Quirinale: i nodi al pettine e i cittadini traditi

Unanimi nella volontà di eleggere un Presidente della Restaurazione le forze parlamentari sono in conflitto insanabile sul resto. Come potranno evitare il voto anticipato?

Paolo Flores d'Arcais

Sul Quirinale, il proverbio si è fatto carne: tutti i nodi vengono al pettine. Quello che li riassume tutti è una maggioranza di governo schiacciante ma formata da forze che si scontreranno con durezza, fino all’odio, tra un anno e tre o quattro mesi, alle prossime elezioni, e che ormai sono in piena campagna elettorale, dunque in conflitto continuo e su tutto. Come può, una tale maggioranza, continuare a esistere? Non può.

Le votazioni per il Quirinale costituiscono, di tale impossibilità, l’esibizione quotidiana. In realtà sul futuro Presidente della Repubblica un accordo c’è, addirittura unanime, visto coinvolge anche i neo-post-proto fascisti del partito di Giorgia Meloni. Al Quirinale non andrà un Custode della Costituzione ma un Presidente della Restaurazione. Situazione totalmente paradossale, perché qui il Parlamento diventa non già lo specchio del paese, per quanto deformato, ma la negazione del paese reale, dei suoi cittadini in carne e ossa.

Quei cittadini, infatti, meno di quattro anni fa votarono, uno su tre, per un rinnovamento radicale all’insegna della guerra contro corruzione, mafie, lottizzazioni, privilegi, aumento delle diseguaglianze… Uno su tre esplicitamente, viste le promesse elettorali del M5S (che del resto aveva votato Stefano Rodotà per il Quirinale), ma analoghe erano le aspirazioni di quasi tutti gli elettori del Pd, come ogni sondaggio o ricerca sociologica evidenziava.

Non sappiamo se quella maggioranza, di intransigenza etico-politica per la realizzazione della Costituzione, è ancora tale nel paese (magari, in due anni di pandemia e di moltiplicazione delle diseguaglianze, si è accresciuta e incattivita), certamente non ce n’è traccia nei nomi e nei conciliaboli che i leader dei 1009 “grandi elettori” vanno annodando e disfacendo in queste ore, o i peones indicando con i loro voti dispersi. Non uno dei quali ha le caratteristiche e la storia di un Custode della Costituzione (avrebbero in tal caso fatto i nomi di Lorenza Carlassare, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Roberto Scarpinato, Giorgio Parisi…).

Unanimi nella volontà di Restaurazione totale del potere della partitocrazia (messo in crisi trent’anni fa dalle inchieste di Mani Pulite e dei pool anti-mafia, e da decenni di iniziative e lotte giustizia-e-libertà della società civile) le forze parlamentari sono in conflitto insanabile sul resto (e divise e frammentate al loro interno su questioni non secondarie).

Non vogliono Draghi Presidente della Repubblica ma vogliono che resti Presidente del Consiglio con un Presidente della Repubblica che non riescono a eleggere con la stessa maggioranza governativa schiacciante (magari allargata fino all’unanimità!).

Gli schieramenti identificabili sono due: le destre (ormai a egemonia orbanicizzata) e le non-destre Pd-M5S-LeU. Qualsiasi nome risuoni alla fine per 505 e più volte, uno schieramento avrà vinto e uno perso. Un nome che li possa accontentare entrambi non c’è, e nel caso venisse da tutti votato, per uno degli schieramenti sarebbe solo obtorto collo, e per mascherare/inzuccherare la sconfitta.

Con un ulteriore “nodo al pettine”: difficile che vincitori e vinti possano continuare a coabitare nel governo, ma al tempo stesso una maggioranza sicuramente schiacciante dei parlamentari non vuole le elezioni anticipate. Come potranno però evitarle?

 

(credit foto ANSA/ALESSANDRO DI MEO)



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