Le radici del conflitto nel Donbas

“Liberare il Donbas” è uno degli slogan che la propaganda russa maggiormente utilizza per giustificare la sua guerra di aggressione. L’autore di “Il destino dell'Ucraina. Il futuro dell'Europa” (Morcelliana-Scholé) ricostruisce la storia di questa tormentata regione per capire quello che sta accadendo oggi.

Simone A. Bellezza

La propaganda russa ha presentato l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio scorso come una misura per difendere le popolazioni russe del Donbas da un supposto genocidio a opera dello Stato ucraino: in realtà il governo di Kyiv non ha mai perseguitato né i russi né gli ucraini russofoni, che sono molto diffusi, oltre che a sud e a est, anche in altre regioni, compresa la capitale e alcune città dell’ovest, come Žytomyr e Vinnycja. Per provare a comprendere compiutamente questa situazione è quindi necessario guardare al passato di questa regione, che giustifica la sua posizione particolare nello Stato ucraino indipendente nato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Entrato a far parte dell’impero russo nel corso del XVIII secolo, il bacino del Donbas acquisì sempre maggiore importanza economica grazie alla scoperta di importanti giacimenti carboniferi che determinarono la nascita di numerosi impianti dell’industria mineraria e siderurgica soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento. Come in altre regioni, anche qui la spinta all’industrializzazione si nutrì pure di capitali stranieri, spesso britannici o tedeschi: in particolare la città di Donec’k fu fondata nel 1869 con il nome di Juzovka, in onore dell’imprenditore gallese John Hughes che vi aveva aperto una importante fabbrica di binari ferroviari. La città fu poi rinominata Stalin (1924) e poi Stalino (1929) fino a che nel 1961 la destalinizzazione portò al nome attuale, ispirato dal nome del fiume locale, il Donec’. Nel periodo sovietico il Donbas crebbe fino a diventare uno dei nuclei fondamentali del comparto industriale dell’Unione: vi lavorò anche il famoso minatore Aleksej Stachanov, che proprio qui batté ogni record di produzione dando vita a uno dei miti più duraturi della propaganda comunista. Proprio per questa natura industriale, il Donbas ha a lungo richiamato una numerosa migrazione dall’esterno, spesso di minatori e operai russi richiamati dal prestigio di questo comparto industriale. Bisogna infatti ricordare che nel sistema sovietico, alcune regioni e industrie godevano di uno statuto privilegiato, che garantiva ai lavoratori non solo maggiore prestigio sociale, ma anche stipendi più alti e un accesso maggiore e facilitato a vari beni di consumo, dal cibo ai periodi di soggiorno in villeggiatura, dalle automobili alle dace. Per questo motivo molti russi cercarono di trasferirvisi, determinando un incremento sensibile della popolazione urbana russofona. Questa situazione di privilegio si conservò fino alla crisi dell’economia sovietica degli anni Ottanta, quando il sistema di programmazione centrale dell’economia implose.

Anche in questa regione, così come in gran parte della porzione europea dell’impero sovietico, si diffuse la credenza che per risolvere i problemi dell’economia bastasse sciogliere il legame di dipendenza dal centro sovietico così da liberare le grandi risorse economiche. Si spiega così il fatto che, pure se con percentuali minori rispetto ad altre regioni, anche i minatori del Donbas votarono nettamente a favore nel referendum sull’indipedenza dell’Ucraina da Mosca nel dicembre 1991: tutti credevano che la sola indipendenza avrebbe regalato un’epoca di prosperità.

In realtà, una volta ottenuta l’indipendenza e una veloce quanto torbida conversione all’economia di mercato, l’Ucraina post-sovietica divenne uno dei Paesi più poveri d’Europa, poiché il suo comparto produttivo non era assolutamente competitivo con quanto disponibile sul mercato globale. Di questa crisi soffrirono proprio le popolazioni del Donbas che passarono dallo stato di minoranza privilegiata a quello di simbolo della crisi, mentre altri settori, come l’industria bellica e dei satelliti concentrata a Dnipro (allora Dnipropetrovs’k, nell’Ucraina centrale), continuavano a trovare acquirenti al di fuori dei confini patri. Anche a seguito di questa dinamica, il Donbas e in particolare le due regioni di Donec’k e Luhans’k faticarono a essere rappresentate all’interno del nuovo gruppo dirigente, egemonizzato dai cosiddetti “oligarchi” che avevano la propria base economica ed elettorale in altre regioni, come Kyiv, Dnipro, Kharkiv, Vinnytsja, Odesa o L’viv. L’esempio più chiaro è rappresentato da Leonid Kučma, dirigente della più grande industria di armamenti e razzi aerospaziali del Paese, la Yužmaš di Dnipro, che fu eletto per due volte presidente nel 1994 e nel 1999.

In questo contesto l’ascesa della figura di Viktor Janukovyč, prima come governatore della regione di Donec’k e poi come primo ministro, rappresentò un’eccezione e un’occasione di riscatto per le regioni orientali. È a quest’ultimo che si deve l’idea di mobilitare le masse all’insegna della protezione dei russofoni, in consonanza con i nuovi piani espansionistici di Putin (il cosiddetto Russkij Mir, il mondo russo), di cui voleva seguire le orme anche verso la creazione di un regime dittatoriale personale: Janukovyč avviò infatti una riforma costituzionale per accrescere i poteri del presidente e consolidò la pratica di attribuire gli appalti statali solo ad aziende di membri della sua famiglia e degli oligarchi che lo sostenevano. Le altre imprese ucraine venivano sottoposte a procedimenti amministrativi e giudiziari fino a che l’oligarca proprietario non passava nella fazione parlamentare che sosteneva Janukovyč. Infine la corruzione riprese a dilagare nel Paese con un ruolo chiave giocato dalla polizia, che comminava multe ingiustificate di cui poi intascava i pagamenti, divenuta sempre più violenta nei confronti di qualsiasi forma di dissenso. La presidenza Janukovyč (2010-2014) vide convergere sul Donbas una parte consistente degli investimenti statali, coronati dai campionati europei di calcio, che ebbero a Donec’k una delle sedi privilegiate, con tanto di costruzione di un nuovo lussuosissimo aeroporto internazionale.

Nel novembre 2013 Janukovyč decise di interrompere il percorso di avvicinamento all’Unione Europea e firmare un trattato di collaborazione esclusiva con la Russia: a seguito di questa scelta poche decine di studenti si riunirono nella centrale piazza dell’Indipendenza (Majdan Nezaležnosti) per protestare contro questa decisione. Il 30 novembre la polizia sgomberò la piazza con una violenza ingiustificata rispetto al carattere pacifico e ristretto delle proteste: fu questo il segnale che confermava la trasformazione di Janukovyč da presidente a dittatore. Come reazione alla repressione il giorno successivo una marcia di 100.000 manifestanti riprese il Majdan e cominciò una guerriglia urbana che si sarebbe conclusa solo il 21 febbraio, dopo la firma della resa, con la fuga di Janukovyč. Dato che fra le richieste dei rivoluzionari v’era quella di portare l’Ucraina nell’Ue il nome più diffuso in Occidente per la protesta fu Euromajdan, ma in Ucraina la rivoluzione fu vissuta come un processo di riaffermazione del regime democratico che veniva considerato tradizionale nella cultura nazionale ed essa fu quindi chiamata Rivoluzione della dignità.

Dopo la fuga di Janukovyč, le regioni orientali insorsero contro il nuovo corso politico di Kyiv, ufficialmente per il timore della repressione linguistica del russo. In realtà, dal 1989, in attuazione della riforma costituzionale sovietica del 1977, la lingua ufficiale del Paese era l’ucraino, confermato come lingua di Stato nella costituzione del 1996. Di fatto però l’utilizzo del russo era assai diffuso sia informalmente sia nelle istituzioni anche per mancanza di una legge che stabilisse concretamente lo stato di lingua ufficiale. La situazione rimase tale fino al 2012 quando Janukovyč approvò una legge che permetteva alle amministrazioni regionali e municipali di scegliere il russo come lingua ufficiale: fu a seguito dello sdegno suscitato da questa legge che il partito nazionalista Svoboda conquistò 37 seggi in parlamento nelle elezioni dell’ottobre 2012. Dopo la Rivoluzione della dignità il Parlamento votò per l’abolizione della legge di Janukovyč, ma il facente funzione di presidente, Oleksandr Turčynov, esercitò il suo diritto di veto e la legge rimase in vigore fino al 2016, quando una serie di altre leggi proposte dal presidente Petro Porošenko cambiò il quadro normativo. Il Donbas si mobilitò quindi non tanto per i timori dovuti all’identità linguistica, quanto per non perdere quella preminenza politica ed economica che aveva (ri-)conquistato per un breve periodo. Il primo finanziatore dei disordini fu molto probabilmente Rinat Achmetov, l’uomo più ricco nel Paese e principale sostenitore di Janukovyč, che controllava gran parte dell’economia di queste regioni.

La natura del conflitto cambiò però radicalmente in poco tempo: la Russia infiltrò infatti propri agenti che velocemente presero il controllo di queste repubbliche popolari, come Igor Girkin, un russo noto con il nome di battaglia di Strel’kov, che divenne il capo delle forze armate delle cosiddette repubbliche popolari nel maggio 2014. In passato quest’ultimo aveva lavorato ufficialmente per i servizi segreti russi (Fsb) e nel febbraio 2014 era stato già inviato come emissario del Cremlino a organizzare le forze armate filorusse e poi il referendum farsa del 16 marzo, tenutosi sotto la minaccia delle armi. A partire dalla primavera 2014 gli agenti russi conquistarono il controllo del territorio sfruttando elementi locali cresciuti nei movimenti dell’estrema destra nazionalista e filo-nazista russa. Questi contribuirono a imporre un clima di terrore e violenza che da allora contraddistingue l’amministrazione delle regioni occupate di Donec’k e Luhans’k. Nell’estate del 2014 le forze armate ucraine avevano riconquistato quasi tutti i territori insorti e fu solo a seguito di una invasione delle forze armate russe, mai riconosciuta in Occidente e avvenuta alla fine dell’agosto di quell’anno, che le cosiddette repubbliche popolari riuscirono a resistere alla forza dell’esercito ucraino. Lo stesso Achmetov, preoccupato dell’ingerenza russa nel Donbas, passò dalla parte del governo di Kyiv, anche se il suo rivale personale, Petro Porošenko, era stato eletto presidente in quello stesso agosto 2014.

Il conflitto armato, attivo soprattutto nel 2014-2015, ha creato milioni di sfollati e non ha mai trovato una ricomposizione perché la strategia russa consisteva nell’utilizzarlo come fattore di instabilità per lo Stato ucraino. È stato in questi primi due anni di conflitto che si è avuta la maggior parte di vittime, il cui numero complessivo per entrambe le parti è, secondo le stime delle Nazioni Unite, poco al di sopra di 14.000. A partire dal 2016 il numero di vittime sia militari sia civili è diminuito drasticamente: nel 2021 le seconde si attestano, secondo i calcoli dell’Onu che distingue fra vittime dirette e indirette, fra 25 e 36. Il fatto che il regime democratico instauratosi a Kyiv abbia retto, con tanto di alternanza al potere (Porošenko ha perso le elezioni presidenziali contro Volodymyr Zelens’kyj nel 2019 e da allora è il capo dell’opposizione), ha significato il fallimento di questa strategia. Al Donbas, che non ha trovato modo di riprendersi dalla crisi economica, è toccato di fungere da pretesto per la guerra aperta all’Ucraina, che si sta ora combattendo proprio in quelle regioni e che non può che contribuire, con il carico di morte e distruzione, al peggioramento della vita dei suoi abitanti.

 

(credit foto EPA/MARKIIAN LYSEIKO)



MicroMega non è più in edicola: la puoi acquistare nelle librerie e su SHOP.MICROMEGA.NET, anche in versione digitale, con la possibilità di scegliere tra vantaggiosi pacchetti di abbonamento.

Altri articoli di Mondo

La Francia torna al voto per le legislative. Che possibilità ci sono per l’Unione delle sinistre di imporre a Macron una coabitazione con Mélenchon?

Alessia De Luca, analista dell’Ispi, spiega le ragioni che hanno condotto i due Paesi scandinavi a rompere una lunga tradizione di neutralità.

La criminalizzazione del dissenso è un’arma fondamentale con cui Putin sembra riuscire a rendere invisibili le proteste contro la guerra.