Quirinale, l’ondata populista arginata dalle istituzioni

Mauro Barberis

Per la rielezione di Sergio Mattarella s’è scomodato il nordamericano Giorno della Marmotta: non è cambiato nulla, s’è scelta la stabilità. Magari: a giudicare dall’effervescenza che si registra fra i partiti e al loro interno, è difficile immaginare che alcuni dei figuri che hanno occupato la scena in questi giorni possano ripresentarsi davanti a una telecamera. Anche la spiegazione del risultato è relativamente banale: dovendo scegliere un amministratore di condominio, preferireste i lazzi e i frizzi del duo Grillo & Salvini, oppure la professionalità del ticket Mattarella-Draghi? In realtà, di quest’evento così coinvolgente, nel bene e nel male, sono possibili tre letture un po’ più elaborate.

Una lettura superficiale potrebbe interpretarlo come un grande spettacolo di massa: grande non certo per la qualità, spesso infima, ma almeno per l’audience. La Corsa al Quirinale, questa variante casereccia del Trono di Spade, ci ha intrattenuto fra sospensione delle Coppe di calcio e Festival di Sanremo, distraendoci da altri problemi. Ad esempio, ricordo una discussione molto civile sulle candidate donna che ho avuto alla cassa del mio supermercato. La cassiera bionda mi ha chiesto per chi tifavo; io, anche per galanteria, ho risposto di essere rimasto incantato da Elisabetta Belloni; una signora in coda ha aggiunto che anche la Casellati non le sarebbe dispiaciuta; e qui ammetto di essermi lasciato andare a qualche sarcasmo di troppo. Lettura superficiale, d’accordo, ma non irrilevante: la democrazia ti deve appassionare, altrimenti diviene un rito funebre. Qui c’è stato anche l’happy end, cosa vogliamo di più?

A una lettura più profonda, invece, la corsa al Quirinale è parsa la conferma di una profonda crisi politica: il Parlamento è impazzito, i partiti si sono divisi, alla fine ci si è dovuti affidare di nuovo al costituzionalista Mattarella, che già aveva imposto un altro tecnico, Mario Draghi. Questa lettura è adottata da osservatori autorevoli come Giuliano Amato e Sabino Cassese i quali, forti dei sondaggi, se ne escono con proposte di riforma tipo l’elezione diretta del Presidente della Repubblica: il presidenzialismo, insomma. Io invece concordo con Gaetano Azzariti che il presidenzialismo sarebbe un’avventura, e di mio aggiungo che, a ben vedere, anche stavolta l’elezione parlamentare ha funzionato, respingendo candidature improbabili o improponibili. Poi io resto innamorato della Belloni, ma almeno la Repubblica è salva.

Personalmente, adotto una terza lettura, intermedia alle prime due. Le onde del populismo mediatico, fra le quali abbiamo navigato in questi ultimi anni, si sono infrante sulla diga istituzionale predisposta dai Padri costituenti. I partiti populisti – M5S, Lega, Fratelli d’Italia, per non parlare del loro avo Berlusconi – dopo aver stravinto le elezioni politiche del 2018 e le europee del 2019, non sono riusciti a esprimere un candidato credibile, e hanno dovuto ripiegare sul Presidente scelto dal Parlamento del 2013. Il simbolo della loro sconfitta è naturalmente Matteo Salvini, king-maker nove volte mancato: tante sono state, se non erro, le sue candidature cadute nell’indifferenza o nel gelo generale. Fra gli sconfitti populisti, poi, bisogna annoverare anche Beppe Grillo e il Prof. Conte, surclassati da un ragazzo che farà strada, Giggino Di Maio. Ora ci si aspetta solo che tutti, politici e tecnici, si ricompongano e ricomincino a pensare alla pandemia e all’economia. Dopo Sanremo, però, sennò l’audience crolla.



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