Rabbia, proteste e morti. Cosa sta succedendo in Colombia

Da ormai due settimane le strade di Bogotà, Calì e Medellin sono occupate da manifestanti. Nel mirino le riforme del governo Duque. Il bilancio delle violenze della polizia è di almeno 25 morti e oltre trecento desaparecidos. Intervista a Carolina Torres, giornalista italo-colombiana, che dall'inizio delle proteste sta pubblicando su Instagram una serie di video di denuncia della situazione.

Valerio Nicolosi

La sera del 10 maggio è saltata l’ultima possibilità di trattativa tra il governo di Iván Duque e i promotori del “paro national”, il blocco nazionale, in corso in Colombia da ormai due settimane. Il governo ha incontrato una delegazione dei manifestanti ma ha rifiutato le loro proposte sui temi di lavoro, sanità, pensioni e in generale di sostegno economico alle classi più povere, maggiormente colpite dalla pandemia.

Le proteste sono arrivate dopo la proposta di riforma del sistema di tassazione, ritirato dopo le prime manifestazioni di piazza. Ma la rabbia ormai era esplosa e ora i manifestanti chiedono più equità e non sono disposti a lasciare le strade di Bogotà, Calì e Medellin, nonostante la dura repressione della polizia che conta già più di 25 morti e oltre trecento desaparecidos, persone di cui non si hanno notizie da giorni, come denunciano le organizzazioni non governative colombiane.

“Nei prossimi giorni sarà dura” racconta Carolina Torres, giornalista italo-colombiana, redattrice di Change the Future, che dall’inizio delle proteste sta pubblicando su Instagram una serie di video di denuncia della situazione. “Secondo un rapporto di Human Rights Watch la Colombia è il paese più pericoloso al mondo per chi denuncia le violazioni dei diritti umani e in questi giorni la violenza della polizia si è concentrata anche sui giornalisti” chiosa Carolina Torres.

[FOTO EPA/Luis Eduardo Noriega A.]



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