Quirinalizie, ovvero il virus del presidenzialismo

Le autocandidature di Berlusconi e Draghi al Colle e l’abisso in cui rischia di sprofondare la nostra ormai debole democrazia parlamentare.

Michele Martelli

Tra pochi giorni, il 24 gennaio, iniziano le votazioni per il Quirinale. Nessuno sa come finirà. Si parla di lotteria, di roulette russa, di gioco dell’oca. A me viene in mente, con una valenza diversa dall’originaria, l’immagine lukácsiana del «Grand’Hotel Abisso»: l’abisso in cui i nostri autoreferenziali gruppi dirigenti, in una grave situazione di pandemia virale e perdurante crisi sociale, rischiano di sprofondare la nostra ormai debole democrazia parlamentare. Da due anni il Covid ci ha costretto a vivere in stato d’emergenza, ma l’emergenza istituzionale e la crisi sociale datano da oltre vent’anni. E portano il marchio di Berlusconi, finora il principale competitor di Draghi per il Colle.

Aldilà dell’incomparabile statura morale dei due, una cosa li unisce, apparentemente banale: l’autocandidatura. E per di più Draghi si autocandida al Quirinale nella condizione di Presidente del consiglio in carica. Una novità inaudita nella storia della Repubblica. Come mai? Si tratta di eleggere la massima carica dello Stato. E chi la elegge è il Parlamento. Autocandidarsi, e con largo anticipo, non offende e svilisce la dignità del Parlamento? Non è indice di atteggiamento apertamente o subdolamente «autocratico»? Storicamente l’«autocrazia», cioè il «potere dall’alto», nelle sue varie forme, compresa la «democratura» alla Orban, è stata l’illusoria via d’uscita dal caos istituzionale e dalla crisi sociale. Il 1922 in Italia e la «crisi di Weimar» tedesca lo provano ampiamente.

Ebbene, la via dell’«autocrazia» da oltre vent’anni da noi ha assunto il nome ipocrita di (semi)presidenzialismo, il virus della nostra debole democrazia costituzionale. E l’apripista è stato Berlusconi, presidente di tutto: di Mediaset, del Milan, di Forza Italia, della Casa delle Libertà, del PdL, forse anche del bocciodromo di Arcore, per 4 volte Primo ministro in governi di Cd. Per i suoi devoti è ancora e sempre il Presidente Berlusconi, sempre sia lodato! Il fatto è che la sua mania di tycoon autocrate, trasposta dal privato al pubblico, ha fatto sfregio della Costituzione, mettendo in discussione il principio della separazione dei poteri e lo statuto dei diritti costituzionali. Ecco un breve pro-memoria delle sue malefatte. Per chi la memoria l’avesse sfortunatamente perduta.

1) Per sottrarsi ai processi, ha screditato la Magistratura, definendo i magistrati «doppiamente matti», «mentalmente disturbati», con «turbe psichiche», «antropologicamente diversi dal resto della razza umana», e tentato di colpirne l’autonomia col disegno, per fortuna fallito, di imporre la sottomissione dei Pm al governo. 2) Ha quasi ridotto il potere legislativo a quello esecutivo, cioè il Parlamento al governo, e il governo al premier, cioè al suo Ego: incancellabile la vergogna d’una maggioranza che approva decine di leggi ad personam, economiche, fiscali e giudiziarie, e che non si rifiuta nemmeno di legiferare su Rubi rubacuori nipote di Mubarak, suggerendo quasi di parlamentizzare il bunga bunga. 3) Ha colpito i diritti di libertà d’opinione, manifestazione e autodeterminazione: non solo l’«editto bulgaro» con cui caccia dalla Tv di Stato Santoro, Biagi e Luttazzi, ma la «macelleria messicana» di Genova G8 contro i giovani «no global», orrenda anagrafe del Berlusconi II; per non dire della barbarie oscurantista con cui fu trattato il caso Eluana Englaro. 4) Ha posto in atto una politica economica apertamente padronale e confindustriale, utilizzando il passaggio monetario dalla lira all’euro come un’occasione di lento inesorabile impoverimento delle masse lavoratrici. 5) Ha ridotto, degradandola, la politica estera italiana al «lettone di Putin», al «bacio di Gheddafi», poi mollato alle brame imperiali di Sarkozy e degli Usa, alla «Merkel culona» e a quant’altro di sgradevole barzellettistica.

Costretto dalla Troika (Ue, Fmi, Bce) alle dimissioni nel 2011, dopo aver portato l’Italia sull’orlo della bancarotta, oberato di processi, condannato come «delinquente comune» per frode fiscale, espulso dal Parlamento, richiesto per nemesi storica di «perizia psichiatrica» dal Tribunale di Milano, oggi osa autocandidarsi al Quirinale. Solo in un parlamento di nominati, corrotti e poltronisti l’Egolatria autocratica del Caimano potrebbe trovare ancora spazio. Ho citato la Troika, di cui è parte la Bce, di cui Draghi era allora il vicepresidente. Alla Bce era arrivato su proposta di Berlusconi. E dalla Bce silura il Berlusconi IV. Vite parallele. In attesa di un novello Plutarco.

Ebbene, il 2011 è un altro spartiacque. Da allora è chiaro che l’Italia è, ancor più di prima, una provincia del capitalismo finanziario euro-statunitense. Governi tecnici o politici di larghe intese, Monti Letta Renzi Gentiloni, eseguono il programma della Troika, dal fiscal compact alle pensioni al jobs act. Renzi ritenta persino il colpo di mano, fallito al Caimano, del referendum di controriforma costituzionale in chiave semipresidenzialistica. Breve e contraddittoria la discontinuità sia del governo gialloverde, interrotto dall’aspirante autocrate Salvini-beach, che oggi incrocia la spada con la patriota filo-neo-franchista «Yo soy Giorgia», sia del governo giallorosa, pugnalato alle spalle da Laurenz d’Arabia, oggi, a sua detta, presunto kingmaker del Quirinale, ma pronto a votare chiunque gli garantisca il posto di Segretario generale della Nato.

Draghi Superstar è tutt’altra cosa. Pupillo della bancocrazia italo-euro-statunitense, passato dal Collegio dei gesuiti alla Laurea in economia alla Banca d’Italia al governo Ciampi alla Goldman Sachs Bank alla Bce, e infine, dopo il «Conticidio», catapultato da Mattarella a Palazzo Chigi. Non importa se non ha soddisfatto le attese, col Pnrr ancora allo stato di una lista della spesa, con misure antipandemiche in ritardo e confusionarie, con nemmeno uno straccio di progetto per la transizione ecologica. O se ha governato con un numero enorme di Dpcm (4 nell’ultimo mese) e di decreti-legge, approvati a tempo di record da Parlamento e ministri che non hanno spesso avuto nemmeno il tempo di leggerli; senza citare la manovra economica, che, imposta dall’alto, ha provocato lo sciopero generale del 16 dicembre, il primo da quello del 2014 contro il jobs act renziano. Il suo sogno? Palazzo Chigi come trampolino di lancio per il Quirinale. Da dove, Giorgetti dixit, potrebbe governare in modo indiretto con un suo Avatar (Franco? O lo stesso Giorgetti?). Un (semi)presidenzialismo perfetto; un addio alla Costituzione.

Ma gli ostacoli si addensano, da Berlusconi alla ridda rissosa di partiti e partitini fino alla Goldman Sachs, che preannuncia turbolenze di mercato se il suo ex-dipendente sale al Colle. Segno evidente che Draghi premier è il tecnocrate di fiducia dei poteri neoliberisti. E lo è sia per quello che ha fatto e poteva non fare (lo sblocco dei licenziamenti, per es., o lo sgravio fiscale per i più abbienti), sia per quello che non ha fatto e poteva fare (su sanità, scuola, pensioni, per es., o sul contrasto alle delocalizzazioni selvagge e all’evasione fiscale; per non dire della sua non-reazione all’assalto neosquadrista alla Cgil di Roma). Resta che qui o lì, Draghi Superpresidente è a oggi il miglior garante dei mercati e dell’«ordo-liberismo» euro-atlantico. Achtung: il Recovery Fund va in parte presto ripagato, e il ritorno al Patto di stabilità incombe dall’Ue. Non è il caso di festeggiare.

Certo, nessuno in questo momento può sciogliere il rebus delle quirinalizie, nemmeno i due ambiziosi autocandidati. Molte restano le ipotesi «compossibili» in campo. In politica mai dire mai: forse nemmeno Mattarella nel suo segreto esclude un Mattarella bis pro tempore. Ma chiunque dopo il 24 gennaio s’insedi al Colle – il «Grand’Hotel Abisso» rimane lì, più minaccioso che mai.



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