita a Orbán che del resto, meno di un anno fa, aveva proposto la soppressione delle sanzioni nei confronti di Minsk, e un motivo c’è: il paese che rappresenta da primo ministro si approvvigiona di idrocarburi soprattutto grazie a un gasdotto che passa per la Bielorussia.

Prevedibilmente diverse le reazioni di Lituania e Lettonia, e della Polonia, paese che, pure, ha espresso nel frangente il suo sostegno alla linea dura. Di esso, tra l’altro, sono ben noti i sentimenti di inquietudine nei confronti del gigante russo; sentimenti che hanno profonde radici storiche. Varsavia e Budapest sono elementi di punta, all’interno del Gruppo di Visegrád (V4), nel confronto teso con i vertici Ue su diversi aspetti, nel segno del cosiddetto sovranismo. Tra i due paesi le convergenze da questo punto di vista sono diverse ed è un dato di fatto l’impegno a spalleggiarsi a vicenda per evitare le sanzioni previste nell’ambito dell’Articolo 7 i cui meccanismi preliminari sono stati avviati qualche anno fa, nei confronti di entrambi, per violazione dello Stato di Diritto. I due, però, non condividono la stessa linea verso la Russia e la Bielorussia.

Al di là degli aspetti economici c’è da considerare che Orbán riconosce in Putin, oltre che in sé stesso, naturalmente, il tipo di leader politico adatto ai nostri tempi. La logica orbaniana parte dalla critica al liberalismo visto come tendenza politica giunta ormai al suo capolinea storico e incapace di dare una risposta alla domanda di sicurezza che a suo giudizio viene espressa dai “popoli”. Una domanda di sicurezza e di sopravvivenza in termini di identità culturale e di specificità nazionali, aspetti che hanno un ruolo centrale nella retorica del primo ministro di Budapest. A suo avviso, solo uomini come lui e come il leader del Cremlino, sono in grado di difendere gli interessi nazionali dei loro paesi. Secondo Orbán e, secondo una visione diffusa negli ambienti conservatori e nazionalisti ungheresi, il liberalismo è assenza di interessi nazionali e veicolo di falsi valori come il multiculturalismo che il leader danubiano descrive come una delle maggiori e fuorvianti mistificazioni del nostro tempo.

Così il suo governo non ha partecipato alla dichiarazione congiunta degli stati membri dell’Ue per chiedere a Mosca la liberazione di Aleksej Naval’nyj e degli altri dissidenti, e l’Ungheria è stata il primo paese dell’Ue ad appoggiare la diplomazia vaccinale russa e ad aprire le porte allo Sputnik V e alla sua adozione senza aspettare il parere dell’EMA. Una decisione presa perché il governo magiaro sostiene di non aver visto concretizzarsi gli aiuti promessi da Bruxelles sul piano della lotta al Covid 19, allorché sia la Polonia che le repubbliche baltiche si sono opposte al vaccino russo per motivi politici, e l’Ucraina lo ha bandito.

Mosca ha lasciato qualche ricordo “drammatico” anche in Ungheria, oltre che in Polonia. I più giovani, però, fanno notare che queste memorie affliggono soprattutto chi ha vissuto il 1956 e non le nuove generazioni, per quanto tali ricordi vengano tramandati. Di fatto, i giovani che oggi manifestano in piazza contro l’amicizia fra Orbán e Putin e le sue conseguenze in termini di prospettive politiche ungheresi sulla scena internazionale, criticano l’allontanamento del paese da un’Europa vista come baluardo di democrazia, libertà, apertura e libera circolazione.

Oggi l’opposizione partitica e sociale al governo Orbán e gli ambienti più progressisti della società civile protestano anche contro l’accordo che l’esecutivo ha concluso con la Cina per la realizzazione del campus dell’Università Fudan a Budapest e quindi contro la predilezione del premier per i leader autoritari. Al ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas che i giorni scorsi ha auspicato la fine del principio di unanimità, all’interno dell’Ue, sulle decisioni da prendere a livello internazionale, Orbán ha risposto che bisogna mettere fine a un certo tipo di politica estera che consiste nella produzione di “comunicati che non portano da nessuna parte”. Una reazione giunta dopo l’ennesimo veto ungherese nei confronti delle dichiarazioni contenenti condanne verso la Cina e la Russia. Sul suo sito Internet il primo ministro ha affermato di non essere disposto a condannare la Cina per Hong Kong o per altri motivi, e che sarebbe ormai opportuno che i capi di stato e di governo dell’Ue si occupassero di questioni strategiche quali, appunto, i rapporti con la Cina. “Bisogna prevenire una nuova guerra fredda nel mondo – ha dichiarato Orbán – ci vogliono cooperazione, investimenti, rapporti culturali e scientifici e non sanzioni o la pretesa di dare lezioni ad altri”, ha concluso.

Intanto, però, in patria, i contestatori stigmatizzano l’accordo sull’università Fudan vedendovi l’ennesimo legame con un sistema antidemocratico. Il sindaco di Budapest, Gergely Karácsony, che molti ungheresi considerano l’anti-Orbán descrive questa intesa come il suicidio politico del partito governativo Fidesz. Insomma, lo scambio di cortesie fra governo e opposizione è già abbondantemente in atto in funzione delle elezioni previste per la primavera del 2022.



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